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martedì 23 dicembre 2025

La Smara e i molti nomi della Trude: un'analisi del Tormento Notturno tra le Alpi e alcune aree orientali d’Italia.

 


Introduzione

La figura di Frau Trude, resa nota al grande pubblico dalla fiaba dei fratelli Grimm, affonda le sue radici nell’impianto leggendario popolare alpino. Già oggetto di mie precedenti analisi sotto le denominazioni di Alp e di Frau Drude/Trude, essa si presenta come una medesima Entità notturna declinata in forme, nomi e contesti differenti, ma riconducibile a un nucleo comune. L’ho ritrovata — enigmatica e al tempo stesso profondamente significativa — con il nome di Smara, all’interno di un racconto tratto da Storie di Magia di Brunamaria Dal Lago Veneri, scelto come primo testo a corredo di questa analisi.

Sebbene il primo racconto che prenderemo in esame provenga dall’area ladina e, in tale zona, la figura assuma spesso il nome di Trud — con tutte le caratteristiche tipiche di questa Entità — sappiamo tuttavia che essa non appartiene alla tradizione romanza tout court. La sua presenza in tali territori deriva infatti da un apporto culturale tirolese. A conferma di ciò si osserva che, mentre autori come Zingerle e Heyl ne forniscono descrizioni, gli studiosi maggiormente radicati nell’area romanza — come Alton, Schneller e Hörmann — non sembrano registrarne affatto l’esistenza.

Struttura e diffusione del Tormento Notturno

Questo articolo sarà seguito, quindi, da una serie di storie, che hanno per protagonista sempre il Tormento Notturno, nei suoi molteplici nomi e manifestazioni. Narrazioni che, nella maggior parte dei casi, pur presentando variazioni minime nella trama, condividono un ordito simbolico comune profondamente radicato. Una struttura che, pur assumendo nomi e sfumature talvolta diverse, a seconda delle aree regionali, testimonia l’estrema diffusione di questa Figura, sin dai tempi più antichi.

Sotto i suoi numerosi appellativi, questa Presenza ricorre in forme sempre evocative, accomunate dalla costante connessione con l’angoscia che può turbare il sonno. L’excursus che segue, all’interno di questo scritto, si propone come un percorso tra le sue differenti forme nominali e territoriali, nelle declinazioni assunte nei diversi contesti regionali e culturali.


Smara

Conosciuta attraverso molteplici appellativi (Smara, Truta, Trota, Trud, Trude, Trute, Drude), la Smara appare nella maggior parte delle leggende delle vallate trentine come una donna di bassa statura, magra e priva di particolare bellezza, vestita di rosso e avvolta da un’aura inquietante.
In altre versioni — come nelle valli del Primiero — assume invece l’aspetto di donna alta, cadaverica, velata di nero, evocando un senso chiaro e diretto di Morte. In questa forma è ancora più temuta, poiché la sua comparsa annuncia la prossima dipartita di qualcuno.

Qualunque sia la sua forma, la Smara conserva la capacità di mutare aspetto, trasformandosi in oggetti oppure — come accade più spesso — rimpicciolendosi a piacimento per riuscire a penetrare nelle abitazioni attraverso fessure, preferibilmente dai buchi delle serrature o dagli spifferi sotto le porte.
Anche quando si fa minuscola, quasi un granello di polvere, il suo peso resta immutato: impercettibile nel passaggio, diventa però opprimente nel momento in cui la vittima dorme supina. In quel caso, la
Smara accresce la sua massa fino a schiacciare e soffocare la vittima addormentata, paralizzata dal terrore.
Si salva solo chi dorme sul fianco — soprattutto sul destro — perché così l’
Entità non riesce a portare a termine la sua opera.

L’ora in cui arriva è, per lo più, tra la mezzanotte e l’una, quando il sonno è già profondo.
A volte un lieve fruscio ne segnala la presenza; più raramente alita sul volto di chi dorme, osservando con piacere sottile, con occhi gialli come zolfo, chi — in preda al terrore — ne realizza la presenza.
È in quel momento che si siede sul torace e inizia a premere, divenendo insostenibile. 
In altri casi, il suo arrivo è annunciato da urla selvagge, inquietanti quanto lei.

Conteggi e scongiuri

Smara, smarada va per i boschi e par valada,
Conta quante reste che fa el lin,
Quante ponte che ha i spin,
Quanti assi che ha le grave,
Quanti chiodi che ha la nave,
E quante strade ha el Signor Idio
In prima de vegner sul leto mio.

Questo brano, cantato nel Trevigiano — e in particolare a Castelfranco, in Veneto — serviva a tenere lontana la Smara dalle abitazioni.
Il tono, evocativo e incantatorio, tipico degli scongiuri popolari, rivela la struttura di un conteggio infinito che, secondo la Tradizione, avrebbe lo scopo di intrattenerla a lungo, impedendole così di turbare il sonno della persona da
lei scelta per il tormento. 

Oggetti, soglie e pratiche di difesa

Come accade in alcune zone del Trentino, anche qui la Creatura ha l’aspetto e le dimensioni di una bambola vestita di rosso, che si posa sull’addome del dormiente e si allunga progressivamente, per opprimerlo con maggiore efficacia. In alcune letture già cristianizzate, viene persino identificata come la moglie del Diavolo.

L’idea della conta come forma di protezione ricorre anche nel Bellunese, in particolare a Gron, dove si ritiene che dormire stringendo in mano una pannocchia di granoturco sia un efficace modo per tenerla lontana e contrastarne gli intenti.

Esistono anche altri metodi di difesa: chiudere ogni possibile pertugio della stanza, tracciare il segno della croce — anche solo con la lingua— prima di dormire, meglio ancora se con acqua benedetta, e tenere un’acquasantiera accanto al letto.

Agli angoli del letto si raccomanda sempre di collocare piccoli piattini con del sale, oppure di appendervi un ramo di ulivo benedetto la Domenica delle Palme. Anche un pane capovolto sul comodino può fungere da deterrente per allontanare la sua intrusione notturna.

In area ladina, inoltre, si usava portare sul petto, come amuleto protettivo, una piccola scarpetta rossa modellata con la cera della candela benedetta nel Giorno della Purificazione di Maria (2 febbraio).

