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lunedì 3 novembre 2025

Sotto l’incantesimo di Hex: i Faun stregano Lipsia. Un concerto tra evocazione pagana, poesia nordica e magia musicale



 

La mattina del 17 gennaio — mentre lavoravo — mi arrivò una mail con le date del nuovo tour dei Faun, previsto per il 2025. Per un attimo, tutto si fermò. Era da anni che desideravo vederli dal vivo — io che li seguo dai tempi di Totem, nel 2007. La loro estate sarebbe trascorsa tra un lungo tour negli Stati Uniti e due date anche in Messico e Brasile, oltre a diverse partecipazioni a festival a tema pagano sparsi in tutta la Germania, prima di dare inizio ai concerti europei.

I miei pensieri tornarono presto all’attività lavorativa, lasciando sfumare quel momento in cui le loro melodie, per un istante, mi avevano fatta viaggiare. A pranzo, però, quel richiamo tornò. Riaprii la mail, iniziai a scorrere le date, erano comprese tra l’ultima decade di settembre e la fine di ottobre.

Scorsi dall’alto in basso, e viceversa, la lista di località un paio di volte, poi, mossa da un gesto istintivo, scelsi: 7 ottobre, Lipsia.
Non sapevo cosa mi avrebbe riservato ottobre, di solito i miei viaggi vengono prenotati senza grandi tempi di preavviso, e sapere con mesi di anticipo cosa sarebbe potuto succedere in autunno non era affatto prevedibile.

Il posto c’era! Poltrona 5, sezione centrale, proprio di fronte al palco.
Faticavo a crederci. Riguardavo la schermata della prenotazione. Il biglietto sarebbe arrivato per posta.

Sono passati i mesi, e il 7 ottobre è finalmente arrivato.
Devo dire che, nella scelta della città sede del concerto, non avevo considerato — almeno non in modo consapevole — che proprio a Lipsia, città sassone, è sepolto Johann Sebastian Bach, il compositore classico che amo di più sin da quando ero giovanissima.

Quale migliore occasione, allora, per conciliare la partecipazione al concerto con una visita alla chiesa luterana di St. Thomas? Che emozione, quando — una volta arrivata — fin da fuori delle imponenti porte gotiche della chiesa, potevo udire un organo suonare.
Solo in seguito ho scoperto che ogni giorno, nelle ore centrali, vengono eseguiti brani di Bach.





La chiesa è grande, e la tomba del compositore si trova nell’ampio coro, proprio di fronte all’altare.

Essendo andata la domenica successiva all’Erntedankfest, Festa del Ringraziamento per il Raccolto, ho trovato anche le offerte stagionali d’autunno. Ho così scoperto che questa Tradizione, celebrata anche in Provincia di Bolzano e di evidente origine pagana, non è stata tramandata solo nelle comunità cattoliche, ma anche in quelle protestanti.



Con il passare delle ore, ho sentito che era il momento di cercare il
Gewandhaus. Solo allora ho scoperto che è considerato un vero e proprio tempio della musica classica nel cuore di Lipsia.

Una volta individuata la struttura — erano circa le 17 — sono stata assalita da diverse perplessità: non c’era nessun manifesto che confermasse che il concerto dei Faun si tenesse davvero in quell’auditorium.

Le porte principali erano chiuse — il concerto era previsto per le 19:30 — così ho iniziato a girare attorno all’edificio, cercando un ingresso secondario o qualche cartello. Sono riuscita ad accedere al foyer del teatro, uno spazio dominato da geometrie essenziali, giochi di vetro, cemento e metallo. Un’architettura imponente e razionale. Ma ancora, nessuna traccia dei Faun.

Però, il primo indizio che mi ha fatto pensare di essere nel posto giusto è stato un grande bus nero a due piani, parcheggiato accanto all’ingresso secondario dove poco prima avevo cercato informazioni. Sul fianco c’era scritto Zeppelin, e altri due mezzi lo accompagnavano. Un Puffo, appoggiato sul cruscotto, davanti a due tendine tirate a coprire il vetro, mi ha strappato un sorriso e un sospiro di sollievo: qualcosa, in quel piccolo dettaglio, mi ha suggerito che ero nel posto giusto. Finalmente.





Potevo quindi cercare qualcosa da mangiare prima dell’evento.

Mentre, lasciandomi alle spalle il bus nero con targa austriaca, camminavo con lo sguardo tipico di chi — non conoscendo il luogo — guarda verso un punto non meglio precisato, ero in cerca di... in questo caso, un posto dove mangiare un panino.

Diretta verso l’area dove poco prima avevo intravisto la scritta Alma Mater Universität, ho incrociato alcune persone che si muovevano con passo rapido, rendendomi conto, quasi subito, che, a pochi centimetri da me, erano passati Stephan e Adaja, affiancata da un bambino su cui il mio sguardo si era soffermato. Solo pochi istanti dopo ho realizzato di chi fosse il figlio. Così mi sono ritrovata a esclamare ad alta voce, mentre mi voltavo: Adaja!

