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mercoledì 29 gennaio 2025

St. Jakob, Thuins — S. Giacomo, Tunes (Wipptal — Alta Valle Isarco, BZ)








Poco più in basso di Telfes—Telves, ad un’altitudine di 1065 metri, si trova Thuins—Tunes, una piccola frazione di Sterzing—Vipiteno costituita da una manciata di case. Qui si trova una chiesa dedicata a San Giacomo (Jakob), che reca sulla facciata la conchiglia del Cammino di Compostela. In passato, il luogo di culto era dedicato a San Lorenzo (Lorenz).




L’interno, sebbene più grande, è meno ricco rispetto alla chiesetta di Obertelfes—Telves di Sopra vista precedentemente. Anche qui è presente un sistema d’allarme, che non permette di avvicinarsi più di tanto all'altare. Mi colpisce l’ovale sospeso dall'arco trionfale che incornicia una Madonna con Bambino. L’elemento lunare ai piedi della Vergine, simbolo ricorrente in altre opere sia lignee che pittoriche, è ben evidente. L'immagine così collocata genera un impatto visivo di grande intensità.




La particolarità più rilevante è però un grande affresco situato sulla parete nord, a sinistra entrando. Si distingue non solo per le sue dimensioni, ma anche per una scritta in caratteri gotici, datata 1715, che descrive la Madonna Nera dell’Abbazia Benedettina di Einsiedeln, in Svizzera. Questo luogo, il principale centro di venerazione mariana della Confederazione Elvetica, è parte, così come Thuins—Tunes, del Sentiero di San Giacomo. Questa immagine solleva una domanda spontanea: cosa ha portato a rappresentare questa Madonna Nera in un affresco così distante (oltre 300 chilometri) dal famoso santuario svizzero?








Immagini
* Tratte dall'archivio personale

Sitografia
* Cfr. Tra Santi e Antichi Dei: brevi soste fra Arte e Luoghi di Culto sospesi nel Tempo








St. Vitus, Obertelfes — S. Vito, Telves di Sopra (Ridnauntal — Val Ridanna, BZ )




Una breve gita mi ha portata il 30 dicembre 2024 in due località, non lontane da  Sterzing — Vipiteno: Obertelfes —Telves di Sopra e Thuins — Tunes. 

1. Vista anteriore della chiesa dedicata a S.Vito che si affaccia sul cimitero



Sono partita da Obertelfes — Telves di Sopra, frazione di Ratchings — Racines. Il borgo è ubicato a un’altitudine di 1720 metri e mi ha attratta, ancora una volta, grazie alla chiesetta posta su un’altura e dedicata a S. Vito (Vitus). È straordinario pensare come un luogo di culto così ricco d’arte si trovi dove abitano meno di 300 persone. L'area di Telfes — Telves, però, custodisce una storia antichissima: era già popolata prima dell'epoca romana, come dimostrano i ritrovamenti archeologici. Considerato il più antico insediamento della Ridnaundtal —Val Ridanna, risale al IX secolo. È probabile che i Bajuvari abbiano abitato queste valli solo a partire dal VI secolo, mentre la toponomastica offre testimonianze documentarie risalenti al XII secolo.


2.3. Il panorama di cui si gode dall'altura sulla quale 
è ubicata la chiesa di S. Vito


L’esterno della chiesa, parrocchia del luogo, è semplice, ma l’interno colpisce per la sua sorprendente ricchezza decorativa. Tante opere d’arte adornano la chiesetta, che è così preziosa da avere un sistema d’allarme installato che non permette di avvicinarsi troppo all’altare. 


4. Interno della chiesa visto dal coro: a sinistra l'altare con la Madonna con Bambino


Un dipinto di S. Vito spicca sul medesimo altare, accanto ai simboli che lo rappresentano: il calderone e il gallo, quì raffigurato in un colore diverso dal consueto bianco, tipico dell'iconografia del Santo.

È però l’affresco del soffitto, anch’esso dedicato alla sua testimonianza di fede, a costituire il capolavoro della chiesa. Il dipinto, infatti, fu realizzato nel 1826 da Leopold Puellacher di Innsbruck, pittore di corte dell'impero austro—ungarico. 


5. L'affresco sul soffitto effettuato, nel 1826, dal pittore di corte austro—ungarico Leopold Puellacher di Innsbruck


Sulla sinistra, poco prima dell'arco che introduce al presbiterio, un altare con Madonna con Bambino, che suscita sempre in me un interesse nell’analisi del Sacro Femminile cristiano e che si sovrappone a siti arcaici. La posizione della chiesa, del resto, lascia immaginare un’origine cultuale ben precedente a quanto attestato dalle fonti storiche arrivate sino a noi. 


6. L'altare ripreso al meglio dalla posizione consentita. Al centro, il dipinto di San Vito con i suoi simboli: il gallo e il calderone 


All’esterno, accanto alla porta principale in legno, si trova una finestra con una cornice decorata, nella parte superiore della quale si trovano un gallo stilizzato, sormontato dalla data 1522. Questo, insieme alla cornice che segue il perimetro della porta dotata di intagli, è uno dei pochi elementi originali sopravvissuti all’incendio che devastò la chiesa nel 1783.