Anche finestre e porte andrebbero protette, appendendovi croci, amuleti o altri simboli sacri, come il pentacolo protettivo inscritto nel cerchio — il Drudenfuß — già trattato nell’articolo dedicato a Frau Drude, dove ne è stata messa in luce la funzione apotropaica, ampiamente attestata in molti contesti.

 



Varianti regionali e metamorfosi

Un altro metodo consiste nel tenere in camera da letto una bottiglia ben tappata: si racconta, infatti, che la Smara, afflitta da incontinenza, tenti di utilizzarla durante la notte. Nel tentativo di stapparla, produrrà un rumore che ne tradirà la presenza, permettendo così alla padrona o al padrone di casa di allontanarla. Esiste però anche una variante: la bottiglia, questa volta già riempita di urina dalla padrona di casa, costringerà la Smara a manifestarsi, chiedendo di “ossigenarsi” annusandone il contenuto.

In Friuli, uno dei rimedi tradizionali per allontanare la Smara consiste nel posizionare una scopa di traverso davanti alla porta: appena la vedrà, sarà costretta a inforcarla e andarsene.

In Veneto, e più precisamente nell’Alto Bellunese, esistono varianti in cui la Smara — nota anche come Smarva, Samara, Marza, Marzà, Zaccariola, Silvana, Druta o Pesarol — assume le sembianze di un piccolo uomo deforme, gobbo, dal volto grinzoso e con naso adunco. In alcuni casi può presentarsi anche sotto forma animale: una piccola scimmia o un topo.
Solo raramente si manifesta con sembianze femminili e, quando accade, il tormento può assumere anche una dimensione sessuale, con un rapporto forzato durante il sonno.
In altri contesti, come a Claut (Friuli) o a Ponte nelle Alpi (Bellunese), la figura della
Smara trascende il genere: viene descritta semplicemente come “il Genio vestito di rosso”.


Druta

I Cimbri — minoranza germanofona presente in Veneto in aree come l’Altopiano di Asiago e dei Sette Comuni (Vicenza), in Lessinia (Verona) e in Cansiglio (Treviso-Belluno), ma anche in Trentino nell’area dell’Alpe Cimbra (Folgaria, Lavarone, Luserna) — la chiamano Druta o Truta. Termini di sicura origine germanica, derivanti dal verbo “drutten”, con il significato di “premere” e, a sua volta originato dal termine arcaico “Drut” che significa “pressione”.

Se in casa non c’è nessuno, gli animali della stalla diventano i destinatari del trattamento oppressivo di questa Figura.

Secondo alcune Tradizioni, se non trova né esseri umani né animali da comprimere, la Smara/Trude può rivolgere le sue attenzioni anche agli alberi, ritenuti anch'essi suscettibili alla sua azione: tra tutti, le betulle sono ritenute particolarmente vulnerabili.

Appendere sulla porta della stalla un corno di caprone nero è tra i rimedi più utilizzati — nel Bellunese — per proteggere gli animali dalla morte per schiacciamento, così come attaccare sopra al letto un ramo di ulivo, pratica che ritroveremo anche in una leggenda della Val dei Mòcheni-Bernstol in Trentino, segno evidente di una commistione tra diverse tradizioni e pratiche protettive.


Marantega

Il termine Marantega, diffuso anche in molte aree del Veneto, deriva dall’Antico Tedesco “mar-rocheln”, che significa “Strega che rantola”.
Con questo nome viene indicata la creatura che si manifesta attraverso Incubi e Oppressioni Notturne.


Fracariola

Conosciuta anche come Fracoz o Fracaroe, la Fracariola è uno Spirito maligno ben noto nel territorio di Marcon (Venezia) e in alcune zone del Bellunese. Il nome deriva dal verbo “fracare”, che significa calcare, opprimere — ed esprime bene l’azione soffocante esercitata da questa Entità.

Un consueto metodo per liberarsi definitivamente della Fracariola prevede che, nel momento in cui la vittima si trova sotto il suo influsso, stringa tra le mani qualunque cosa abbia sottomano — indumenti, lenzuola, coperte — senza badare a cosa siano. Una volta liberatosi dall’oppressione, i tessuti vanno annodati insieme, tagliati e messi a bollire all’interno di una zucca riempita di vino.

Secondo la credenza, la donna che era venuta a “fracolar” si presenterebbe presto alla porta, per cercare di recuperare la propria anima, che sta soffrendo nella zucca.
A quel punto, per scacciarla definitivamente, l’uomo dovrebbe prenderla a
pugni e legnate, come tramandato dai racconti popolari.


Pesarol

Pesarol, già attestato come nome dell’Incubo nell’Alto Bellunese, ricorre anche in altre zone del Veneto, tra cui la Bassa Legnaghese, nel territorio veronese. Contro questo Spirito notturno vestito di rosso non esistono particolari difese se non riuscire ad alzarsi e colpirlo a suon di sberle! Impresa tutt’altro che semplice, data la paralisi indotta dal soffocamento che accompagna la sua presenza. Chi ne è vittima riferisce inoltre una forte sensazione di caduta nel vuoto, che alimenta il panico: è proprio da questa angoscia che il Pesarol trae nutrimento, divenendo sempre più pesante sul petto del malcapitato.


Calcarot o Calcaroti

È questa la denominazione con cui il Pesarol è conosciuto in altre aree del Veronese, così come in alcune zone delle province di Brescia e Trento.
Il nome affonda le sue radici nel verbo
calcare, già preso in esame a proposito della voce Fracariole, e richiama l’idea della pressione che opprime — tema centrale nell’immaginario legato all’Incubo Notturno.


Premevenco

I Premevenco sono Spiriti maschili appartenenti alla vasta schiera degli Incubi, e la loro denominazione sembra derivare direttamente dal verbo “premere”. Presenze leggendarie nella zona di Borca di Cadore, trovano corrispettivi — noti con il nome di Venco — anche ad Auronzo e in altre aree del Bellunese.