Il bambino, non lontano da me ma in direzione opposta, si è girato. Lei — Adaja — insieme a Stephan, ha proseguito con andatura decisa verso l’interno del teatro. Tutta felice per averli incrociati, ho ripreso il mio cammino in direzione di un locale di cui avevo intravisto la presenza. Un attimo prima di entrare, mi è passato davanti anche Neil.
Lì mi sono girata a guardare i suoi lunghi
dreadlocks — le treccine rasta — che gli arrivano fin alle gambe. Ora potevo cenare tranquilla e attendere di entrare per godermi lo spettacolo.

Finalmente le porte del Gewandhaus si sono aperte, illuminando una struttura architettonicamente davvero singolare, con una vista spettacolare — attraverso le immense vetrate — sulla piazza antistante.

Una volta presa posizione, ero talmente incredula del posto in cui mi trovavo! Lì, di fronte a me, un grande palco allestito con strumenti medievali, tra cui la nyckelharpa — uno strumento cordofono di origine svedese — che sarebbe poi stato suonato proprio da Oliver, frontman e fondatore dei Faun.

Sul fondo del palco, il drappo scenografico — chiamato in gergo tecnico backdrop — riportava l’immagine che è anche la copertina dell’ultimo lavoro uscito il 5 settembre: HEX. Dominano i toni freddi e nebbiosi, la scena evoca un’immagine arcana quanto onirica. Al centro, un volto femminile emerge dalla penombra: enigmatico, in estasi, sospeso tra sogno e rituale. Attorno al capo si stagliano i cicli lunari — da luna nuova a piena. A contornare questa immagine due profili di teste di cervo le cui corna simili a rami contorti e spogli, si aprono a ventaglio, incorniciando la figura e fondendosi con sagome arboree. Da queste corna si diramano raggi di luce — ad evocare chiaramente l’appartenenza della Strega ad un Culto luni—solare così come era nell’Europa autoctona, così come fu anche per le popolazioni celto—germaniche. Sopra, campeggia il nome del gruppo, FAUN, con un font spigoloso e gotico, mentre in basso il titolo HEX trae origine dal termine tedesco Hexe ovvero “Strega” affrontando il tema da un’angolazione completamente diversa rispetto alle consuete versioni stereotipate.
I Faun approcciano quindi l’argomento della Stregoneria da un punto di vista musicale, dopo un’attenta ricerca sulla materia, e soprattutto ponendosi una domanda cardine:
perché, ancora oggi, si teme la figura delle “Streghe cattive” più di chi, storicamente, le ha mandate al rogo?



Dopo essermi guardata intorno, la seconda cosa che mi ha colpita è stata l’età del pubblico: pensavo di essere l’unica — o una delle poche — “diversamente giovani” in sala.
E invece no: tra il pubblico c’erano anche diverse signore e signori ben oltre i settant’anni, a conferma che la musica dei Faun parla a tutte le generazioni, dai più giovani ai meno giovani.

Si spengono le luci ed inizia il concerto. Che emozione!

Ben presto mi rendo conto di essere, in effetti a “tre concerti” in uno. La prima band di supporto ai Faun non è stata solo una scoperta, ma una vera e propria rivelazione.
I componenti del duo Pettersson & Fredriksson si sono alternati in musiche della tradizione pagana svedese, alternando suoni arcaici e atmosfere incantate. Tra le loro esibizioni, ho scelto di condividere con voi
Vals, un pezzo strumentale che compare anche in Hex.
Si racconta che, prima di essere decapitate, le Streghe svedesi ne chiedessero l’esecuzione come ultimo desiderio: quella melodia, dicevano, evocava la libertà perduta e l’eco della natura che portavano dentro.



Dopo l’intenso inizio del concerto, è salita sul palco una band decisamente fuori dal comune: Ye Banished Privateers, una formazione svedese numerosa e scenica, vestita da pirati del XVII secolo. Il loro stile è travolgente, con ritmi incalzanti; cantano di pirateria scandinava e irlandese. Pur non essendo nelle mie corde abituali, ho trovato la loro esibizione impeccabile e ricca di energia. Una menzione speciale va alla cantante, la cui voce — intensa, graffiante e ricca di sfumature — ha saputo dominare la scena con intensità.

Il video che vedrete è l’unico che ho registrato tra i vari brani proposti: è uno dei pochi pezzi soft della loro scaletta, che — come accennato — era per il resto decisamente scatenata.

