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domenica 24 novembre 2024

Il Rito del cero commemorativo per i defunti dell’ultimo anno. Una tradizione del Sudtirolo in Allerseelen – nel Giorno dei Morti






Il primo novembre rappresenta, a tutti gli effetti, uno spartiacque all’interno del calendario agricolo. Termina un anno, completato il tempo del raccolto, la terra entra in un profondo sonno, avvolta dal silenzio della stagione fredda. 

Secondo il calendario cristiano cattolico, questa data introduce un periodo di riflessione e memoria: il primo e il due novembre sono dedicati alla celebrazione dei Santi e dei Morti. Ma queste ricorrenze affondano le loro radici in un passato più remoto. Del resto, il “culto degli antenati” rappresenta l’origine di ogni religione (Spencer 1877). Lo stesso culto degli eroi deriverebbe dalla divinizzazione degli antenati, e le Divinità trarrebbero origine da un processo affine. Tra i Celti, infatti, questo momento dell’anno aveva un’importanza centrale nella vita comunitaria: Samonios o Samhain — come oggi è meglio conosciuto — rappresentava il Capodanno, una festa in cui si rinnovava il legame profondo tra vivi e morti. Non esisteva una netta demarcazione fra il mondo dei vivi e quello dei defunti, ed un morto non era mai completamente morto, poiché morire non era lasciare la vita ma solo mutare uno stato all’interno di essa. Le celebrazioni iniziavano il 31 ottobre e si prolungavano per undici giorni, fino a quello che oggi è noto come il giorno di San Martino. Con l’avvento del Cristianesimo, molte di queste tradizioni furono assorbite e rielaborate nel calendario liturgico.




La Chiesa seguì diversi passi per giungere alla celebrazione che conosciamo oggi. Nel VI secolo fu istituita una giornata dedicata alla commemorazione dei martiri della Chiesa latina, fissata in prossimità della Pasqua per richiamare il legame della sofferenza — comune ai martiri e a Cristo — al tema della resurrezione. 

Durante il pontificato di Papa Bonifacio IV (608-615), questa celebrazione fu spostata al 13 maggio. Solo due secoli più tardi, Gregorio IV, pontefice dall’827 all’844, stabilì che la festa fosse celebrata il primo novembre, sperando di portare un cambio di passo nel diffuso “anno celtico”. Sebbene questa festa, dedicata a tutti i Santi, esistesse già in alcune aree, con Gregorio IV fu estesa a tutta la Chiesa Cattolica. Questa ricorrenza pur essendo rivolta ai Santi, evoca già il ricordo dei Defunti.

La prima celebrazione del Giorno dei Morti si attribuisce a Sant’Odilone di Cluny, che il 2 novembre del 998 introdusse questa ricorrenza nel monastero omonimo con l’intento di pregare per le anime dei defunti, soprattutto per quelle che si trovavano in Purgatorio, in modo da favorire il loro passaggio verso la salvezza eterna. Tuttavia, secondo il teologo e scrittore Isidoro di Siviglia, le origini di questa festa risalirebbero già alla prima metà del VII secolo. La celebrazione fu poi ufficialmente istituita nel 1006 da Papa Giovanni XVIII.

Oggi, tra le montagne del Sudtirolo e nelle regioni germanofone, il Giorno dei Morti è un’occasione per rinnovare il legame con coloro che non ci sono più, attraverso tradizioni che coniugano fede, memoria e comunità.

Il Giorno dei Morti, o Commemorazione dei Defunti, è conosciuto in Sudtirolo e nel mondo germanofono come Allerseelen, che significa letteralmente “Tutte le Anime”. Questo momento dell’anno rinnova una tradizione molto particolare: quella del "cero commemorativo" per i defunti dell’ultimo anno. Fra queste montagne, i cimiteri sono particolarmente curati, e il periodo dei Morti esprime un forte senso di comunità.




Le bacheche esterne alle chiese sono ornate con le foto di coloro che hanno lasciato questo piano d’esistenza, decorate con foglie secche o rametti di sorbo, e accompagnate da scritte che, con delicatezza e profonda malinconia, esprimono il senso della morte all'interno della vita. Tra queste si leggono frasi come: “Leise weht ein Blatt vom Baum und nichts ist mehr so, wie es einmal war”(‘Una foglia cade piano dall’albero e nulla è più come prima’), oppure “…und bis wir uns wiedersehen, halte Gott Dich fest an seiner Hand”(‘…e finché non ci rivedremo, possa Dio tenerti stretto nella sua mano).




In questo giorno, gli altari delle chiese espongono un cero per ogni defunto dell’anno passato, che al termine di una celebrazione viene donato a figli o parenti per essere acceso sulla tomba.