Come altre figure simili, i Premevenco colpiscono durante il sonno, generando un senso di oppressione e soffocamento. A questa caratteristica comune, si aggiungono tratti distintivi: si racconta, infatti, che siano in grado di assumere la forma di api, girando vorticosamente attorno a luci accese fino a inebetire chi li osserva, per poi colpirlo. Si dice inoltre che siano creature vendicative, da trattare con estrema cautela.

A Cortina d’Ampezzo, così come in Friuli, si racconta che, per scacciarlo, sia sufficiente premersi con forza un dito della mano o del piede destro. A Santo Stefano di Comelico, invece, si preferisce l’astuzia: l’uomo indossa la camicia della donna e la donna quella dell’uomo, confondendo così lo Spirito.

Come in altri casi già esaminati, anche in queste aree vi è l’uso di recitare una filastrocca in dialetto per tenerlo lontano, invitandolo a tornare il giorno seguente per ricevere, in questo caso, pane e sale.

Tra le circostanze che attirano l’intervento di questa Stria si ricordano la mancata condizione di battezzati, l’aver ascoltato bestemmie paterne quando si era ancora nel grembo materno e, in età adulta, la pronuncia errata del Credo in chiesa.


Chalçhut, Cjalcjut, Vencul, Matrizza, Mora, Mara, Pesarul, Sbilf, Fracule: le diverse denominazioni friulane dell’Incubo

Anche il Friuli conserva una notevole varietà di nomi per indicare l’Incubo Notturno, riflesso della ricchezza linguistica e della complessa stratificazione culturale della regione. La Creatura, nella Tradizione locale, appare spesso come un ometto gobbo dalle unghie affilate che, nel cuore della notte, sale una scala appoggiata alla finestra per introdursi nell’abitazione della vittima prescelta. Questa esperienza si manifesta spesso come il terribile sogno di essere gettati a terra da un’anziana che, sedendosi sul petto del malcapitato, gli impedisce di respirare.

Varianti urbane e strategie di vincolo

Matrizza è il termine con cui questo spirito si manifesta a Trieste. In questo caso assume una forma animale dai lunghi piedi che, seduto sul corpo della vittima, usa per avvolgerli intorno al collo e soffocarla. Ma se quest’ultima riesce a ribellarsi alla pressione notturna e a imbrigliare il demone tra le pieghe di una coperta che gli ha gettato addosso, può minacciarlo di morte. A questa scena lo spirito reagirà con lacrime, fingendo debolezza per suscitare compassione. Sarà in quel momento che il perseguitato potrà invitarlo — per avere salva la vita — a tornare il giorno seguente per chiedere scopa e paletta della spazzatura. La proposta, ovviamente, sarà accettata e, quando il giorno successivo si presenterà chi verrà a reclamare ciò che era stato pattuito, sarà accolto a bastonate e non si farà mai più vedere.
Se, inoltre, sotto le coperte si trova qualcosa di sospetto e lo si getta nel fuoco, oppure lo si affoga in una bacinella d’acqua — ad esempio un piccolo pezzo di legna carbonizzato — chi ha inviato il
Cjalcjút muore immediatamente.

Riconoscimento ed eliminazione

In altre versioni viene ricondotto alla figura di un orso o di una scimmia. Per liberarsi dall’influsso del Vencu basta ordinargli — non appena se ne percepisce la presenza — di sedersi su una pietra fuori da casa e mettersi a filare; finché non gli si darà licenza di allontanarsi, lo Spirito rimarrà vincolato a quell’ordine. Secondo varianti diverse, invece, l’invito a tornare il giorno dopo per ricevere del sale e del pepe sarà per lui irresistibile.

Oggetti e odori apotropaici

Quando assume forma umana, il Cjalcjút è descritto come uno Stregone capace di trasformarsi in qualunque creatura pur di cagionare sofferenza. Per difendersi, si consiglia di tenere un coltello sotto il cuscino, utile ad eliminarlo; anche le mele cotogne rappresentano un efficace mezzo apotropaico, poiché egli ne detesta l’odore.
Un’ulteriore protezione, non meno diffusa, riguarda i rametti d’ulivo che, come in altre aree, insieme alle foglie di vite, renderebbero impenetrabili la finestra su cui vengono appesi così come la toppa della serratura, nella quale vengono infilati.

Infanzia, numeri e soglie

I bambini, in special modo quelli di salute cagionevole, sono, secondo la credenza, i più soggetti agli attacchi dell’Oppressione Notturna. A tal proposito si tende a proteggerli facendoli passare — il giorno del battesimo — dalla finestra, oltre a recitare preghiere atte a tutelarli il settimo giorno dalla nascita, alla settima settimana di vita e al settimo anno.

In alcune varianti, lo Spirito può assumere anche l’aspetto di una gallina e, in tal caso, si ritiene necessario uccidere tutti gli esemplari presenti nel pollaio. A Trieste, invece, si racconta che possa manifestarsi sotto forma di un gatto nero. Per identificarlo, qualora si sospetti la sua presenza dietro un malessere notturno, si consiglia di colpire con un sasso l’occhio del primo gatto nero che si incontra: se il giorno seguente si dovesse incontrare una persona con l’occhio ferito e protetto da una benda, la sua natura sarà rivelata.
Sempre riguardo ai gatti neri, esiste un altro metodo per liberarsi definitivamente del Tormento: bruciare, nel prato davanti alla casa, il pagliericcio su cui ha dormito la vittima e attendere che il primo gatto nero si avvicini al fuoco. Quando ciò accade, bisogna colpirlo senza esitazione sino alla morte, ponendo così fine alla sua persecuzione.

L’atto di orinare — pratica apotropaica attestata anche in altre regioni — oppure, in alternativa, il semplice bere acqua, sono considerati un efficace mezzo di protezione.
Nelle Valli dell’Isonzo e nell'area di Idria (Slovenia), invece, si usa disegnare sulla porta d’ingresso o della camera da letto la sagoma di una testa di maiale, ritenuta capace di tenere lontano lo Spirito.