7. Il timpano quadrangolare, datato 1522, opera del Maestro di Vipiteno Hans Scheiter. Spicca il gallo bianco, uno dei simboli di San Vito


Dal cimitero, si gode una splendida vista sul panorama circostante. E sempre dal cimitero si sale attraverso strade scoscese che offrono il passaggio tra strutture ricettive e antichi masi. Sono proprio questi ultimi a colpire la mia attenzione. Specialmente uno, per i simboli di croci solari sulla struttura in legno, segni di protezione per stalle e fienili.


8. Il cimitero, una delle poche aree in cui la neve caduta sembra resistere più a lungo 



9.10. Croci solari su antichi masi a protezione di fienili e stalle



11. La chiesa di San Vito ripresa dalla strada che, partendo dal basso, porta fino alla sua posizione 



Immagini
* Tratte dall'archivio personale

Sitografia
* Cfr. Tra Santi e Antichi Dei: brevi soste fra Arte e Luoghi di Culto sospesi nel Tempo

Tra Santi e Antichi Dei: brevi soste fra Arte e Luoghi di Culto sospesi nel Tempo

 


Nel mio percorso, ho già dedicato articoli a luoghi di culto cristiani intrecciati a leggende locali o chiaramente legati a Tradizioni e Culti precedenti. Tuttavia, mi sono resa conto che, durante le mie escursioni, mi imbatto spesso in chiese, talvolta parrocchie, chiesette, cappelle o piccoli siti sacri che testimoniano una fede antica e radicata, ma che restano fuori dagli itinerari più noti. Questi luoghi, talvolta situati in posizioni inaspettate, emergono come sentinelle tra i fitti boschi o vigilano da alture remote e isolate. 

Alla semplicità delle loro facciate, quasi sempre spoglie, si contrappone, non di rado, un interno sorprendentemente ricco, persino inusitato per luoghi rurali spesso situati in alta montagna. Ma queste strutture non sono soltanto luoghi di culto cristiani: in parecchi casi, la loro storia, come accennato sopra, rivela un passato più remoto, segnato da stratificazioni che raccontano di epoche pre-cristiane e di successive trasformazioni storiche e simboliche. 

Se fino ad oggi ho privilegiato chiesette, cappelle o santuari più noti, d’ora in poi desidero raccontare anche delle “altre” chiese, quelle meno conosciute ma altrettanto affascinanti. Ho realizzato, inoltre, quanto sia importante riordinare i dati raccolti su questi luoghi di culto, per creare una sorta di mappatura delle loro peculiarità: dalle dedicazioni ai simboli che li contraddistinguono, passando per tracce di animali o figure che richiamano iconografie particolari, fino ai rapporti che legano i Santi a cui sono intitolati. 

Seguendo questo itinerario — che più che un tracciato lineare si configura come un intricato dedalo di vie che si intersecano — significa anche imbattersi in opere d’arte di rara bellezza. Si tratta di tesori che, in molti casi, restano nascosti dietro mura modeste e candide, e che, all’apparenza sembrano quasi inaccessibili, collocati in luoghi impervi o distanti, sparsi in contesti rustici e montani, spesso ad un primo sguardo inarrivabili. Sovente, inoltre, queste realtà sono trascurate dai visitatori e neglette da chi non appartiene alla comunità locale, poiché situate lungo sentieri che conducono a malghe o lungo strade che le escludono dallo sguardo, per noncuranza o ignoranza. 

Negli ultimi vent'anni circa ho avuto l’occasione di visitare molti di questi siti. Tuttavia, ho realizzato che ora più che mai sento il bisogno di riordinare non solo le immagini raccolte nel tempo, ma anche tutta una serie di osservazioni e frammenti storici — una sorta di censimento — che mi aiuti a mettere ordine nei dettagli, nelle sensazioni, e nelle domande che inevitabilmente emergono, accumulati lungo il percorso. Dati che, a volte, sono scarsissimi, frutto di racconti frammentari o della sola osservazione diretta; altre volte, invece, rivelano connessioni affascinanti, quasi inaspettate, capaci di offrire chiavi per nuove letture. Ogni luogo avrà comunque il suo spazio e il suo valore, sia esso grande o piccolo. 

Credo, però, che questo lavoro possa essere utile anche a chi, in privato, spesso mi chiede lumi su quali luoghi vedere in una determinata area, con l'interesse volto agli intrecci nati fra antiche religioni e credo cristiano, ma anche a chi, imbattendosi in un’immagine o in una breve descrizione troverà l’ispirazione per mettersi in cammino, esplorando un itinerario insolito, percorrendo sentieri poco battuti, o anche solo scoprendo un luogo ideale per una breve sosta. Tra opere d’arte inaspettate, antichi richiami simbolici e la quiete di una fede che attraversa i secoli si possono incontrare le tracce di un passato che ancora vibra, eco di un tempo che non svanisce. 