Ricordo ancora molto bene quella mattina di fine ottobre, mentre ero indaffarata a svuotare la casa di mamma, circa un mese dopo la sua morte. Suonò il campanello: era una signora che già conoscevo. Dopo aver rinnovato le sue condoglianze, mi porse un bigliettino, spiegandomi che il 2 novembre, nella chiesa parrocchiale, ci sarebbe stata una liturgia della Parola per ricordare i defunti dell'ultimo anno. Presi il biglietto, immaginando una messa simile a quelle a cui ero abituata.




Così, puntuale, il 2 novembre mi recai all'appuntamento e, entrando, notai subito dei piccoli ceri bianchi disposti in fila, di cui ignoravo la funzione. Non c'erano molte persone, sparse tra i banchi della chiesa barocca dedicata a Heiligen Margareth (Santa Margherita). La prima cosa che mi colpì fu che l'intera liturgia era officiata al femminile: furono donne a leggere le Scritture e a ricordare, mese per mese, chi ci aveva lasciato, in un silenzio carico di malinconia che rendeva ancor più intenso il senso della Morte.




Al termine della celebrazione, mi avvicinai alla signora che mi aveva invitata. Intanto osservavo come, man mano che i parenti dei defunti si avvicinavano all'altare, venisse loro consegnato un piccolo cero collocato in un semplice vasetto di vetro. Nessuna scritta, nessuna immagine, solo un cero bianco, il cui stoppino, annerito, indicava che era già stato acceso.




La signora mi spiegò che quella piccola candela era stata accesa con la fiamma del cero pasquale e che, secondo la tradizione, doveva essere portata sulle tombe. Sebbene mia madre non fosse sepolta in questo paese, anziché tornare subito a casa, seguii il piccolo corteo di una decina di familiari che si dirigevano al cimitero; ero curiosa di vedere di cosa si trattasse. Nel frattempo era calato il buio più completo. Arrivati al cimitero, deserto a quell'ora, i familiari dei defunti dell’anno – coloro che erano mancati tra il 2 novembre dell'anno precedente e quello corrente – accesero il cero e lo aggiunsero alle altre candele che qui illuminano quotidianamente le tombe, raccogliendosi poi in preghiera. Nel periodo dei defunti, queste luci si uniscono a composizioni di piante simboliche — come l’abete, il melograno e il cardo selvatico — diffuse in tutta l'area germanofona, dal Sudtirolo all'Austria e alla Germania. Con il tempo, ho notato come la tradizione del “cero commemorativo” si diversifichi da una chiesa all’altra. In alcune, i ceri bianchi lasciano spazio a versioni più grandi, decorate con croci dorate o colorate, con i nomi dei defunti e, talvolta, con scritte legate al periodo, come preghiere o pensieri dedicati.




Le usanze legate alla morte testimoniano il profondo legame tra vivi e defunti, specialmente nel contesto sudtirolese, dove i cimiteri, generalmente, sorgono intorno alla chiesa parrocchiale, la quale è parte integrante del tessuto comunale e comunitario. 




Questa zona non si uniforma alle disposizioni dell’Editto di Saint-Cloud, emanato da Napoleone Bonaparte nel 1804, che impose l’obbligo di collocare i cimiteri fuori dalle mura comunali per ragioni igienico-sanitarie, estendendo la norma dalla Francia ai territori sotto il suo controllo. In Sudtirolo, invece, i cimiteri restano nei centri abitati, intorno alle chiese, rappresentando una particolarità storica e culturale che differenzia questa Provincia dal resto d’Italia.

La particolare conformazione climatica e territoriale dell’area, soprattutto nei piccoli centri e nelle zone di montagna, ha contribuito a evitare problematiche sanitarie legate ai luoghi di sepoltura, rendendo inutile uno spostamento forzato. Inoltre, in questa Provincia come in Austria, Germania e Svizzera, separare i cimiteri dalle chiese avrebbe significato rompere il legame tra i defunti e la loro comunità, una scelta ritenuta inaccettabile. I cimiteri, infatti, rappresentano un’estensione del rapporto tra vivi e morti, un vincolo che li unisce come parti di una stessa collettività. 




Dopo aver descritto questa tradizione legata al Tempo dei Morti, è interessante riflettere su alcuni simbolismi più ampi in un’ottica di tipo culturale. Da tempi antichissimi, infatti, il fuoco ha ricoperto un ruolo centrale nei rituali e nelle credenze dei popoli, simboleggiando non solo la luce, ma anche la purificazione, la trasformazione e la protezione. 

Ogni azione di tipo rituale, qualunque sia la sua matrice, racchiude una serie di valenze che rivelano lo "stato" profondo delle cose. Esaminiamo ora il termine, concentrandoci sui riti funerari da un punto di vista strettamente antropologico, indipendente da collegamenti liturgico-religiosi, già introdotti in precedenza. 