Un piccolo imprevisto tecnico, intorno al quinto minuto, ha fatto partire per una trentina di secondi la base di un altro brano.
Ma loro, con grande professionalità, hanno continuato a cantare, riprendendo la strofa finale con naturalezza non appena il fisarmonicista è riuscito a spegnere l’audio errato che stava prendendo il sopravvento sul brano in esecuzione.
Quando si dice: il bello della diretta!



Dopo la seconda esibizione, le luci si sono abbassate e il teatro è sprofondato in un silenzio denso, teso, come sospeso tra i chiaroscuri del palco e l’attesa di qualcosa di antico e potente.
Le porte del backstage si sono aperte lentamente. Da quella soglia, come emersi da un altro tempo, sono apparsi i Faun: Adaya sulla sinistra, Oliver al centro, Laura sulla destra. Alla sinistra di Adaya, Stephan; alle loro spalle, in posizione rialzata, Alex e Neil.
Tutti al loro posto, pronti a dare inizio a un racconto in musica, tra ombre, magia e memorie perdute.

Quel momento sospeso si è trasformato in suono: Adaya ha aperto il concerto con Belladonna dal ritmo quasi ipnotico. A seguire, tutta una serie di altri brani tratti dal loro ricco repertorio — uno più coinvolgente dell’altro — tutti legati dal filo conduttore della Stregoneria, trait d’union tra le diverse canzoni.
Belladonna, ad esempio, non l’ho registrata, ma — essendo proprio lì, a portata di palco — ho potuto filmare molte altre esibizioni successive. Ne trovate alcuni estratti video: vi consiglio di guardarli a schermo intero per lasciarvi avvolgere meglio dalle atmosfere che quella sera si sono create.

Walpurgisnacht, la Notte di Santa Walpurga celebrata il 30 aprile, affonda le sue radici nella Tradizione germanica come la Notte delle Streghe per eccellenza. In questa data, secondo il folklore, Streghe e forze arcane si radunavano sui monti — come il Brocken nello Harz — per danzare intorno ai falò e compiere antichi riti propiziatori.
La
Walpurgisnacht ha ispirato anche la letteratura. Compare, infatti, nel Faust di Goethe, dove l’incontro tra Mephistophele e le Streghe avviene proprio durante questa notte.
A questo immaginario si ispirano anche i Faun, che le hanno dedicato un brano, evocando in musica atmosfere rituali e visioni pagane, tra tamburi, flauti e voci che sembrano provenire da un’altra epoca.




Lament è stato, senza dubbio, il momento più toccante e intimo dell’intero concerto. Prima di iniziare a cantare è apparso un drappo con il ritornello in gallese. Con un semplice gesto, Oliver ha invitato l’intero teatro a unirsi nel canto, trasformando Lament in un momento corale di grande coinvolgimento.
Il brano affonda le sue radici in un antico canto funebre del nord dell’Inghilterra —
Lyke Wake Dirge. Nei versi dei Faun riecheggia il legame con Annwn, l’Oltremondo della mitologia gallese.

Questo Regno, spesso descritto come un’isola immersa nella nebbia, è anche il cuore simbolico del video ufficiale che accompagna il brano — probabilmente il più suggestivo realizzato finora dai Faun.
Nel video, la Morte non è però rappresentata dal Dio Arawn, come nel mito gallese, ma da una figura femminile che evoca i tratti di Hel, Dea gemanica legata alla Morte e alla Rinascita, figura centrale nella Tradizione precristiana europea.




In un’intervista, Adaya ha spiegato come la Morte sia un evento ineluttabile per ogni essere umano; nella scena in cui l’uomo l’abbraccia e si lascia cingere da Lei, emerge la potenza simbolica dell’accettazione, che diviene passaggio e rinascita.
Molto evocativa, nel video, anche l’immagine in cui, dalle sue mani, i fiori appassiti tornano a vivere.

Oltre alle strofe originali in gallese antico, i Faun hanno rielaborato il brano arricchendolo con cori, strumenti antichi e un’emotività profonda. Lament è stato dedicato a Jürgen Schneider, tecnico del suono e amico della band, scomparso tragicamente nel 2023 dopo oltre dieci anni di concerti e palchi condivisi.

This ae nighte, this ae nighte
Every nighte and alle
Fire and fleet and candle-lighte
The Gods receive thy saule

Traduzione:

Questa sola notte, questa sola notte.
Ogni notte e per sempre.
Fuoco, focolare e luce di candela.
Gli Dei accolgano la tua anima.




Quando è stato il turno di Andro, i ricordi mi hanno riportata a circa quindici anni fa, durante un fine settimana di rievocazioni medievali a Sand in Taufers—Campo Tures.
Fu lì che la ascoltai per la prima volta, suonata all’interno di un programma musicale che fungeva da cornice all’evento.
Il brano, ispirato a una ballata medievale bretone, rimane uno dei più coinvolgenti che io abbia mai ascoltato.