Figure affini e ambito slavo

La Mora o Morà appare essere una corruzione del termine MaraSmara — e presenta peculiari tratti bestiali, sebbene non meglio precisati. È una figura tipica della Val Resia in provincia di Pordenone, dove si racconta che succhi le mammelle dei dormienti (in merito, si può riscontrare un parallelismo in una leggenda della Val dei Mòcheni, in provincia di Trento nonché nell’area cimbra veronese). Contro le sue incursioni notturne, tra i rimedi adottati compaiono lo stratagemma della bottiglia e l’uso apotropaico del cosiddetto “Piede della Strega”, ossia il pentacolo o la sua variante a esagramma, tracciato direttamente sul corpo come forma di protezione.




In ambito slavo compaiono inoltre figure affini, come i Vokodlaky, lupi mannari ai quali viene attribuita un’azione di tipo vampirico nei confronti sia dei dormienti sia dei defunti. In questo stesso orizzonte culturale, anche la Mora è descritta come Entità che si introduce nelle abitazioni attraverso il buco della serratura per succhiare le mammelle delle vittime, continuando l’attacco fino all’uccisione qualora si tratti di bambini. Fra le denominazioni slave correlate al fenomeno dell’Oppressione Notturna compaiono i termini Vedomec e Vešča.

Etimologie e trasformazioni culturali

Il termine tedesco Trude, così come tutte le varianti di molte aree del nord est dell’Italia, rimanda al significato del Mahr germanico, che è anche base dei termini inglesi nightmare e francese cauchemar, ad indicare l’Incubo. Il lemma italiano, etimologicamente, attinge invece dal latino, dove incubare ha il significato di “sedere sopra”, e l’Incubus era appunto lo Spirito che effettuava questa oppressione.

Con Roma ed il Cristianesimo l’Incubo assumerà per le aree di influsso culturale latino un doppio nome svincolato dalla radice germanica, e si delineerà in una forma maschile: l’Incubus ed in una femminile: il Succubus. A partire da quel momento si svilupperà un’ampia letteratura su questa Entità soprannaturale.

Conclusioni

L’analisi condotta mostra con chiarezza come le molteplici manifestazioni della Smara — e delle figure affini che ne condividono l’origine — costituiscano un nucleo mitico di sorprendente coerenza, pur nella varietà dei contesti linguistici, geografici e simbolici in cui esse sono attestate. Le sue metamorfosi onomastiche e iconografiche, che spaziano — dalla Smarva alla Drude, dalla Fracariola al Pesarol, dal Premevenco al Cjalcjút —delineano un archetipo comune radicato nell’immaginario europeo sin dai tempi più antichi: quello dell’Essere Notturno che opprime, soffoca, schiaccia, altera il confine tra veglia e sonno, sospendendo la percezione ordinaria del reale.

L’intreccio fra credenze popolari, pratiche apotropaiche, scongiuri, filastrocche e racconti tramandati oralmente, delinea una mappa culturale complessa che attraversa Alpi, Prealpi e territori di confine, rivelando persistenti contaminazioni germaniche all’interno anche di aree romanze. La diffusione capillare di queste narrazioni conferma il ruolo della Smara — e delle sue molteplici varianti — come figura-limite capace di incarnare, in forme sempre rinnovate, i timori ancestrali.

Il percorso sin qui delineato non esaurisce naturalmente la complessità del fenomeno, ma intende offrire una base solida per ulteriori approfondimenti comparativi, sia sul piano linguistico sia su quello antropologico. Le storie raccolte — provenienti da vallate trentine, territori veneti, aree ladine, comunità cimbre e mochene — testimoniano infatti una continuità sorprendente, che merita di essere ulteriormente esplorata alla luce delle dinamiche di scambio culturale tra mondo germanico e i territori a sud delle Alpi.

La Smara, con i suoi molteplici nomi e volti, continua così a rappresentare un punto di osservazione privilegiato per comprendere come il folklore affronti, da secoli, l’esperienza universale dell’oppressione notturna. Ed è proprio questa capacità di sopravvivere alle trasformazioni del Tempo, mantenendo intatta la sua potenza simbolica, che la rende una delle figure più affascinanti del panorama mitico dell’Italia nordorientale.                                          






Immagini

* Copertina Generata con l’A.I.

* Tratte dall’archivio personale:

* 2. Ausstellung-Mostra: Stille Kräfte des Alltags Der Volksglaube—Le credenze popolari Forze segrete della vita quotidiana Burg-Castel Taufers 29.03. – 03.11.2024

* 3. Slovenski etnografski muzej, Ljubljana — Museo Etnografico Sloveno, Lubiana

Bibliografia

* Coltro Dino, Gnomi, anguane, basilischi Esseri mitici e immaginari del Veneto, del Friuli-Venezia Giulia, del Trentino e dell’Alto Adige, Cierre Edizioni 2012

* Coltro Dino, Leggende e racconti popolari del Veneto, Newton Compton Edizioni 1982

* Dal Lago Bruna, Storie di Magia, Lato Side Editori 1979

* Degiampietro Candido, Fiabe,leggende e saghe fiemmesi, Edizioni Pezzini 1988

* De Rossi Hugo di S. Giuliana, Fiabe e leggende della Val di Fassa, Istitut Cultural Ladin «majon di fascegn» 1984

* Garobbio Umberto, Alpi e Prealpi—Mito e Realtà Friuli Venezia Giulia, Edizioni Alfa 1980

* Martello Paola, Sette Volte Bosco Sette Volte Prato, Centro Documentazione Luserna—Trento Istituto Cimbro Luserna— Trento; Istituto di Cultura Cimbra Roana — Vicenza Curatorium Cimbricum Veronese—Verona, Editrice Veneta 2014

* Ostermann Valentino, La Vita in Friuli, Edizioni Biblioteca dell’Immagine 2019 (1894)

* Raffaelli Umberto, Leggende, Fiabe & Figure immaginarie delle Dolomiti, Editoriale Programma 2019

* Rosset Galliano, Superstizioni e miti della civiltà contadina, Editrice Veneta 2018

* Sebesta Giuseppe, Fiaba—leggenda dell’Alta Valle del Fèrsina e Carta d’identità delle figure di fantasia, Edizione Museo Provinciale degli Usi e Costumi della Gente Trentina—San Michele all’Adige 1973

* Seebold Elmar (a cura di), Kluge Etymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache23. Auflage, De Gruyter 1995

Sitografia

* Cfr. Frau Drude-Trude

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/frau-drude-trude.html

* Cfr. L’Alp

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/l-alp.html




lunedì 3 novembre 2025

Sotto l’incantesimo di Hex: i Faun stregano Lipsia. Un concerto tra evocazione pagana, poesia nordica e magia musicale



 

La mattina del 17 gennaio — mentre lavoravo — mi arrivò una mail con le date del nuovo tour dei Faun, previsto per il 2025. Per un attimo, tutto si fermò. Era da anni che desideravo vederli dal vivo — io che li seguo dai tempi di Totem, nel 2007. La loro estate sarebbe trascorsa tra un lungo tour negli Stati Uniti e due date anche in Messico e Brasile, oltre a diverse partecipazioni a festival a tema pagano sparsi in tutta la Germania, prima di dare inizio ai concerti europei.