Questo viaggio — fatto di passi, scoperte e suggestioni — sarà per me, e spero anche per altre viaggiatrici e altri viaggiatori, un cammino che attraversa la religiosità, l’arte e la storia, scavando nelle sue radici più arcaiche, alla ricerca di quei legami che seppur trascurati, riescono ancora oggi a raccontarci storie sospese tra Santi e Antichi Dei.






Immagine

* Collage di foto tratte dall'archivio personale

Sitografia

* Cfr. Percorrendo Strade, riscoprendo Storie

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2017/04/percorrendo-strade-riscoprendo-storie.html

*Cfr. Sentieri del Sacro

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2017/10/sentieri-del-sacro.html

*Cfr. Narrare per tramandare

domenica 22 settembre 2024

Equinozio d'Autunno: la Madre di Langenaichstädt tra Offerte Rituali Antiche e Nuove (Sachsen-Anhalt Sassonia-Anhalt, Germania)




Nel giorno in cui buio e luce trovano un perfetto equilibrio, nella vasta campagna della Sachsen-Anhalt (Sassonia-Anhalt) tutto parla d’Autunno. I campi che solo pochi mesi fa erano rigogliosi di grano, ora raccolto, si distendono in un paesaggio che, lontano dalle giornate solatie e lungamente luminose, appare ancor più silenzioso. Questo istante di transizione che di fatto segna l’ingresso alla parte oscura dell’anno, sembra percepirsi in ogni angolo di territorio.

1. Il complesso funerario, così come appare oggi, vede il menhir della Madre di Roccia collocato nella posizione in cui potrebbe essere stato eretto in origine.

Ho già scritto di Lei in un altro articolo, un testo che ho sentito il bisogno di dedicarle dopo averla scoperta al Landesmuseum für Vorgeschichte Halle-Museo Statale della Preistoria di Halle. Ho poi voluto visitare il luogo del suo ritrovamento, dove oggi, in questo Equinozio d'Autunno, una sua copia continua a ricevere offerte. Lei, custode di una tomba a camera del Neolitico. Lei, come è stata chiamata: la Dea Dolmen di Langeneichstädt.


2. Immagine ravvicinata del menhir. La copia è perfettamente identica all'originale, custodito e protetto dalle intemperie e dal passare dei millenni al Landesmuseum für Vorgeschichte - Museo Statale della Preistoria di Halle.


Arrivo alla collina che ospita la tomba preistorica nel primo pomeriggio. Le nuvole sembrano rincorrersi nel cielo, spinte da un vento che soffia incessantemente in questa zona. A volte i cumuli si dispongono in modo tale da formare un mantello che si fonde con il paesaggio, mentre altre volte si aprono improvvisi squarci che rivelano azzurri inaspettati, impensabili solo pochi istanti prima.

La collina, alta duecento metri, appare all’improvviso in lontananza, quasi irraggiungibile, nascosta alla vista da un cerchio di alberi che non lascia intravedere nulla oltre di essi. Lo stesso stupore suscitato dal cielo, con i suoi repentini giochi di nuvole e variazioni di colore, si ripresenta mentre ci si avvicina, evocando profonde sensazioni interiori.

La cinta di alberi offre un varco, al di fuori del quale un cartello segnala che quest’area fa parte di un percorso che collega i principali siti archeologici del Land, noto come Die Himmelswege (I Sentieri del Cielo). Si tratta di una rete turistico-archeologica che si snoda intorno a siti preistorici, testimonianza di quanto l’Essere Umano, sin dai tempi più antichi, abbia rivolto il suo sguardo al Cielo, sentendosi allo stesso tempo profondamente legato alla Terra. Questo sito ne è la riprova più concreta, dimostrando quanto, in entrambe le dimensioni, gli esseri viventi fossero coinvolti nei misteri e nelle relazioni che regolano l'Universo e la Vita.

I ritrovamenti che fanno parte di questo percorso tematico, esteso per chilometri, ci raccontano di un'epoca preistorica, in cui miti, rituali e conoscenze venivano tramandati solo oralmente, di generazione in generazione.

La Eichstädter Warte

3. Il varco che conduce alla collina rivela subito la vista della Eichstädter Warte. Poco più vicino all'entrata, un grande albero, con tanto di panchina, offre un angolo di ristoro. 


Oltrepassato il varco, che separa il resto dell’area rurale dalla collina, il primo sguardo incontra la Eichstädter Warte, la torre altomedievale che dista poche decine di metri dalla tomba a camera, sebbene, ad uno sguardo più attento non sfugga che sulla sinistra si intravede la Madre di Roccia.

La Torre alta circa tredici metri e larga ventitré, mostra muri spessi oltre un metro in alcuni punti. È costruita in pietra calcarea conchiglifera e presenta la particolarità di essere riempita all'interno fino a due metri sotto l'ingresso.