Un rito è un insieme di comportamenti, parole, canti e oggetti utilizzati o trattati in modo specifico — creati o distrutti — che possiedono virtù intrinseche e producono effetti simbolici o reali. Derivante dal latino ritum, a sua volta di origine indoeuropea, con il doppio significato di “cerimonia religiosa” e “costume, abitudine” (Zanichelli 2022). Come evidenziato dalla Treccani, è semanticamente affine al greco ἀριθμός, termine con il significato di numero, che richiama i concetti di ordine e regolarità, elementi che ritroviamo nei riti come atti stabiliti e ripetuti. In Sanscrito, il termine ha una doppia valenza: indica sia “misurato” sia “ordine cosmico”. Questo significato sia oggettivale che nominale, rimanda a un “ordine” stabilito dalle Divinità, che funge da legge universale per regolare il Mondo. 

Da tempi antichissimi, il fuoco ha rappresentato un simbolo universale, associato a molteplici significati: purificazione, rigenerazione, protezione e continuità. Elemento materiale e insieme simbolico, funge da ponte tra mondi diversi, creando punti di connessione capaci di generare trasformazioni. Questo simbolismo si riflette anche nella tradizione cattolica locale del “cero commemorativo”, acceso con la fiamma del cero pasquale. Questo gesto richiama la luce di Cristo e il rinnovamento spirituale, ma riecheggia anche i fuochi rituali arcaici diffusi tra le popolazioni europee, invocati per protezione divina e trasformazione, aspetti cui accenniamo senza addentrarci oltre in questa sede. Ogni rito, in ogni epoca, ci ricorda che la nostra esistenza è intrecciata in un ordine universale che connette il visibile e l’invisibile. I "ceri commemorativi" non sono esclusivamente ricordo: sono trasformazione, continuità e il filo che unisce in maniera indissolubile noi e la nostra ascendenza. Il fuoco ci ricorda che la memoria non appartiene solo al passato: è una fiamma viva che brucia nel presente, unendo ciò che, solo all’apparenza, sembra distante e separato. Ancora una volta unisce, creando un legame profondo tra vivi e defunti, tra materia e spirito, tra umanità e divinità.





Immagini

* Tratte dall’archivio personale

Bibliografia

*Cortellazzo Manlio e Zoli Paolo (a cura di), DELI Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Zanichelli 2022 

*Dal Lago Veneri Brunamaria, Alto Adige. Terra di feste, riti e tradizioni, Giunti 2002 

*Eliade Mircea, Dizionario dei Riti, Jaka Book 2020 

* Eliade Mircea – Couliano Ioan P. (a cura di), Dizionario dei simboli, Jaka Book 2020
 
*Eliade Mircea – Ries Julian, Dizionario delle Feste, Jaka Book 2021

*Greger Michael J., Brauch und Jahr, Verlag Verein Schloss Trautenfels 2008 

*Mangold Guido – Griessmair Hans, Usi e costumi del Sudtirolo, Athesia 2001 

Sitografia

*cfr. Samhain, la Porta di Eternità di ciò che non è mai separato

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2016/10/samhain-la-porta-di-eternita-di-cio-che.html

*cfr. Dall'Oscurità di Novembre e Dicembre alla Scintilla del Nuovo che verrà

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2017/11/dalloscurita-di-novembre-e-dicembre.html

*Treccani.it


martedì 26 dicembre 2023

Le stele funerarie con iscrizioni lepontiche di Davesco e Mesocco (Cantoni Ticino e Grigioni Italiano, Svizzera)

 


In Canton Ticino sono state ritrovate diverse stele con iscrizioni risalenti al Periodo La Tène, ed è proprio da questa Regione che arriva una delle due presenti nel Rätisches Museum-Museo Retico di Chur-Coira.

1. Le due stele così come sono posizionate oggi al Rätisches Museum-Museo Retico di Chur-Coira

Di queste due preziose stele, che sono disposte una di fianco all'altra, quella di nostro interesse è quella posta a destra, la più grande sia in altezza che in larghezza, che proviene precisamente da Davesco-Soragno, quartiere inglobato, a partire dal 2004, nella città di Lugano. Fu acquistata dal fondatore del Rätisches Museum, Peter Conradin Von Planta nel 1874. 

La stele fu ritrovata fortuitamente durante lo sradicamento di un albero di noce nel 1813. Giaceva in posizione orizzontale apparentemente a circa un metro di profondità nei pressi di un vigneto di proprietà privata, non lontano dalla chiesa di San Bartolomeo. Emerse insieme a numerosi resti ossei successivamente identificati come umani.