Sempre dalla letteratura gaelica nasce Gwydion, ispirata al Mago della Tradizione celto—britannica: una canzone che originariamente è stata incisa in collaborazione con il gruppo svizzero Eluveitie.
In questo brano, come anche in
Galdra, la potenza e l’estensione vocale di Laura emergono forti e cristalline.



Galdra, la canzone dell’Incanto, nella sua versione originale del 2021 aveva visto la partecipazione di Lindy-Fay Hella, voce norvegese dei Wardruna.
Questo brano ha richiesto uno studio approfondito dell’
Edda, come ha dichiarato Oliver, Magister Artium di letteratura medievale.
La ricerca si è concentrata su un passaggio
 noto come Lokasenna, in cui Loki insulta le Divinità — incluso Odino — accusandolo di praticare arti magiche femminili.

Questo elemento controverso viene reso in musica attraverso il ritmo ipnotico dei tamburi, simbolo della trance estatica che accompagna il gesto stregonico.
Nel video, una donna attraversa un bosco, incontrando le forze primordiali della natura: un cammino iniziatico che culmina in una rivelazione.
Alla fine del viaggio, lei “ricorda” di essere Odino.
Una rappresentazione in chiave femminile della Divinità, pensata non per sostituire il mito, ma per riaffermare che le donne incarnano il potere della Stregoneria nella sua forma più arcaica e profonda.



Iduna, la Dea del mito norreno citata anch'essa nell’Edda, è la custode delle mele dell’eterna giovinezza: nutrimento divino che assicura l’immortalità agli Dei.

Il brano a Lei dedicato si è aperto con potenza grazie alle voci di Adaya e Laura, per poi crescere grazie all’ingresso del duo Pettersson & Fredriksson, che si sono uniti a Oliver in un intreccio sonoro ricco e avvolgente.



Il grande palco ha permesso ai musicisti di avvicinarsi al pubblico, rendendo l’esperienza ancora più intensa e partecipata. La stessa scena si è verificata con Wind und Geige, rendendo la performance ancora più coinvolgente.



Hare Spell
, ovvero l’Incantesimo della Lepre, è la trasposizione musicale di una confessione di Stregoneria: quella di Isobel Gowdie, processata in Scozia nel 1662.

Dalle sue parole emerge la capacità di trasformarsi in lepre per compiere incantesimi — un’immagine fortemente radicata nella Tradizione folklorica nordica.
Nel brano fa la sua comparsa anche la figura del Diavolo, riprendendo il cliché ricorrente che ha segnato secoli di persecuzioni e processi in tutta Europa.




Un arcaico passato che riaffiora, evocato da suoni che dialogano con la modernità. Tra cornamusa, flauto, ghironda, tamburo, nyckelharpa ed elettronica prende forma una musica che è collegamento tra epoche, tratto distintivo e inconfondibile dei Faun.
Abili tessitori di ponti sonori, suonano una musica che trae origine dallo studio di testi medievali che riecheggiano di antiche Tradizioni e ritmi arcaici, capaci di risvegliare reminescenze sopite nel profondo.



Oggi e ieri si fondono così in un infinito fluire che chiamiamo Tempo ma che rappresenta solo una presenza continua di Sacro e Rituale che emerge da ogni nota, in melodie che portano fuori dai confini ordinari. Il loro non è stato solo un concerto da guardare ed ascoltare ma esperienza da attraversare con l’Anima: ogni nota ha vibrato come antica memoria. Il tempo si è dilatato, tornando circolare come in ogni autentico incanto. L’imponente voce di Laura è stata richiamo rituale; l’affascinante suono della cornamusa di Adaja ha evocato mondi remoti; insieme a Oliver, Stephan, Neil e Alex, i Faun hanno trasformato il palco in uno spazio sospeso di mistero e meraviglia nel quale la musica ci ha condotto in un viaggio di suoni, note e parole che hanno penetrato la dimensione oscura, ancestrale e spirituale della Stregoneria Europea.







Immagini e video

* Tratti dall'archivio personale

Sitografia

*Faun — Sito ufficiale 

mercoledì 29 gennaio 2025

Tra Santi e Antichi Dei: brevi soste fra Arte e Luoghi di Culto sospesi nel Tempo

 


Nel mio percorso, ho già dedicato articoli a luoghi di culto cristiani intrecciati a leggende locali o chiaramente legati a Tradizioni e Culti precedenti. Tuttavia, mi sono resa conto che, durante le mie escursioni, mi imbatto spesso in chiese, talvolta parrocchie, chiesette, cappelle o piccoli siti sacri che testimoniano una fede antica e radicata, ma che restano fuori dagli itinerari più noti. Questi luoghi, talvolta situati in posizioni inaspettate, emergono come sentinelle tra i fitti boschi o vigilano da alture remote e isolate. 