4. Una delle rare domeniche in cui è possibile scalare la torre e godere della vista.


L’ingresso, posto sul lato sud, appare fin da subito molto particolare, non essendo al livello del suolo, ma situato a più di sette metri di altezza rispetto al prato. Si presenta come un arco a tutto sesto, originariamente privo di protezione. L'attuale porta a grata è un’installazione recente, volta a proteggere il bene architettonico. Sulle pareti dei lati est, ovest e nord, tre feritoie mostrano aperture che, strette all’esterno, si ampliano verso l’interno. All'interno, fori piuttosto irregolari, che a primo acchito potrebbero sembrare destinati al sostegno di un pavimento, paiono, invece, aver sostenuto impalcature. Inoltre, sono presenti i resti di uno strato di travi, ciò che un tempo doveva essere un pavimento intermedio. La sommità della Torre è costituita da una cuspide conica.

Il complesso, pur facendo parte di un sistema di difesa, non ha mai costituito di per sé un elemento difensivo, ma piuttosto di osservazione e segnalazione.

La Warteverein Langeneichstädt è l'Associazione che si occupa della tutela di questa collina e dei suoi beni storici, in particolare la Warte e la Tomba Neolitica. Ogni anno, la domenica di Pentecoste e in concomitanza con la Giornata dei Monumenti Aperti, organizza un evento in cui è possibile scalare la Torre e, nelle giornate più limpide, spingersi con lo sguardo fino a Lipsia.

La Madre di Roccia con Tomba a camera Neolitica

La mia attenzione si rivolge ora alla sinistra della Torre, dove in precedenza avevo già scorto il menhir della Dea Dolmen. Riesco a vedere la tomba a camera solo avvicinandomi di più. Si trova leggermente più in basso rispetto al punto in cui il menhir è stato ora collocato. Faceva parte di un tumulo, ora aperto e riportato alla luce durante fortuiti lavori di aratura nel 1987.

Ricordiamo che la Dea Dolmen è chiamata così proprio perché, pur essendo un menhir, era posizionata con il volto rivolto verso l’interno della camera, a chiusura della stessa per proteggere e rigenerare i defunti. Tuttavia, la sua forma ovale peduncolata suggerisce che, in origine, quel menhir doveva essere stato eretto in posizione verticale, anche se il punto esatto non ci è noto, con la sua base radicata nella terra scura. Questo lo rendeva pronto a incontrare lo sguardo non solo di coloro che veneravano la sua manifestazione di pietra, ma anche di chi, nel grande viaggio verso l’Oltremondo, ne avrebbe tratto protezione, rinnovamento e rigenerazione.

Abbiamo altre testimonianze di tumuli ancora inviolati, come quello di Hohen Gemeinde Petersberg, situato a circa cinquanta chilometri da Langeneichstädt, nel distretto del Saalkreis. Anch'esso risalente al Neolitico, con una datazione compresa tra il 3600 e il 2200 a.C., il tumulo conserva un menhir che spicca ancora nella sua posizione originaria, rimasta intatta da millenni.


5. Tumulo con menhir — Neolitico 3600-2200 a.C. Hohen Gemeinde Petersberg — Saalkreis 


Gli attributi sia femminili che maschili della Dea Dolmen ne sottolineano i tratti partenogenetici. La corona a scodella, che al Landesmuseum für Vorgeschichte Halle- Museo Statale della Preistoria di Halle non è visibile, poiché l'originale di questa Madre è esposto su un supporto elevato rispetto ai visitatori, è invece qui ben osservabile.


6. La corona a scodella è qui ben visibile sulla sommità della testa.


Da questo incontro emergono essenzialmente due aspetti interessanti. Nella domenica di Pentecoste, sulla sommità della merlatura della Eichstädter Warte, si piantano ancora oggi rami di betulla, un rituale che sembra richiamare un'antica tradizione primaverile legata alla Divinità. Avvicinandomi al menhir, noto a terra numerose offerte sotto forma di conchiglie, cariche del profondo simbolismo che esse racchiudono.


7. La singolare tradizione primaverile di addobbare la Eichstädter Warte con piccoli tronchi di betulla 


La conchiglia è intimamente legata all'acqua, magica portatrice di vita. Il rinnovamento ha inizio al momento della morte, poiché è attraverso di essa che emerge il potere rigenerativo della Madre-Datrice-di-Morte e Madre-Datrice-di-Vita, che, nelle profondità del suo ventre, dona nuova esistenza.


8. Numerose le conchiglie offerte a questa Madre di Roccia ancora oggi, a riconoscerne, come millenni fa, la connessione con l'elemento uterino e acqueo. 


L'acqua diviene così espressione del potere sacro della Madre. Sebbene non coincida con la sua apparenza fisica e tangibile come elemento liquido, il suo legame con la dimensione sacra è così profondo e radicato da poter essere percepita come manifestazione diretta della Divinità.

Questo dominio uterino esprime, quindi, la capacità di generare la Vita intera, a cui gli esseri umani restano legati attraverso una sorta di cordone ombelicale. Questo legame li ricongiunge alle acque amniotiche quando sopraggiungerà la Morte. Priva di una forma propria, l'acqua può dare sostanza a qualsiasi forma di vita, rivelandosi essenziale per ogni essere vivente.