I miei pensieri tornarono presto all’attività lavorativa, lasciando sfumare quel momento in cui le loro melodie, per un istante, mi avevano fatta viaggiare. A pranzo, però, quel richiamo tornò. Riaprii la mail, iniziai a scorrere le date, erano comprese tra l’ultima decade di settembre e la fine di ottobre.

Scorsi dall’alto in basso, e viceversa, la lista di località un paio di volte, poi, mossa da un gesto istintivo, scelsi: 7 ottobre, Lipsia.
Non sapevo cosa mi avrebbe riservato ottobre, di solito i miei viaggi vengono prenotati senza grandi tempi di preavviso, e sapere con mesi di anticipo cosa sarebbe potuto succedere in autunno non era affatto prevedibile.

Il posto c’era! Poltrona 5, sezione centrale, proprio di fronte al palco.
Faticavo a crederci. Riguardavo la schermata della prenotazione. Il biglietto sarebbe arrivato per posta.

Sono passati i mesi, e il 7 ottobre è finalmente arrivato.
Devo dire che, nella scelta della città sede del concerto, non avevo considerato — almeno non in modo consapevole — che proprio a Lipsia, città sassone, è sepolto Johann Sebastian Bach, il compositore classico che amo di più sin da quando ero giovanissima.

Quale migliore occasione, allora, per conciliare la partecipazione al concerto con una visita alla chiesa luterana di St. Thomas? Che emozione, quando — una volta arrivata — fin da fuori delle imponenti porte gotiche della chiesa, potevo udire un organo suonare.
Solo in seguito ho scoperto che ogni giorno, nelle ore centrali, vengono eseguiti brani di Bach.





La chiesa è grande, e la tomba del compositore si trova nell’ampio coro, proprio di fronte all’altare.

Essendo andata la domenica successiva all’Erntedankfest, Festa del Ringraziamento per il Raccolto, ho trovato anche le offerte stagionali d’autunno. Ho così scoperto che questa Tradizione, celebrata anche in Provincia di Bolzano e di evidente origine pagana, non è stata tramandata solo nelle comunità cattoliche, ma anche in quelle protestanti.



Con il passare delle ore, ho sentito che era il momento di cercare il
Gewandhaus. Solo allora ho scoperto che è considerato un vero e proprio tempio della musica classica nel cuore di Lipsia.

Una volta individuata la struttura — erano circa le 17 — sono stata assalita da diverse perplessità: non c’era nessun manifesto che confermasse che il concerto dei Faun si tenesse davvero in quell’auditorium.

Le porte principali erano chiuse — il concerto era previsto per le 19:30 — così ho iniziato a girare attorno all’edificio, cercando un ingresso secondario o qualche cartello. Sono riuscita ad accedere al foyer del teatro, uno spazio dominato da geometrie essenziali, giochi di vetro, cemento e metallo. Un’architettura imponente e razionale. Ma ancora, nessuna traccia dei Faun.

Però, il primo indizio che mi ha fatto pensare di essere nel posto giusto è stato un grande bus nero a due piani, parcheggiato accanto all’ingresso secondario dove poco prima avevo cercato informazioni. Sul fianco c’era scritto Zeppelin, e altri due mezzi lo accompagnavano. Un Puffo, appoggiato sul cruscotto, davanti a due tendine tirate a coprire il vetro, mi ha strappato un sorriso e un sospiro di sollievo: qualcosa, in quel piccolo dettaglio, mi ha suggerito che ero nel posto giusto. Finalmente.





Potevo quindi cercare qualcosa da mangiare prima dell’evento.

Mentre, lasciandomi alle spalle il bus nero con targa austriaca, camminavo con lo sguardo tipico di chi — non conoscendo il luogo — guarda verso un punto non meglio precisato, ero in cerca di... in questo caso, un posto dove mangiare un panino.

Diretta verso l’area dove poco prima avevo intravisto la scritta Alma Mater Universität, ho incrociato alcune persone che si muovevano con passo rapido, rendendomi conto, quasi subito, che, a pochi centimetri da me, erano passati Stephan e Adaja, affiancata da un bambino su cui il mio sguardo si era soffermato. Solo pochi istanti dopo ho realizzato di chi fosse il figlio. Così mi sono ritrovata a esclamare ad alta voce, mentre mi voltavo: Adaja!

Il bambino, non lontano da me ma in direzione opposta, si è girato. Lei — Adaja — insieme a Stephan, ha proseguito con andatura decisa verso l’interno del teatro. Tutta felice per averli incrociati, ho ripreso il mio cammino in direzione di un locale di cui avevo intravisto la presenza. Un attimo prima di entrare, mi è passato davanti anche Neil.
Lì mi sono girata a guardare i suoi lunghi
dreadlocks — le treccine rasta — che gli arrivano fin alle gambe. Ora potevo cenare tranquilla e attendere di entrare per godermi lo spettacolo.

Finalmente le porte del Gewandhaus si sono aperte, illuminando una struttura architettonicamente davvero singolare, con una vista spettacolare — attraverso le immense vetrate — sulla piazza antistante.

Una volta presa posizione, ero talmente incredula del posto in cui mi trovavo! Lì, di fronte a me, un grande palco allestito con strumenti medievali, tra cui la nyckelharpa — uno strumento cordofono di origine svedese — che sarebbe poi stato suonato proprio da Oliver, frontman e fondatore dei Faun.