Alla semplicità delle loro facciate, quasi sempre spoglie, si contrappone, non di rado, un interno sorprendentemente ricco, persino inusitato per luoghi rurali spesso situati in alta montagna. Ma queste strutture non sono soltanto luoghi di culto cristiani: in parecchi casi, la loro storia, come accennato sopra, rivela un passato più remoto, segnato da stratificazioni che raccontano di epoche pre-cristiane e di successive trasformazioni storiche e simboliche. 

Se fino ad oggi ho privilegiato chiesette, cappelle o santuari più noti, d’ora in poi desidero raccontare anche delle “altre” chiese, quelle meno conosciute ma altrettanto affascinanti. Ho realizzato, inoltre, quanto sia importante riordinare i dati raccolti su questi luoghi di culto, per creare una sorta di mappatura delle loro peculiarità: dalle dedicazioni ai simboli che li contraddistinguono, passando per tracce di animali o figure che richiamano iconografie particolari, fino ai rapporti che legano i Santi a cui sono intitolati. 

Seguendo questo itinerario — che più che un tracciato lineare si configura come un intricato dedalo di vie che si intersecano — significa anche imbattersi in opere d’arte di rara bellezza. Si tratta di tesori che, in molti casi, restano nascosti dietro mura modeste e candide, e che, all’apparenza sembrano quasi inaccessibili, collocati in luoghi impervi o distanti, sparsi in contesti rustici e montani, spesso ad un primo sguardo inarrivabili. Sovente, inoltre, queste realtà sono trascurate dai visitatori e neglette da chi non appartiene alla comunità locale, poiché situate lungo sentieri che conducono a malghe o lungo strade che le escludono dallo sguardo, per noncuranza o ignoranza. 

Negli ultimi vent'anni circa ho avuto l’occasione di visitare molti di questi siti. Tuttavia, ho realizzato che ora più che mai sento il bisogno di riordinare non solo le immagini raccolte nel tempo, ma anche tutta una serie di osservazioni e frammenti storici — una sorta di censimento — che mi aiuti a mettere ordine nei dettagli, nelle sensazioni, e nelle domande che inevitabilmente emergono, accumulati lungo il percorso. Dati che, a volte, sono scarsissimi, frutto di racconti frammentari o della sola osservazione diretta; altre volte, invece, rivelano connessioni affascinanti, quasi inaspettate, capaci di offrire chiavi per nuove letture. Ogni luogo avrà comunque il suo spazio e il suo valore, sia esso grande o piccolo. 

Credo, però, che questo lavoro possa essere utile anche a chi, in privato, spesso mi chiede lumi su quali luoghi vedere in una determinata area, con l'interesse volto agli intrecci nati fra antiche religioni e credo cristiano, ma anche a chi, imbattendosi in un’immagine o in una breve descrizione troverà l’ispirazione per mettersi in cammino, esplorando un itinerario insolito, percorrendo sentieri poco battuti, o anche solo scoprendo un luogo ideale per una breve sosta. Tra opere d’arte inaspettate, antichi richiami simbolici e la quiete di una fede che attraversa i secoli si possono incontrare le tracce di un passato che ancora vibra, eco di un tempo che non svanisce. 

Questo viaggio — fatto di passi, scoperte e suggestioni — sarà per me, e spero anche per altre viaggiatrici e altri viaggiatori, un cammino che attraversa la religiosità, l’arte e la storia, scavando nelle sue radici più arcaiche, alla ricerca di quei legami che seppur trascurati, riescono ancora oggi a raccontarci storie sospese tra Santi e Antichi Dei.






Immagine

* Collage di foto tratte dall'archivio personale

Sitografia

* Cfr. Percorrendo Strade, riscoprendo Storie

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2017/04/percorrendo-strade-riscoprendo-storie.html

*Cfr. Sentieri del Sacro

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2017/10/sentieri-del-sacro.html

*Cfr. Narrare per tramandare

mercoledì 30 ottobre 2024

Seguitemi su Telegram, X e Academia.edu. Ecco dove trovarmi online




 

Una volta, diverso tempo fa, il social network funzionava anche discretamente bene. Parlo nello specifico di Facebook, che con gli anni  è diventato macchinoso: mostra temi che non mi interessano, imponendomi video e reel di personaggi e argomenti che non cercherei mai. Purtroppo, i contenuti hanno perso qualità. Questo vale per il profilo personale, ma per le pagine la situazione è ancora peggiore. La cosa più sconcertante è che anche per quella di cui sono titolare — Fra Sacro Femminino e Celti nella Terra senza Tempo le Dolomiti — le notifiche di studiose e studiosi, ricercatrici e ricercatori che seguirei volentieri vengono eclissate, così come le notifiche relative agli articoli e alle immagini che pubblico sulla mia pagina, perfino a me stessa. Per non dire di follower che mi dicono di non vedere la mia pagina da mesi, nemmeno quando, ovviamente, pubblico un contenuto. Anche questo, purtroppo, non è una novità.