In quanto espressione di oscurità rigeneratrice, la terra nella sua sacralità comprende anche la realtà della Morte. Da un lato rappresenta la capacità di generare, dall’altro incarna il potere di rinascere in una nuova esistenza. Così Vita e Morte non sono più antitetiche, ma rappresentano solo due fasi dello stesso ciclo. La Vita alla luce del sole diventa un intervallo, un breve momento di separazione dal grembo della terra. Con la Morte si ritorna allo stato primordiale. In tal modo, la Morte non assume il significato di annientamento, spesso attribuitole, ma diviene uno stato di “germoglio nelle viscere della Madre. Lei, attraverso il suo miracoloso utero umido e misterioso emette l’energia della Vita che riceve indietro nel momento della Morte.

La Madre di Roccia, la Dea Dolmen di Langeneichstädt Guardiana del Tumulo e Madre di Morte, Sorgente di tutte le Forme, nel suo grembo oscuro ha accolto, vegliato e rinnovato defunti per millenni trasformando la fine della Vita in un perpetuo ciclo di rinascita e mistero. 



Immagini

* Tratte dall'archivio personale laddove con firma filigrana

* 4, muecheln.de/verzeichnis/visitenkarte.php?mandat=81757

* 7, weida-land.de/de/artikeldetail/langeneichstaedter-warte.html

Bibliografia

*Gimbutas Marija, Il Linguaggio della Dea, Venexia 2008

*Eliade Mircea, Ries Julien (a cura di) Dizionario della vita, morte ed eternità, Jaca Book 2021

*Eliade Mircea, Coulianu Ioan Petru (a cura di), Dizionario dei simboli, Jaka Book 2017

Fonti locali

* Sito di ritrovamento della Dea Dolmen e della Tomba a camera preistorica c/o Eichstädt 

Sitografia

*Cfr. La Dea Dolmen di Langeneichstädt-Dolmengöttin von Langeneichstädt (Sachsen-Anhalt Sassonia-Anhalt, Germania)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2022/08/la-dea-dolmen-di-langeneichstadt.html

*Cfr. Il potere della pietra, un antico luogo di culto litico Heilig Geist im Ahrntal-Santo Spirito in Valle Aurina (Prettau-Predoi BZ)

http://ilblogdilujanta.blogspot.com/2020/01/il-potere-della-pietra-un-antico-luogo.html

*Cfr. Burg-Castel Karneid-Cornedo ed il Santuario di Maria Weiβenstein - Pietralba, I varchi della Morte della Eisacktal-Valle Isarco

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/07/castel-karneid-cornedo-ed-il-santuario.html



venerdì 6 gennaio 2023

Santo Stefano, la radice pagana e stregonica di uno dei più bei luoghi del Trentino (Carisolo-TN, Val Rendena)

 

1. Santo Stefano di Carisolo, arrivando dalla salita

Tra i molti personaggi illustri che sono transitati per le valli del Trentino un posto di riguardo spetta all'Imperatore Carlo Magno. Erano, i suoi, viaggi di conversione, guerre sante nel nome di Cristo evangelizzatore. Le sue infinite battaglie si lasciavano alle spalle o pagani morti o pagani convertiti alla Buona Novella.”

(Mauro Neri, Le Mille e una leggenda del Trentino, pag. 450)




Cinta da imponenti boschi, svetta solitaria la chiesetta di Santo Stefano di Carisolo. La si può già scorgere dall'abitato di Pinzolo, ritta su uno sperone roccioso.

È in una giornata di novembre inoltrato che gli alberi dell'Antico Castagneto di Carisolo mi introducono alla salita che conduce a questo luogo di grande bellezza e silenzio. Si tratta di alberi secolari che, in alcuni casi, di anni ne contano anche cinquecento e che, nei secoli passati, hanno dato sostentamento sia alle genti, attraverso i loro frutti, sia agli animali, attraverso il loro fogliame — il farlet  che veniva usato per creare il giaciglio nelle stalle. 

2.3. L'Antico Castagneto di Carisolo ed il sentiero che porta a Santo Stefano

Talvolta dalle forme irregolari e fantastiche, questi imponenti centenari sembrano silenti giganti, guardiani del sentiero boschivo. Arrivata in cima, mi sono subito chiari gli elementi di un preistorico luogo di culto, a cui giungo attraverso il percorso ciottolato sino a quello che si mostrerà come una vera e propria chicca territoriale: vuoi per il sito in sé, vuoi per le leggende che, attraverso la tradizione popolare, sono giunte sino a noi.


4.5. Forme irregolari e fantastiche dei più antichi alberi del Castagneto


La Val Rendena e Carisolo


Partiamo dalla Valle che mi accoglie e dalle origini germaniche del suo nome. Il nome "Rendena" origina con i Longobardi, in Tedesco "Rand" ha infatti significato di orlo, sponda, estremità.