Nel 1849 un documento attestò che l’iscrizione, costituita da grafemi poco profondi e alti 12 cm, era scolpita su pietra di micascisto grigio che presentava similitudine con la pietra locale. Le sue dimensioni rettangolari sono: massima altezza 180 cm, massima larghezza 56 cm e massima profondità 20 cm. Il suo periodo di appartenenza risale al Golasecca III A, presumibilmente fra il V ed il IV sec. a.C. in base alle ultime analisi condotte nel 2021 da Corinna Salomon, sebbene il Rätisches Museum mantenga la dicitura che ne colloca la produzione dal V al I sec. a. C.

Il reperto porta doppia iscrizione verticale che si legge sempre da destra a sinistra, la quale è:

«slaniai:verkalai:pala/tisiui:piuotialui:pala», che significa «tomba per Slania Verkala, figlia di Verkos/tomba per Tisios Pivotialos, figlio di Pivotios».


2. Stele di Davesco-Soragno

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Il secondo ritrovamento ci parla della lastra trapezoidale di gneiss, scoperta, nel 1885 a Mesocco, nella Valle della Moesa durante i lavori di costruzione di una strada. 

Due le ipotesi di ritrovamento: per Peter Conradin Von Planta, che curò la prima pubblicazione riguardante il ritrovamento, la Anzeiger für schweizerische Altertumskunde, la stele fu ritrovata a Mesocco non lontano dalle rovine del castello, ed effettua un distinguo dal luogo corrispondente al ritrovamento di tombe gallo-romane segnalate (sempre, nella stessa edizione); per Filippo Della Casa, invece, mentre il luogo delle sepolture sarebbe collocabile nell’area di Anzone-Brecca, risalente alla Tarda Età del Ferro, invece, il luogo di ritrovamento della stele corrisponderebbe a Campogrande, area a sud della contrada Benabbia, nei pressi del Colle Gorda, dove sorse un insediamento risalente al Medio e Tardo La Tène. 

La forma della stele è rastremata, le sue dimensioni sono 70 cm di altezza per 28 cm di larghezza alla base e 20 cm nella parte superiore. L’ipotesi più accreditata è che fosse a copertura di qualche tomba, anche se non è da escludere che potesse servire da stele al pari di altre, prive però di iscrizioni, ritrovate prive di iscrizioni nelle necropoli di Gudo e Locarno. 

L’iscrizione in linee verticali, riferibile all’Età del Ferro e più precisamente ad un periodo che si può collocare tra la fine del II e l’inizio del I sec. a.C., recita (sotto la scritta posta in orizzontale):


«Raneni/Ualaunal» ovvero «tomba di Ranenos Valaunal figlio di Valaunos[?]».

3. Stele di Mesocco


Bibliografia

* Erb Hans, Das Rätische Museum, ein Spiegel von Bündens Kultur und Geschichte, Stiftung Rätisches Museum 1979

* Duval Paul-Marie-Eluère Christiane, Les Celtes, Edition Gallimard 2009

Fonti locali

*Rätisches Museum-Museo Retico

Sitografia

* Cfr. Das Rätisches Museum-Il Museo Retico di Chur-Coira, (Kanton Graubünden-Cantone Grigioni, Svizzera)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2023/12/il-ratisches-museum-museo-retico-di.html

* Cfr. Reperti e ritrovamenti, dalle Età dei Metalli ai Celto-Reti. Il piano interrato del Rätisches Museum-Museo Retico di Chur-Coira (Kanton Graubünden-Cantone Grigioni, Svizzera)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2023/12/reperti-e-ritrovamenti-dalle-eta-dei.html

* Cfr. Le Necropoli di Castaneda, Mesocco-Coop e Santa Maria in Calanca testimonianze e reperti della varietà culturale durante l’Età del Ferro (Cantone Grigioni italiano, Svizzera)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2023/12/le-necropoli-di-castaneda-mesocco-coop.html

*Manmon. Antiche Scritture del Mediterraneo

https://mnamon.sns.it/

* Lexicon Leponticum

https://lexlep.univie.ac.at/wiki/Main_Page

*Città di Lugano

https://www.lugano.ch















lunedì 25 dicembre 2023

Le Necropoli di Castaneda, Mesocco-Coop e Santa Maria in Calanca testimonianze e reperti della varietà culturale durante l’Età del Ferro (Cantone Grigioni italiano, Svizzera)



1. Castaneda

1.1 Il ritrovamento

Le prime tracce di sepolture a Castaneda, in Val Mesolcina nel Grigioni italiano e riferibili al Primo Periodo La Tène furono scoperte già a cavallo del 1878. Varie esplorazioni erano già state condotte, infatti, tra la fine del XIX secolo ed il 1929 e le campagne di scavi avevano permesso il ritrovamento di centinaia di oggetti, spesso andati precedentemente perduti poiché finiti in collezioni di privati all'estero, le quali, poi, entravano spesso a fare parte delle raccolte di Musei come quelli di Berlino o di Brawnschweig nel Land della Bassa Sassonia in Germania, oppure in Italia, Francia e Stati Uniti. Sono pochi i reperti che, a dispetto della quantità di ritrovamenti originari, sono oggi custoditi nel Rätisches Museum-Museo Retico di Coira.