Dal momento che ho notato questo “meccanismo alterato” ormai da anni, ho finito per abbandonare quasi completamente il mio profilo, usando Facebook solo per gestire la pagina. A lungo andare, però, mi sono stancata di questa malagestione e ho deciso di cercare un’alternativa. Non amo particolarmente i social, ma riconosco che Internet può essere una risorsa straordinaria per lo scambio, lo studio e la cultura, se ben strutturato anche per questi scopi.

A maggio ho aperto, proprio per i motivi di cui sopra, una pagina su X (ex Twitter), dove credo mi troverò più a mio agio nel condividere i miei lavori. Sto ancora cercando di comprenderne bene le funzionalità per imparare a utilizzarlo al meglio; per ora, nell'ultimo mese, ho pubblicato solo il mio articolo più recente sull’Equinozio d’Autunno. Inoltre, ho deciso di creare un canale Telegram per condividere testi e contenuti provenienti anche da altre fonti. Non intendo certo inviare notifiche a raffica, ma oggi, con un numero crescente di social e piattaforme, trovo fondamentale scegliere luoghi che, seppur virtuali, risultino il più possibile affidabili e accuratiper chi desidera uno spazio di scambio serio.

Sia su X che su Telegram, il nome rimane invariato: Il blog di Lujanta. Rimane attiva anche la mia pagina di ricerca su Academia.edu, dove potete trovarmi con il mio nome completo, Daniela Isa Albero (ho aggiunto, da tempo, il mio secondo nome di nascita per distinguermi da un archeologo spagnolo con cui condivido, curiosamente, sia nome che cognome, al fine di evitare di ricevere notifiche relative alle sue citazioni). Su Telegram sarà più semplice instaurare uno scambio diretto, sempre con la discrezione che mi contraddistingue e senza abusare né del mezzo né dell’interesse delle persone che avranno l’opportunità e il piacere di seguirmi.

Comprendo perfettamente che non tutti possano o debbano essere presenti su tutti i social o su ogni piattaforma esistente; tuttavia, ritengo importante scegliere con cura gli spazi più adatti per la divulgazione dei miei scritti. Questo significa che non ho intenzione di abbandonare Facebook, ma piuttosto di ampliare le possibilità per le mie lettrici e i miei lettori, permettendo loro di scegliere tra opzioni selezionate per qualità e pertinenza. Restano sempre benvenuti su Facebook, ma, ricevendo notifiche dalle altre piattaforme che considero più adeguate al tipo di condivisione che desidero, avranno modo di accedere ai miei materiali attraverso canali diversi.

Di seguito i link per seguirmi






Immagine

* Tratta dall’archivio personale

Tabià, Stabizzane Fr.ne di Auronzo di Cadore (BL)


giovedì 6 gennaio 2022

Il concetto di etenismo, analisi dell' origine del termine e suoi utilizzi in ambito europeo





Introduzione

L'indagine di questo articolo riguardo il termine eteno, intende dare informazione non solo inerente il significato etimologico, ma anche riguardo le fonti documentali ed i suoi utilizzi nei secoli.

Nasce non solo da un interesse scaturito verso il vocabolo, da quando diversi anni fa ne lessi l'etimologia - in un post che mi fece scoprire un termine a me ignoto - ma anche all'interno di un maggiore fermento scaturito in seguito ad un mio viaggio in Slovenia ed all'incontro con il folklore, quando mi sono imbattuta nuovamente nella voce, in quanto parte del titolo di una leggenda, che fondamentale nella narrazione locale, apre ed introduce al mito sloveno per eccellenza quello dello Zlatorog, il Camoscio dalle Corna d'Oro.

La Slovenia, stato slavo con cui ad est confina l'Italia, pur all'interno delle sue piccolissime dimensioni è una perla culturale, archeologica, storica e folklorica di rara bellezza. Il mito fondamentale ruota intorno alla morte del Camoscio dalle Corna d'Oro e di come la sua morte diventi maledizione per l'area del Monte Triglav- Tricorno rendendola rocciosa ed arida come oggi la conosciamo.

Un tempo l'animale viveva invece, fra cime innevate dove se cadeva una goccia del suo sangue nascevano rose profumatissime. A causa di chi aveva tentato di ucciderlo, decise di distruggere tutto intorno a sé, lasciando i versanti montuosi di nuda roccia e di scomparire. 