La conca si racchiude tra cime superiori ai 3000 metri e ghiacciai fra i più estesi d'Europa, che sono parte del Parco Naturale Adamello-Brenta. Dal punto di vista geologico i due versanti orografici di cui si compone la Valle si distinguono tra il Massiccio del Brenta che è di roccia dolomia, e quello del Gruppo dell'Adamello Caré Alto costituito di tonalite.

La dolomia è pietra sedimentaria chiara, composta di carbonato di calcio e magnesio, che originò dalle barriere coralline di un mare caldo e tropicale, mentre la tonalite è un granitoide vulcanico-magmatico con grande presenza di quarzo al suo interno, ed è denominata appunto il granito dell'Adamello”. Il Parco (ora Patrimonio Unesco) insieme ad un'area circostante dal 2008 ha preso il nuovo nome di “Adamello-Brenta Geopark”, proprio a voler evidenziare le grandi peculiarità di interesse naturalistico.

6.7.8.9. Il bosco e i massi lungo il sentiero verso Santo Stefano

Carisolo che per il 92% è parte dell'Adamello-Brenta Geopark, è l'ultimo paese della Val Rendena e sorge ad 824 m s.l.m. 

Il nome del borgo, attestato per la prima volta nel 1484 come Carezol, deriva da caricea e a sua volta da carex, una pianta della famiglia delle ciperacee che vive in terreni palustri il cui fiore compare, degnamente, nello stemma municipale del Paese.


L'area di Santo Stefano dalla Preistoria ad oggi

10. La parete della chiesa che guarda al cimitero sottostante, 
sulla sinistra lo Zucàl con le tre croci

In questo contesto territoriale di contrasti si inserisce l'area di Santo Stefano, luogo di sintesi degli opposti come la Valle di cui fa parte: sintesi fra area pianeggiante e montuosa, fra la durezza della formazione granitica della sommità dello sperone roccioso e la fluidità del Sarca che, molto più in basso, scorre senza ostacoli riverberando il fragore — seppur lontano — delle sue impetuose acque. Il fiume è, sorprendentemente, l'unico elemento rumoroso ad incontrare il silenzio quasi surreale di questo luogo, che introduce alla Val di Genova, la quale, storicamente, fu nominata nel Concilio di Trento come luogo idoneo a relegare Streghe e Demoni di tutta l'area trentina.

11. Il cimitero, come appare oggi, dalla cima dello Zucàl

Viene spontaneo domandarsi perché costruire una chiesa proprio lì, lontano dall'abitato di Carisolo. La zona vide la presenza umana in epoca antichissima e nello specifico sin dall'Età del Bronzo. Su quell'altura vissero popolazioni retiche e celtiche, l'area trentina offre anche testimonianze della costruzione di castellieri difensivi, prima della romanizzazione. Su questi graniti, storie lontane nel tempo parlano di un castello che fu distrutto, secondo la leggenda, dall'arrivo delle truppe di Carlo Magno.

12. Il cimitero, visto dal basso con le lapidi rivolte verso lo Zucàl e la chiesa

La dedicazione a Santo Stefano richiama subito il periodo solstiziale d'inverno. Arrivati in cima alla breve salita lo sguardo viene colpito da tre croci che svettano a fianco della chiesa, poggiando su una formazione di granito sagomato dall'azione dei ghiacciai, dalla chiara forma ovoidale che ricorda istintivamente la forma di un cranio umano.

13. La scala di pietra, accesso alla chiesa di Santo Stefano

14. Dalla cima della scala, la splendida vista sulla Valle

Denominato localmente Zucàl, questa insolita formazione granitica mostra striature di natura geologica e, forse, in minor parte, anche umana. Oggi nella rilettura cristiana del luogo, lo Zucàl è chiamato anche “Calvario o Golgota”, sempre a richiamarne la volta cranica, tramite la stessa etimologia del termine, dal latino calvarium (cranio), tratto a sua volta dall'aramaico "Gylgalthā" con senso di “luogo del cranio”.

15. Profondi solchi geologici sullo Zucàl

Le tre croci, che anche in questo caso richiamano la simbologia cristiana della crocifissione del Cristo con i due ladroni, furono installate inizialmente in legno ma, abbattute da condizioni meteorologiche avverse, furono sostituite con delle croci in metallo che resistono fino ad oggi saldamente conficcate nella pietra.


16. 17. Vista dalla cima del masso granitico, 
ben visibili le striature di natura geologica che lo segnano in lungo e in largo

Documenti risalenti al XIII e XIV secolo testimoniano che la cappella sita in questo luogo era dedicata inizialmente anche a San Michele oltre che a Santo Stefano, che solo dal XV secolo divenne patrono esclusivo del santuario. La chiesa raggiunse la sua conformazione attuale solo nel XVI secolo.





18.19.20.21.22. Solchi a X 

Dallo Zucàl si gode un' impareggiabile vista verso la piana di Carisolo e da qui in tempi remoti si accendevano fuochi che scandivano l'alternarsi delle stagioni. Legate a questo luogo di morte e rigenerazione esistono almeno due leggende — non legate a Carlo Magno — di cui narreremo più tardi.