Non c'è da stupirsi di tanta dispersione se negli scavi e nelle ricerche sulle più di cento tombe esplorate almeno sino al 1903 non fu affiancato un reale metodo scientifico: i reperti non furono infatti inventariati e finirono accantonati senza riferimenti precisi e senza che nemmeno si sapesse né a quale tomba appartenessero né come fossero disposti all’interno delle sepolture.

Un abitante di Castaneda, nel febbraio 1928, scoprì nuove tombe e a questo punto il Rätisches Museum-Museo Retico di Coira organizzò la prima esplorazione sistematica della necropoli dal 1929 al 1931 con Walo Burkart1 alla direzione dei lavori.

1.2 Dalla Cultura di Canegrate ai Leponti

All’epoca quest’area sud-occidentale del Grigioni fu abitata dai Leponti che abitavano anche la Val Bregaglia e la Val Calanca. In queste aree già nella Tarda Età del Bronzo compaiono i segni della Cultura ticinese-lombarda di Canegrate, che lasciò poi nell’Età del Ferro spazio alla Cultura di Golasecca attestata attraverso la presenza di ricchi reperti soprattutto di ambito tombale, con sepolture sia ad incinerazione che ad inumazione. La necropoli di Castaneda ha offerto il ritrovamento di fibule e pendenti, collane d’ambra, situle, vasi in terracotta e legno ed anche contenitori in bronzo così come quella di Cama. Anche la necropoli di Mesocco ha regalato ricchi ritrovamenti di corredi funebri.

1.3 La necropoli

Nel 1935, durante la posa di una condotta idrica a Castaneda sopra il campo di scavo del 1932 e ad ovest della chiesa, degli operai scoprirono i resti di quattro sepolture intatte risalenti a più di duemila anni fa.

Fra i ritrovamenti particolare menzione merita un boccale a becco (di cui parlerò più tardi) che fortunatamente non fu venduto poiché custodiva, nella sua parte più prominente, un’iscrizione che risulta essere la più antica testimonianza scritta del Grigioni, evidenziando come fra le varie conquiste dell’Età del Ferro vi fu anche la scrittura. 

La necropoli di Castaneda comprende al suo interno fino a duecentocinquanta camere funerarie in pietra databili dal VI al III secolo a.C. riconducibili ad esclusive sepolture ad inumazione. Le immagini che seguono, di proprietà dell’Archäologischen Dienst Graubünden-Servizio Archeologico del Grigioni, ci illustrano come le sepolture siano state ritrovate sotto gran parte dell’attuale borgo, fra i campi, le abitazioni odierne ed il cimitero e mostrano come fra i ritrovamenti vi siano state anche tombe di bambini.

Dalla disposizione delle sepolture e dal ritrovamento di un sasso divisorio conficcato a 40 cm. sotto il livello del terreno, si è giunti alla conclusione che l’area ove sorge la necropoli sia stata divisa tra famiglie e che le stesse si occupavano della sepoltura dei propri membri.

Le tombe erano sempre delimitate da pietre dritte o da muretti a secco e, delle numerose ritrovate, nessuna ha restituito resti dei defunti che vi erano stati tumulati, ciò a causa delle peculiarità acide del terreno. Nessuna tomba aveva un fondo lastricato che invece era coperto di ghiaia grossa, ogni sepoltura veniva coperta sulla sommità da lastre di pietra che, poste come coperchio, fungevano da chiusura. Sulle tombe degli adulti, le lastre erano posizionate, in doppio o triplo strato, mentre i bambini erano sovrastati da un solo piano litico.

I corpi erano sepolti senza una cassa a custodirli, si presentavano semplicemente allungati e stesi sul dorso. In tutte le tombe femminili ed anche in parecchie altre, la testa poggiava su una tavola di legno su cui si creava una sorta di rivestimento a base di muschio di cui si è trovata traccia, a riprova che i defunti venivano adagiati con il capo su un cuscino di borraccine. I morti sono sempre vestiti e orientati in maniera variabile, nonostante ciò si è notato che la direzione più usuale sia NE-SO. 