Da tempo immemore, con lo Zlatorog vivevano fra quei monti in quella che oggi è la Valle dei Laghi, Tre Dame Bianche, ed è da una di queste che verrete introdotti al mito di questa montagna considerata in qualche modo sacra. Ma è soprattutto dal titolo inglese di questa iniziale leggenda che nasce la necessità di questo scritto. La leggenda di Ajdovska Deklica viene tradotta in Inglese con The Heathen Maiden. L'incontro con il termine heathen all'interno della narrazione popolare slovena, ha reso utile dal mio punto di vista, un approfondimento sul tema, anche per chi ne leggerà il racconto.


Primi utilizzi del lessema eteno

Devo dire che per quanto si possa fare ricerca sulla parola, vi è veramente poco che descriva in maniera dettagliata attraverso forme e rimandi storico-linguistici, quanto culturali e cultuali, atti a circostanziare un lessema che va senza dubbio conosciuto, soprattutto per chi oggi segue le Antiche Divinità autoctone europee. All'interno di questo lavoro affiancherò l'analisi etimologica di diverse parole create dai Cristiani per scindere ciò che non apparteneva al loro Credo. Conoscere l'origine fondamentale (a livello almeno greco e latino) di alcuni vocaboli dedicati – definiamoli così - ci permette di conferire loro il valore che avevano per i nostri Avi all'interno dei contesti in cui sorsero secoli fa, prima di attribuzioni secondarie, in uso oggi, che non permettono però di analizzare le questioni correttamente poiché lette con una visione odierna.

Per indicare chi seguiva gli Antichi Culti indigeni, noi oggi usiamo termini come politeista o pagano, ma c'è un preciso termine con cui i circoli di matrice accademica etichettarono i popoli dell'Europa occidentale e centro settentrionale, a partire sin dal Medioevo, quel termine è eteno o etheno laddove se ne voglia mantenere un richiamo grafico all'anglosassone heathen. Questa parola oggi è usata in special modo da persone impegnate nella ricostruzione delle Tradizioni Germaniche di matrice pre-cristiana.

Il vocabolo apparve per la prima volta nella traduzione in lingua gotica dei libri del Nuovo Testamento, ad opera del Vescovo Wulfila (o Ulfila 310-383). La prima menzione assoluta del termine compare nel capitolo sette del Libro di Marco, ed è riferita ad una donna greca, nata nella Siria Fenicia e che supplicò Gesù di scacciare un demone che albergava nel corpo della figlia.


Etimologia del termine

Riguardo l'origine e l'etimologia della voce esistono due teorie contrastanti che la riguardano.

La prima e ampiamente accettata è che il lessema heathen tragga origine dal vocabolo heath (brughiera), la cui radice indoeuropea è kait con il significato di foresta incolta. Tale definizione è variata poco e la si ritrova nel gotico femminile haiþi, nel genitivo haiþjōs con significato di pascolo, campo, aperta campagna, terra incolta. Lo stesso significato hanno: l'Antico Inglese hǽð, il Medio Basso Tedesco hêde, così come il Medio Olandese hêde, heide, l'Olandese heide, hei, l' Antico Alto Tedesco, il Medio Alto Tedesco, ed il Tedesco heide oltre all'Antico Norreno heiðr. Un eteno quindi è letteralmente una persona che vive in terre desolate e selvagge.

Si presume che Wulfila abbia scelto una parola gotica che fosse sinonimo del latino dotto paganus con il significato di infedele. Che si tratti di una trasposizione di significato dei Cristiani di lingua latina da paganus – utilizzato sia come aggettivo che come sostantivo – tratto da pagus con valore di villaggio e quindi con accezione di abitante del villaggio sin dai tempi di Cicerone non vi è dubbio. La trasformazione del significato da abitante del villaggio a non cristiano, avvenne con probabilità a seguito del fatto che nei villaggi coloro che seguivano gli Antichi Culti erano di gran lunga maggiori che non nelle città, essendo la Tradizione più saldamente radicata; una seconda ipotesi è data anche dal fatto che i primi cristiani si definivano miles cioè militi di Cristo, facenti parte cioè della grande Militia Christi, in antitesi a coloro che definivano in maniera alquanto dispregiativa borghesi. La parola che deriva dal Tardo Latino burgu(m), ben prima di indicare gli appartenenti ad una classe sociale (chi non indossava uniformi ecclesiastiche o militari come ultimo significato in ordine di tempo), in origine definiva gli abitanti del borgo, come sobborgo fuori dalle mura cittadine. Quindi venivano definiti pagani i borghesi perché separati dalla città e di fatto separati dal cristianesimo. 