Sul fondo del palco, il drappo scenografico — chiamato in gergo tecnico backdrop — riportava l’immagine che è anche la copertina dell’ultimo lavoro uscito il 5 settembre: HEX. Dominano i toni freddi e nebbiosi, la scena evoca un’immagine arcana quanto onirica. Al centro, un volto femminile emerge dalla penombra: enigmatico, in estasi, sospeso tra sogno e rituale. Attorno al capo si stagliano i cicli lunari — da luna nuova a piena. A contornare questa immagine due profili di teste di cervo le cui corna simili a rami contorti e spogli, si aprono a ventaglio, incorniciando la figura e fondendosi con sagome arboree. Da queste corna si diramano raggi di luce — ad evocare chiaramente l’appartenenza della Strega ad un Culto luni—solare così come era nell’Europa autoctona, così come fu anche per le popolazioni celto—germaniche. Sopra, campeggia il nome del gruppo, FAUN, con un font spigoloso e gotico, mentre in basso il titolo HEX trae origine dal termine tedesco Hexe ovvero “Strega” affrontando il tema da un’angolazione completamente diversa rispetto alle consuete versioni stereotipate.
I Faun approcciano quindi l’argomento della Stregoneria da un punto di vista musicale, dopo un’attenta ricerca sulla materia, e soprattutto ponendosi una domanda cardine:
perché, ancora oggi, si teme la figura delle “Streghe cattive” più di chi, storicamente, le ha mandate al rogo?



Dopo essermi guardata intorno, la seconda cosa che mi ha colpita è stata l’età del pubblico: pensavo di essere l’unica — o una delle poche — “diversamente giovani” in sala.
E invece no: tra il pubblico c’erano anche diverse signore e signori ben oltre i settant’anni, a conferma che la musica dei Faun parla a tutte le generazioni, dai più giovani ai meno giovani.

Si spengono le luci ed inizia il concerto. Che emozione!

Ben presto mi rendo conto di essere, in effetti a “tre concerti” in uno. La prima band di supporto ai Faun non è stata solo una scoperta, ma una vera e propria rivelazione.
I componenti del duo Pettersson & Fredriksson si sono alternati in musiche della tradizione pagana svedese, alternando suoni arcaici e atmosfere incantate. Tra le loro esibizioni, ho scelto di condividere con voi
Vals, un pezzo strumentale che compare anche in Hex.
Si racconta che, prima di essere decapitate, le Streghe svedesi ne chiedessero l’esecuzione come ultimo desiderio: quella melodia, dicevano, evocava la libertà perduta e l’eco della natura che portavano dentro.



Dopo l’intenso inizio del concerto, è salita sul palco una band decisamente fuori dal comune: Ye Banished Privateers, una formazione svedese numerosa e scenica, vestita da pirati del XVII secolo. Il loro stile è travolgente, con ritmi incalzanti; cantano di pirateria scandinava e irlandese. Pur non essendo nelle mie corde abituali, ho trovato la loro esibizione impeccabile e ricca di energia. Una menzione speciale va alla cantante, la cui voce — intensa, graffiante e ricca di sfumature — ha saputo dominare la scena con intensità.

Il video che vedrete è l’unico che ho registrato tra i vari brani proposti: è uno dei pochi pezzi soft della loro scaletta, che — come accennato — era per il resto decisamente scatenata.

Un piccolo imprevisto tecnico, intorno al quinto minuto, ha fatto partire per una trentina di secondi la base di un altro brano.
Ma loro, con grande professionalità, hanno continuato a cantare, riprendendo la strofa finale con naturalezza non appena il fisarmonicista è riuscito a spegnere l’audio errato che stava prendendo il sopravvento sul brano in esecuzione.
Quando si dice: il bello della diretta!



Dopo la seconda esibizione, le luci si sono abbassate e il teatro è sprofondato in un silenzio denso, teso, come sospeso tra i chiaroscuri del palco e l’attesa di qualcosa di antico e potente.
Le porte del backstage si sono aperte lentamente. Da quella soglia, come emersi da un altro tempo, sono apparsi i Faun: Adaya sulla sinistra, Oliver al centro, Laura sulla destra. Alla sinistra di Adaya, Stephan; alle loro spalle, in posizione rialzata, Alex e Neil.
Tutti al loro posto, pronti a dare inizio a un racconto in musica, tra ombre, magia e memorie perdute.

Quel momento sospeso si è trasformato in suono: Adaya ha aperto il concerto con Belladonna dal ritmo quasi ipnotico. A seguire, tutta una serie di altri brani tratti dal loro ricco repertorio — uno più coinvolgente dell’altro — tutti legati dal filo conduttore della Stregoneria, trait d’union tra le diverse canzoni.
Belladonna, ad esempio, non l’ho registrata, ma — essendo proprio lì, a portata di palco — ho potuto filmare molte altre esibizioni successive. Ne trovate alcuni estratti video: vi consiglio di guardarli a schermo intero per lasciarvi avvolgere meglio dalle atmosfere che quella sera si sono create.

Walpurgisnacht, la Notte di Santa Walpurga celebrata il 30 aprile, affonda le sue radici nella Tradizione germanica come la Notte delle Streghe per eccellenza. In questa data, secondo il folklore, Streghe e forze arcane si radunavano sui monti — come il Brocken nello Harz — per danzare intorno ai falò e compiere antichi riti propiziatori.
La
Walpurgisnacht ha ispirato anche la letteratura. Compare, infatti, nel Faust di Goethe, dove l’incontro tra Mephistophele e le Streghe avviene proprio durante questa notte.
A questo immaginario si ispirano anche i Faun, che le hanno dedicato un brano, evocando in musica atmosfere rituali e visioni pagane, tra tamburi, flauti e voci che sembrano provenire da un’altra epoca.




Lament è stato, senza dubbio, il momento più toccante e intimo dell’intero concerto. Prima di iniziare a cantare è apparso un drappo con il ritornello in gallese. Con un semplice gesto, Oliver ha invitato l’intero teatro a unirsi nel canto, trasformando Lament in un momento corale di grande coinvolgimento.
Il brano affonda le sue radici in un antico canto funebre del nord dell’Inghilterra —
Lyke Wake Dirge. Nei versi dei Faun riecheggia il legame con Annwn, l’Oltremondo della mitologia gallese.