1.4 Il corredo funerario

Ogni tomba ha permesso il ritrovamento di corredi funerari degni di nota. Tra i vari ritrovamenti, qui di seguito i più frequenti:

- Fibule. Utilizzate sia come spille di sicurezza sia come ornamenti, erano di diversa foggia: fibule a sanguisuga, fibule Certosa, fibule La Tène. Le prime due erano esclusivamente in bronzo, l’ultimo tipo poteva essere anche in ferro. La posizione delle fibule nelle tombe non è unitaria, sebbene nella maggior parte dei casi siano state ritrovate all’altezza di collo e petto, usate per fissare l’ultimo abbigliamento del defunto. La loro datazione è sicura e va dal periodo anteriore il primo IV sec. a. C. sino alla metà del III sec. a. C. , collocandosi in uno spazio temporale di massimo 200 anni. Questo corrisponde all’ultima fase della prima Età del Ferro.

- Orecchini. Creati in bronzo, mostrano diametri importanti sino ai 12 cm., muniti di perle d’ambra che possono essere anche doppio coniche, più raramente le stesse perle possono anche essere in vetro.

- Bracciali. In bronzo, potevano essere chiusi o aperti; questi ultimi erano forgiati a rappresentare una spirale la cui testa spesso era modellata a forma di serpente.

- Anelli. In bronzo come i bracciali, chiusi o aperti ed anche in questo caso laddove erano aperti richiamavano la forma di spirale.

- Collane. Anch’esse fatte con perle di ambra e/o vetro. Talvolta anche con anellini di bronzo che si alternavano alle perle di cui sopra.

- Cinture. In bronzo ed in ferro, spesso rinvenute con annesse fibre di tessuto dei vestiti dei defunti.

- Armi. Un solo ritrovamento: una spada in ferro, rinvenuta durante gli scavi del 1899 e custodita al Museo Retico di Coira. Le tombe maschili, anche di bambini ed adolescenti, includono sempre un coltello, da non considerarsi arma bensì oggetto di uso domestico.

1.5 Testimonianze di usi rituali

Accanto agli oggetti personali di cui abbiamo dato descrizione, i corredi funerari includevano anche altri elementi che richiamano a forme di culto pagano, appartenenti a queste popolazioni e anche altri di gran lunga più antichi.

I defunti non erano accompagnati solo da oggetti che potevano aver utilizzato in vita, ma anche da offerte poste su un asse disposto perpendicolarmente rispetto al corpo, in generale all’altezza dei piedi. Tale asse sorreggeva vasi in bronzo e terracotta che avevano lo scopo, con il loro contenuto, di accompagnare il defunto nell’oltretomba. Fra le chiare offerte rituali nei vasi di bronzo ritroviamo miglio e nocciole, mentre i vasi in terracotta, contenevano probabilmente liquidi a noi non pervenuti. Un boccale, inoltre, conteneva una crosta nera di provenienza organica che però non è attribuibile ad alimento alcuno. In un'altra tomba, all’interno di una tazza di legno era contenuta una sostanza blu non riconducibile ad una bevanda ma bensì a del lapis, con la stessa polvere blu sparsa tutt’intorno il cadavere. Il lapis arrivava da Andeer, attraverso il San Bernardino, che a differenza del San Gottardo era ben conosciuto dalle antiche popolazioni della zona e non solo. Il colore blu era utilizzato come talismano contro i cattivi spiriti: è lecito quindi pensare che cospargere la tomba ed offrire in una tazza del lapis corrispondesse ad un viatico per l’aldilà contro spiriti malvagi e che fosse utilizzato per garantire al defunto una protezione anche nel percorso verso la seconda vita.

Dobbiamo ancora fare menzione di alcune tombe, peraltro vicine, a quelle precedentemente descritte, accomunate da una peculiarità: in queste tombe, infatti, i defunti erano tutti corredati di un ciondolo in bronzo a forma di cestino e, in una di queste, il piccolo cestino era ricolmo di miglio, come ad emulare il contenitore bronzeo posto ai piedi del defunto. Questa particolarità rappresenta la testimonianza di un rito funerario rintracciabile già nell’Antico Egitto faraonico con tracce di pani avvolti in bende, e semi di frumento trovati fra le dita delle mummie.

Il culto dei morti nella zona e quindi anche a Castaneda, si collega ad una tradizione che includeva, per ogni tomba, la creazione di una fossa profonda riempita di carbone di legna contenente pezzi di terracotta, il tutto riconducibile ad un rito del fuoco.

1.6 Immagini delle campagne di scavo e ricostruzioni del Rätisches Museum-Museo Retico di Chur-Coira


1. L’area contrassegnata indica quella occupata dalla necropoli rispetto all’odierno insediamento di Castaneda



2. Gli scavi del 1929 quando emersero le prime tombe


         3. Tomba ricoperta con una sola lastra di pietra, dalle dimensioni sembra la tomba di un bambino


4. Parte superiore di inumazione femminile con corredo funerario: orecchini, collana e due fibule a fissarne le vesti

5. Altra inumazione femminile con ben visibili orecchini, collana e spille

6. I reperti funerari ritrovati hanno permesso la ricostruzione grafica dell’abbigliamento sia di donne che di uomini. La riproduzione dell’immagine dell’uomo richiama l’abbigliamento maschile tra il 450 ed il 250 a.C.