23. Guardandosi intorno dalla cima dello Zucàl


La chiesa, i Santi e la Danza Macabra

24. La facciata della chiesa di Santo Stefano con i dipinti del Baschenis

La prima datazione della chiesa ritrovata grazie ad una pergamena, è del 1244. L'edificio fu costruito su una precedente struttura romanica e nei secoli subì vari rimaneggiamenti. Durante i restauri degli anni '80, sotto il pavimento furono trovate offerte di monete risalenti ai secoli XI e XII: ciò dimostrerebbe senza ombra di dubbio che la chiesa fosse già presente a quell'epoca. All'estrema sinistra della facciata, la statura gigantesca di San Cristoforo con il Cristo Bambino sulle spalle fungeva da riferimento e protettore per i viandanti ed i viaggiatori che passavano per la Valle. Qui come altrove, il Santo gigantesco assolve alla sua funzione principale, quella di proteggere dai pericoli dei fiumi, così come da tutti i rischi e disagi che potevano insorgere durante gli spostamenti.

25. San Cristoforo sull'estrema sinistra della facciata rivolta al Sole

L'attuale chiesa a due spioventi coperti di scandole mostra, sulla parete che guarda il Sole, gli affreschi più antichi (datati 1519), a quattro registri a grandi riquadri che rappresentano, partendo dal basso, la Danza Macabra (accompagnata da scritte gotiche e volgari, più antica di quella più famosa della vicina Pinzolo, entrambe dipinte da Simone Baschenis) e la Danza del Diavolo.

26. Ingrandimento della facciata con gli affreschi, partendo dall'alto: la vita di Santo Stefano poi La Danza Macabra 

I due registri superiori, riparati meglio dalle intemperie, narrano invece la storia della Vita di Santo Stefano, dalla sua consacrazione a diacono, alla lapidazione, ai miracoli avvenuti sia sulla sua tomba che durante la traslazione del corpo a Roma.

Santo Stefano lo si trova anche al centro, sopra il portale d'ingresso, tra San Michele (a sinistra) suo compatrono della chiesa come già visto, e San Giacomo Maggiore (a destra) abbigliato con paramenti liturgici ma anche con pietre sopra la testa e le spalle, simbolo della sua lapidazione.

Sempre all'esterno della chiesa, questa volta in basso a destra della scala, un'arcata custodisce l'entrata della cripta che fungeva da sacrestia e di fronte ad essa, spicca una "Madonna con Bambino" dai tratti dolcissimi, del 1524.

27. "Madonna con Bambino" all'interno dell'arcata 
a lato della scala della chiesa di Santo Stefano

La chiesa, purtroppo, il giorno della mia visita era chiusa, ma ho potuto comunque constatare che, al suo interno, importanti affreschi (sempre della Scuola dei Baschenis), illustrano non solo numerosi Santi, ma anche Sante come Caterina, Margherita e Orsola, che già abbiamo trovato in altri luoghi di culto precristiani del Sudtirolo. Tra i Santi, invece: Antonio Abate, il Santo celebrato il 17 gennaio, patrono degli animali, ma anche fortemente connesso con il fuoco tanto da esserne considerato patrono ed invocato per sconfiggere infatti una malattia a lui intitolata, il cosiddetto “Fuoco di Sant'Antonio” o Herpes Zoster. La sua figura e specialmente i suoi riti sono da ricondursi a pratiche precristiane di matrice per lo più celtica, legate a falò e fuochi rituali, di cui abbiamo accennato più sopra. Sempre all'interno si trovano una Madonna del Latte che teneramente allatta il Bambino e un'Ultima Cena con tanto di numerosi gamberi di fiume sulla tavola, animali che, allegoricamente, riprendendo i bestiari medievali germanici, indicavano la presenza demoniaca, poiché il fatto che avanzassero a ritroso ne faceva emblema di ipocrisia e falsità quanto di eresia. Proprio per questo, negli affreschi, è esclusivamente Giuda Iscariota a cibarsene


Conclusione

L'area della chiesa di Santo Stefano oltre all'opera artistica che rappresenta l'edificio religioso per la Danza Macabra del Baschenis, narra, nella lingua della pietra, storie di sacro arcaico. Di quel sacro che si respira oltre l'apparenza di forme attuali, quella pietra granitica su cui oggi sono conficcate tre croci e che, nell'immaginario cultuale cristiano, oggi richiamano il Golgota, anche nella sua forma di un cranio solcato da pieghe del tempo ben incise dai millenni e anche probabilmente, in alcuni casi, da mano umana. Quelle apparenti fratture diventano filo di un'antica narrazione, che riecheggiò negli stessi filò dei lunghi mesi invernali. 

Salire sopra allo Zùcal con lo sguardo verso Carisolo e più giù verso Pinzolo è allo stesso tempo porre l'attenzione ad un senso del sacro apparentemente smarrito, che si ritrova però oltre le stratificazioni del tempo e delle culture: lì sopra, accanto alla chiesa di Santo Stefano ed anche mediante i suoi affreschi, i suoi dipinti, così come attraverso la dedicazione a determinati Santi.