Questo Regno, spesso descritto come un’isola immersa nella nebbia, è anche il cuore simbolico del video ufficiale che accompagna il brano — probabilmente il più suggestivo realizzato finora dai Faun.
Nel video, la Morte non è però rappresentata dal Dio Arawn, come nel mito gallese, ma da una figura femminile che evoca i tratti di Hel, Dea gemanica legata alla Morte e alla Rinascita, figura centrale nella Tradizione precristiana europea.




In un’intervista, Adaya ha spiegato come la Morte sia un evento ineluttabile per ogni essere umano; nella scena in cui l’uomo l’abbraccia e si lascia cingere da Lei, emerge la potenza simbolica dell’accettazione, che diviene passaggio e rinascita.
Molto evocativa, nel video, anche l’immagine in cui, dalle sue mani, i fiori appassiti tornano a vivere.

Oltre alle strofe originali in gallese antico, i Faun hanno rielaborato il brano arricchendolo con cori, strumenti antichi e un’emotività profonda. Lament è stato dedicato a Jürgen Schneider, tecnico del suono e amico della band, scomparso tragicamente nel 2023 dopo oltre dieci anni di concerti e palchi condivisi.

This ae nighte, this ae nighte
Every nighte and alle
Fire and fleet and candle-lighte
The Gods receive thy saule

Traduzione:

Questa sola notte, questa sola notte.
Ogni notte e per sempre.
Fuoco, focolare e luce di candela.
Gli Dei accolgano la tua anima.




Quando è stato il turno di Andro, i ricordi mi hanno riportata a circa quindici anni fa, durante un fine settimana di rievocazioni medievali a Sand in Taufers—Campo Tures.
Fu lì che la ascoltai per la prima volta, suonata all’interno di un programma musicale che fungeva da cornice all’evento.
Il brano, ispirato a una ballata medievale bretone, rimane uno dei più coinvolgenti che io abbia mai ascoltato.




Sempre dalla letteratura gaelica nasce Gwydion, ispirata al Mago della Tradizione celto—britannica: una canzone che originariamente è stata incisa in collaborazione con il gruppo svizzero Eluveitie.
In questo brano, come anche in
Galdra, la potenza e l’estensione vocale di Laura emergono forti e cristalline.



Galdra, la canzone dell’Incanto, nella sua versione originale del 2021 aveva visto la partecipazione di Lindy-Fay Hella, voce norvegese dei Wardruna.
Questo brano ha richiesto uno studio approfondito dell’
Edda, come ha dichiarato Oliver, Magister Artium di letteratura medievale.
La ricerca si è concentrata su un passaggio
 noto come Lokasenna, in cui Loki insulta le Divinità — incluso Odino — accusandolo di praticare arti magiche femminili.

Questo elemento controverso viene reso in musica attraverso il ritmo ipnotico dei tamburi, simbolo della trance estatica che accompagna il gesto stregonico.
Nel video, una donna attraversa un bosco, incontrando le forze primordiali della natura: un cammino iniziatico che culmina in una rivelazione.
Alla fine del viaggio, lei “ricorda” di essere Odino.
Una rappresentazione in chiave femminile della Divinità, pensata non per sostituire il mito, ma per riaffermare che le donne incarnano il potere della Stregoneria nella sua forma più arcaica e profonda.



Iduna, la Dea del mito norreno citata anch'essa nell’Edda, è la custode delle mele dell’eterna giovinezza: nutrimento divino che assicura l’immortalità agli Dei.

Il brano a Lei dedicato si è aperto con potenza grazie alle voci di Adaya e Laura, per poi crescere grazie all’ingresso del duo Pettersson & Fredriksson, che si sono uniti a Oliver in un intreccio sonoro ricco e avvolgente.



Il grande palco ha permesso ai musicisti di avvicinarsi al pubblico, rendendo l’esperienza ancora più intensa e partecipata. La stessa scena si è verificata con Wind und Geige, rendendo la performance ancora più coinvolgente.



Hare Spell
, ovvero l’Incantesimo della Lepre, è la trasposizione musicale di una confessione di Stregoneria: quella di Isobel Gowdie, processata in Scozia nel 1662.

Dalle sue parole emerge la capacità di trasformarsi in lepre per compiere incantesimi — un’immagine fortemente radicata nella Tradizione folklorica nordica.
Nel brano fa la sua comparsa anche la figura del Diavolo, riprendendo il cliché ricorrente che ha segnato secoli di persecuzioni e processi in tutta Europa.




Un arcaico passato che riaffiora, evocato da suoni che dialogano con la modernità. Tra cornamusa, flauto, ghironda, tamburo, nyckelharpa ed elettronica prende forma una musica che è collegamento tra epoche, tratto distintivo e inconfondibile dei Faun.
Abili tessitori di ponti sonori, suonano una musica che trae origine dallo studio di testi medievali che riecheggiano di antiche Tradizioni e ritmi arcaici, capaci di risvegliare reminescenze sopite nel profondo.



Oggi e ieri si fondono così in un infinito fluire che chiamiamo Tempo ma che rappresenta solo una presenza continua di Sacro e Rituale che emerge da ogni nota, in melodie che portano fuori dai confini ordinari. Il loro non è stato solo un concerto da guardare ed ascoltare ma esperienza da attraversare con l’Anima: ogni nota ha vibrato come antica memoria. Il tempo si è dilatato, tornando circolare come in ogni autentico incanto. L’imponente voce di Laura è stata richiamo rituale; l’affascinante suono della cornamusa di Adaja ha evocato mondi remoti; insieme a Oliver, Stephan, Neil e Alex, i Faun hanno trasformato il palco in uno spazio sospeso di mistero e meraviglia nel quale la musica ci ha condotto in un viaggio di suoni, note e parole che hanno penetrato la dimensione oscura, ancestrale e spirituale della Stregoneria Europea.