7. I ricchi corredi femminili hanno invece permesso la ricostruzione di un abbigliamento di donna compreso tra il 430 ed il 380 a.C. 

1.7 L’antico villaggio

Sempre a Castaneda si è anche scoperto l’antico villaggio coevo alla necropoli, costituito da case in pendenza a circa centocinquanta metri dalla chiesa. Le abitazioni, numerose, non differivano granché da quelle del Bronzo e riprendevano un modello tipico delle popolazioni germaniche nelle quali la calce non era ancora in uso, ovvero generalmente di forma tonda, in legno, formate da canne poi rivestite di argilla e ricoperte di paglia. La certezza che tali abitazioni siano contemporanee degli occupanti della necropoli è data dal ritrovamento di resti fittili nel materiale archeologico.

1.8 La brocca a becco (Schnabelkanne) con iscrizione in alfabeto leponzio

La rilevante scoperta relata alla necropoli in questione è data dall’iscrizione della brocca a becco rialzato (Tomba 53) di cui ho accennato prima, che si presentò molto deteriorata agli archeologi eccetto che nella parte dell'iscrizione. La sua unicità consiste nel fatto che la brocca, prodotta originariamente nell’Italia centrale, rappresenta la prima scritta di cui si abbia traccia nel Grigioni. 

Questo tipo di brocca, risalente al V-IV sec. a. C., che gli archeologi chiamano con denominazione internazionale Schnabelkanne, è scritta in caratteri leponzi con ogni probabilità appartenenti all’ “Alfabeto di Sondrio”, che si legge da destra a sinistra, ed è incisa con punta tagliente ad occupare tutta la larghezza del becco. Il significato della dicitura è ancora controverso: verosimilmente, porta il nome del creatore della brocca stessa «Gusos ha creato [questa brocca]»

8.9. Brocca "Schnabelkanne" di Castaneda


10. 11. L'iscrizione sul becco


12. L' incisione disegnata distesa (da leggere da destra a sinistra)

1.9 Altri reperti di corredi funerari

      1.9.1 Tomba 6, V-IV sec. a. C. 


13. Reperti Tomba 6, V-IV sec. a.C. 

Riferimenti numeri relativi agli oggetti dell'immagine

6. Fibula tipo La Tène

7. Fibule a sanguisuga

8. Orecchini con perle d’ambra

9. Anelli da dito e accessori di fibbie

10. Perle d’ambra


       1.9.2 Tomba 68


14. Collana in ambra

2.Mesocco-Coop/Benabbia

Nel 1969, durante gli scavi per la costruzione del supermercato Coop a Mesocco sono state rinvenute sedici tombe sia ad inumazione che ad incinerazione riferibili cronologicamente al VI-V sec. a.C.

Tutte le tombe disponevano, anche in questo caso, di ricchi corredi, fra i reperti importanti una situla ed una cista a coste.

2.1 Reperti funerari tombe varie


15.Vaso fittile tornito e dipinto VI-V sec. a.C. (Tomba 6)

16. Cista a coste VI-V sec. a. C. (Tomba 71)

17. Situla VI-V sec. a.C. (Tomba 11)

Per quanto riguarda Benabbia, ed in particolare la sua stele, si veda l’articolo riportato nella sitografia. La frazione di Mesocco ha permesso il ritrovamento di reperti che rivelano la presenza di un’ estesissima necropoli sull’altipiano di Gorda e che fu utilizzata per un periodo molto vario, con riferimenti che vanno dalla Cultura Leponzia a seguire quella romana, longobarda, carolingia e quindi feudale.


3. Santa Maria in Calanca

Nel 1937 e nel 1968 nel villaggio furono scoperte diverse sepolture risalenti all'Età del Ferro e romane. Tra quelle dell'Età del Ferro spicca la Tomba 6, una sepoltura del La Tène Medio con orecchini, fibule, una collana di perle di ambra e vetro e ceramiche.