Santo Stefano di Carisolo, una meta immancabile all'interno di una ricerca culturale, cultuale ed antropologica, alle soglie della Val di Genova, dove il Concilio di Trento confinò tutte le Streghe ed i Demoni del Trentino. Santo Stefano di Carisolo un luogo liminare fra Vita e Morte, fra il Regno del Mondo Terreno ed il Regno dell'Oltremondo popolato da entità e spiriti come quelli delle leggende di cui andremo a leggere. Leggende di morti, tumuli e filatura.



Note

Riguardo l'autore Aldo Gorfer

Questa esplorazione è iniziata grazie alla figura di Aldo Gorfer (Cles 22 settembre 1921-Trento 12 giugno 1996), autore incontrato fra gli scaffali della libreria antiquaria presso la quale mi servo da anni, dove mi imbatto, nelle mie ricerche — in libri datati, di difficile reperibilità, spesso fuori catalogo, appartenenti talvolta a case editrici non più esistenti.

Parlo di "incontro", perché molto spesso ciò che mi conduce ad un testo è un qualcosa di sottile e impalpabile che richiama l'attenzione su un luogo, una leggenda, una narrazione che coinvolge sin dalle prime parole.

Libri che, come nel caso di quelli del Gorfer, hanno la capacità di trascinarti dentro le pagine delle sue indagini. La prima cosa che, in questo caso, mi ha attratta è stato il linguaggio, diretto, senza orpelli, di chiaro stampo giornalistico, al contempo profondo ed accurato.

Il Gorfer esplorò in lungo ed in largo sia il Trentino che il Sudtirolo, con uno scopo primario — per usare le sue stesse parole — quello della mera «investigazione archivistica», quello della testimonianza dei suoi intervistati o dei luoghi visitati; testimonianza che — nei suoi intenti — aveva l'unico fine di mostrare al lettore le interazioni ed influenze che il paesaggio lascia nei suoi abitanti, e di come gli abitanti di un certo luogo influenzino lo stesso paesaggio; di come, in sintesi, queste due corrispondenze siano in profonda relazione e mutino luoghi e genti.

Il suo fu, per sua stessa definizione, un pellegrinaggio, in una civiltà rurale e montana, una civiltà in declino, osservata da viaggiatore, senza l'obiettivo di fare ricerca storica, geografica o etnografica. Pure senza questa finalità, il suo raccogliere testimonianze dirette di località e persone ha fatto dei suoi libri raccolte che illustrano storie, geografie e tradizioni. Questi testi, seppur datati e anzi, forse proprio in quanto tali, offrono testimonianze normalmente trascurate e, in alcuni casi perse nei decenni, ed è proprio per questo che suscitano il mio profondo interesse: perché, grazie ad essi, è possibile recuperare tasselli di un passato che fu, e che chiede solo di essere riportato alla visibilità e conoscenza che aveva un tempo.

Questi viaggi passano attraverso il racconto di genti che parlano delle loro comunità, del loro rapporto con il territorio, e di come questo sia penetrato nelle comunità stesse, lasciando traccia di sé, attraverso le tradizioni, attraverso le narrazioni di fronte al fuoco, in un'eredità fatta di leggende, fiabe, superstizioni. Questi testi, quindi, pur senza essere libri di storia, geografia, etnologia, e tradizione, esplorano questi argomenti, passano attraverso di essi per arrivare alle genti di montagna ed al loro rapporto più profondo, come eredi di un paesaggio, di un territorio che li ha plasmati nei secoli e che diventa riflesso nelle parole degli intervistati. Un territorio che, fondamentalmente, è Natura e proprio dell'Essere che la vive giornalmente. Il ricorrere al folklore diventa così non raccolta fine a sé stessa, ma fondamento, introduzione di un tempo che si dilata e che include e raccoglie fra le sue righe avvenimenti storici, religiosi e spirituali, che spiegano il perché di molti atteggiamenti umani.





Immagini

* Tratte dall'archivio personale laddove con firma filigrana


Bibliografia

*Gorfer Aldo, Terra mia. Paesaggio sacro, paesaggio contadino, quando la Gente si trovava insieme, Saturnia 1980

*Gorfer Aldo, I segni della Storia. Genti e paesaggi dell'Alto Adige,  Saturnia 1982

*Cortellazzo Mario e Zolli Paolo, DELI - Dizionario Etimologico della Lingua italiana, Zanichelli 2022

*AA.VV. Nomi d'Italia. Origine e Significato dei Nomi Geografici e di Tutti i Comuni, Istituto Geografico De Agostini 2009


Fonti locali

* Proloco Carisolo 


Sitografia

* Cfr. Il fuso di Giovanna (Carisolo-TN, Val Rendena)

http://ilblogdilujanta.blogspot.com/2023/01/il-fuso-di-giovanna-carisolo-tn-val.html

* Cfr. Il fantasma della filatrice (Carisolo-TN, Val Rendena)

http://ilblogdilujanta.blogspot.com/2023/01/il-fantasma-della-filatrice-carisolo-tn.html