Immagini e video

* Tratti dall'archivio personale

Sitografia

*Faun — Sito ufficiale 

mercoledì 29 gennaio 2025

St. Jakob, Thuins — S. Giacomo, Tunes (Wipptal — Alta Valle Isarco, BZ)








Poco più in basso di Telfes—Telves, ad un’altitudine di 1065 metri, si trova Thuins—Tunes, una piccola frazione di Sterzing—Vipiteno costituita da una manciata di case. Qui si trova una chiesa dedicata a San Giacomo (Jakob), che reca sulla facciata la conchiglia del Cammino di Compostela. In passato, il luogo di culto era dedicato a San Lorenzo (Lorenz).




L’interno, sebbene più grande, è meno ricco rispetto alla chiesetta di Obertelfes—Telves di Sopra vista precedentemente. Anche qui è presente un sistema d’allarme, che non permette di avvicinarsi più di tanto all'altare. Mi colpisce l’ovale sospeso dall'arco trionfale che incornicia una Madonna con Bambino. L’elemento lunare ai piedi della Vergine, simbolo ricorrente in altre opere sia lignee che pittoriche, è ben evidente. L'immagine così collocata genera un impatto visivo di grande intensità.




La particolarità più rilevante è però un grande affresco situato sulla parete nord, a sinistra entrando. Si distingue non solo per le sue dimensioni, ma anche per una scritta in caratteri gotici, datata 1715, che descrive la Madonna Nera dell’Abbazia Benedettina di Einsiedeln, in Svizzera. Questo luogo, il principale centro di venerazione mariana della Confederazione Elvetica, è parte, così come Thuins—Tunes, del Sentiero di San Giacomo. Questa immagine solleva una domanda spontanea: cosa ha portato a rappresentare questa Madonna Nera in un affresco così distante (oltre 300 chilometri) dal famoso santuario svizzero?








Immagini
* Tratte dall'archivio personale

Sitografia
* Cfr. Tra Santi e Antichi Dei: brevi soste fra Arte e Luoghi di Culto sospesi nel Tempo








St. Vitus, Obertelfes — S. Vito, Telves di Sopra (Ridnauntal — Val Ridanna, BZ )




Una breve gita mi ha portata il 30 dicembre 2024 in due località, non lontane da  Sterzing — Vipiteno: Obertelfes —Telves di Sopra e Thuins — Tunes. 

1. Vista anteriore della chiesa dedicata a S.Vito che si affaccia sul cimitero



Sono partita da Obertelfes — Telves di Sopra, frazione di Ratchings — Racines. Il borgo è ubicato a un’altitudine di 1720 metri e mi ha attratta, ancora una volta, grazie alla chiesetta posta su un’altura e dedicata a S. Vito (Vitus). È straordinario pensare come un luogo di culto così ricco d’arte si trovi dove abitano meno di 300 persone. L'area di Telfes — Telves, però, custodisce una storia antichissima: era già popolata prima dell'epoca romana, come dimostrano i ritrovamenti archeologici. Considerato il più antico insediamento della Ridnaundtal —Val Ridanna, risale al IX secolo. È probabile che i Bajuvari abbiano abitato queste valli solo a partire dal VI secolo, mentre la toponomastica offre testimonianze documentarie risalenti al XII secolo.


2.3. Il panorama di cui si gode dall'altura sulla quale 
è ubicata la chiesa di S. Vito


L’esterno della chiesa, parrocchia del luogo, è semplice, ma l’interno colpisce per la sua sorprendente ricchezza decorativa. Tante opere d’arte adornano la chiesetta, che è così preziosa da avere un sistema d’allarme installato che non permette di avvicinarsi troppo all’altare. 


4. Interno della chiesa visto dal coro: a sinistra l'altare con la Madonna con Bambino


Un dipinto di S. Vito spicca sul medesimo altare, accanto ai simboli che lo rappresentano: il calderone e il gallo, quì raffigurato in un colore diverso dal consueto bianco, tipico dell'iconografia del Santo.

È però l’affresco del soffitto, anch’esso dedicato alla sua testimonianza di fede, a costituire il capolavoro della chiesa. Il dipinto, infatti, fu realizzato nel 1826 da Leopold Puellacher di Innsbruck, pittore di corte dell'impero austro—ungarico. 


5. L'affresco sul soffitto effettuato, nel 1826, dal pittore di corte austro—ungarico Leopold Puellacher di Innsbruck


Sulla sinistra, poco prima dell'arco che introduce al presbiterio, un altare con Madonna con Bambino, che suscita sempre in me un interesse nell’analisi del Sacro Femminile cristiano e che si sovrappone a siti arcaici. La posizione della chiesa, del resto, lascia immaginare un’origine cultuale ben precedente a quanto attestato dalle fonti storiche arrivate sino a noi. 


6. L'altare ripreso al meglio dalla posizione consentita. Al centro, il dipinto di San Vito con i suoi simboli: il gallo e il calderone 


All’esterno, accanto alla porta principale in legno, si trova una finestra con una cornice decorata, nella parte superiore della quale si trovano un gallo stilizzato, sormontato dalla data 1522. Questo, insieme alla cornice che segue il perimetro della porta dotata di intagli, è uno dei pochi elementi originali sopravvissuti all’incendio che devastò la chiesa nel 1783.


7. Il timpano quadrangolare, datato 1522, opera del Maestro di Vipiteno Hans Scheiter. Spicca il gallo bianco, uno dei simboli di San Vito


Dal cimitero, si gode una splendida vista sul panorama circostante. E sempre dal cimitero si sale attraverso strade scoscese che offrono il passaggio tra strutture ricettive e antichi masi. Sono proprio questi ultimi a colpire la mia attenzione. Specialmente uno, per i simboli di croci solari sulla struttura in legno, segni di protezione per stalle e fienili.


8. Il cimitero, una delle poche aree in cui la neve caduta sembra resistere più a lungo 



9.10. Croci solari su antichi masi a protezione di fienili e stalle



11. La chiesa di San Vito ripresa dalla strada che, partendo dal basso, porta fino alla sua posizione 



Immagini
* Tratte dall'archivio personale

Sitografia
* Cfr. Tra Santi e Antichi Dei: brevi soste fra Arte e Luoghi di Culto sospesi nel Tempo