3.1 Reperti di corredo funerario Tomba 6


19. Reperti di corredo funerario

Riferimenti numeri relativi agli oggetti dell'immagine

4. Ciotola

5. Contenitore bottiglia in argilla

6. Perle in vetro e ambra

8. Anello in bronzo

9. Fibule, La Tène Medio

10. Fibule a coda di granchio

11. Vaso a trottola, I° sec. a. C. Ritrovamento, presumibilmente di tomba, Santa Maria in Calanca-Casa Turconi


20. Reperto di corredo funerario

7. Orecchini con perle d’ambra


Conclusioni

I ritrovamenti delle necropoli in oggetto forniscono uno spaccato ben preciso sia della pratica delle inumazioni nel suo processo e nella modalità che dei rituali legati alle sepolture del periodo La Tène nella zona considerata. La defunta o il defunto non solo era accompagnato da una serie di oggetti che aveva usato in vita, ma il ritrovamento di una tazza con del lapis ci offre anche la visione di una pratica di protezione da spiriti malvagi che potevano ostacolare il passaggio e percorso nell’Oltretomba. I reperti constano di contenitori vari e ciste, ornamenti personali quali collane, orecchini, bracciali e soprattutto di numerose fibule, la cui forma delinea momenti storici ben precisi. La brocca a becco, denominata archeologicamente “Schnabelkanne” di Castaneda rappresenta un unicum, in quanto è l’oggetto con iscrizione più antico del Grigioni: la scritta è riconducibile, infatti, all’ “Alfabeto di Sodrio”, una particolare variazione di Lepontico che si legge da destra a sinistra. Questo tipo di brocca a becco è un tipo di contenitore ritrovato frequentemente nei siti La Tène, sebbene questo modello non sia esclusiva di questo periodo. 


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1 La figura di Walo Burkart (Magden 25 aprile 1887 – Chur 28 novembre 1952) è cruciale in tutta la scoperta e ricerca dell’area del Canton Grigioni. Nato in Argovia prese il diploma superiore iscrivendosi successivamente all ‘ETH Zürich, università tecnico-scientifica nata nel 1855 sulla falsariga dell’École Politecnique de Paris, divenendo guardia forestale a partire dal 1916, mentre dal 1927 iniziò a cercare reperti archeologici in tutto il Cantone, sue le scoperte e le descrizioni di quaranta siti archeologici preistorici. Fonte: de.Wikipedia.org 



Immagini

* Tratte dall’archivio personale laddove con firma filigrana

* Tratte dal Archäologischen Dienst Graubünden-Servizio Archeologico del Grigioni: 1,2,3,4,5,6,7, 10, 11

* Tratta da Burkart Walo, Die Schnabelkanne von Castaneda (1938) : 12


Bibliografia

* Erb Hans, Das Rätische Museum, ein Spiegel von Bündens Kultur und Geschichte, Stiftung Rätisches Museum 1979

* Duval Paul-Marie-Eluère Christiane, Les Celtes, Edition Gallimard 2009


Fonti locali

* Rätisches Museum-Museo Retico Chur-Coira


Sitografia

* Cfr. Das Rätisches Museum-Il Museo Retico di Chur-Coira, (Kanton Graubünden-Cantone Grigioni, Svizzera)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2023/12/il-ratisches-museum-museo-retico-di.html

* Cfr. Reperti e ritrovamenti, dalle Età dei Metalli ai Celto-Reti. Il piano interrato del Rätisches Museum-Museo Retico di Chur-Coira (Kanton Graubünden-Cantone Grigioni, Svizzera)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2023/12/reperti-e-ritrovamenti-dalle-eta-dei.html

* Historisches Lexikon der Schweiz (HLS)-Schweizer Geschichte 

https://hls-dhs-dss.ch/de/

*Bibliotek der Universität Zürich

https://www.ub.uzh.ch/de.html


Articoli e monografie on line

* Bassetti Aldo, La civiltà del ferro nella Svizzera Italiana con speciale riguardo a Castaneda preistorica, 1944-n.4 Quaderni grigionitaliani Ann.13

* Boldini R. Intorno alle recenti scoperte archeologiche in quel di Mesocco, 1968-n.37 Quaderni grigionitaliani

* Burkart Walo, La necropoli e l'abitato preistorico Castaneda di Calanca, 1932 Pro Grigioni Italiano-Quaderni grigionitaliani

* Burkart Walo, Die Schnabelkanne von Castaneda, (Zeitschrift: Anzeiger für schweizerische Altertumskunde : Neue Folge), 1938

* Burkart Walo, Appunti archeologici sul comune di Mesocco (Archäologisches aus der Gemeinde Misox-Bündnerisches Monatsblatt : Zeitschrift für bündnerische Geschichte, Landes-und Volkskunde), 1941-1942

* Primas Margarita, Bemerkungen zu den Siedlungsfunden von Castaneda GR, 1976-Band 59 Jahrbuch der Schweizerischen Gesellschaft für Ur-und Frühgeschichte - Annuaire de la Société Suisse de Préhistoire et d'Archéologie - Annuario della Società Svizzera di Preistoria e d'Archeologia

* Uscita di Culturaltura e Associazione archeologica ticinese 12 giugno 2021


Videografia

* Pro Grigioni Italiano, «Tracce del passato»—L'Età del Bronzo e l'Età del Ferro

https://www.youtube.com/watch?v=bUnhw5nADtU&ab_channel=ProGrigioniItaliano