La stessa parola latina burgu(m) (185 d.C) originò dal greco pyrgos con il significato di torre, a sua volta influenzata dal germanico da cui - come si può evincere dalla stessa pronuncia dura della g - derivò dall'Antico Alto Tedesco Burg (gotico Baurgs – celtico Borg) con il significato di qualcosa di chiuso e protetto sebbene fuori appunto dalle mura urbane. Ma il borgo non è mai stato un luogo fortificato, a maggior ragione derivabile da un'antica torre. Erano invece luoghi popolari ed aperti seppur radicati nella tradizione, per questo l'origine della parola borgo così come dei suoi derivati è parallela al latino vulgus, con significato di volgo e popolo, e questo è ancora presente con passaggi fonetici, ben presenti nei dialetti della Toscana e dell'Italia centrale con trasformazioni letterali del tipo v > b e lg>rg. Si pensi appunto al Toscano boce per voce, bacca per vacca, balle per valle ecc.

Riguardo la seconda teoria non mi dilungherò molto proprio perché lacunosa di una base etimologica a suo supporto. Nacque ad opera di Sophus Bugge nel 1896 che tentò di fondarla su una presunta attinenza fra fonti bibliche e termini norreni. Per questo studioso tutto derivava dal mondo classico o cristiano ed il termine in questione era solo il prodotto del mondo classico mediterraneo e di una derivazione dall'Armeno het'anos. Nella sua visione pensava che le persone di origine germanica non avessero né un sistema mitologico né uno religioso proprio. Il suo pregiudizio e la mancanza di un fondamento linguistico però lasciarono che la prima definizione trovasse il suo giusto riconoscimento. Del resto le parole portate a supporto della sua tesi linguistica, per comparare le origini del lessema eteno, non manifestarono nessuna correlazione con le peculiarità semantiche insite nel vocabolo stesso e che abbiamo visto più sopra.


Breve sintesi dell'utilizzo del vocabolo all'interno di fonti storiche dal IV secolo in avanti

Dopo il IV secolo e l'utilizzo che ne fece Wulfila, la presenza del termine eteno scomparve dall'uso di documenti per alcune centinaia di anni, ad eccezione dell'utilizzo fatto in riproduzioni di Bibbie gotiche. Non sappiamo se perché registrato su supporti deteriorabili o se non fosse stato utilizzato all'interno di documenti ufficiali, da parte di genti germaniche che vivevano all'interno o alla periferia dei territori romani. Ad esempio se prendiamo in considerazione la popolazione dei Goti - di cui lo stesso Wulfila faceva parte – vediamo come diventò parte del tessuto romano e le cui testimonianze sono in Latino, anche perché lo stesso lavoro degli scrittori di origine germanica subiva l'influsso quasi esclusivo di altre tribù fortemente romanizzate.

Ritroviamo di nuovo il vocabolo in uso nel 616 all'interno delle Cronache Anglosassoni, in riferimento alla morte del primo re cristiano del Kent Æthelbert. La voce si rifà all' Historiam Ecclesiasticam Gentis Anglorum: Liber Secundus (Ecclesiastical History of the English People, Book Two), scritto da Beda il Venerabile, essendo la voce della cronaca una glossa della sua opera al cui interno il vocabolo eteno, lo utilizza due volte nella traduzione dal Latino all'Anglosassone. Dopo aver narrato della morte di Æthelbert, entrambi i testi, pongono l'attenzione sul fatto che suo figlio Eadbald non volesse convertirsi al monoteismo cristiano. Mentre Beda si riferisce a Eadbald come a chi viveva in maniera peccaminosa e di essere così tanto corrotto da non essere nemmeno ascoltato dalle Gentes (i Gentili). Il passo all'interno delle Cronache Anglosassoni riferisce semplicemente che viveva in hæðenum (heathendom). Merita un'analisi etimologica anche la parola Gentile dal Latino Gens-Gentis che nella terminologia cristiana antica indicava chiunque non fosse Ebreo o Cristiano, originario dall'aggettivo greco ethnikos da ethnos razza/gente ed utilizzato in maniera propria dall'ebraismo con il significato di popolo paganoGentile indicava perciò chi appartenesse alla stessa stirpe, alla stessa famiglia, da qui il comportamento amichevole fra i propri simili che diede poi luogo al significato ultimo che oggi usiamo ancora quando indichiamo una persona gentile.

Beda continua poi nella narrazione della partenza dei Vescovi Mellito e Giusto, dai Barbaros (Barbari) del Kent che avevano rifiutato di convertirsi. Usò Barbari dal latino Barbaru(m) a sua volta dal greco Barbaros, voce che alludeva alla lingua di coloro che appartenevano ad altra stirpe e che secondo i Greci ed i Romani sembrava un balbettio. Non usò quindi il termine Gentes in questo contesto e descrisse le loro pratiche come quelle di Daemonicis Cultibus (culto demoniaco). Il traduttore anglosassone che tradusse Beda scelse di non differenziare tra il termine Gentis e Daemonicis Cultibus ed usò il termine eteno per la seconda volta. La spiegazione di ciò nasce dal fatto che Beda scelse il termine per riferirsi alla Gente di Eadbald come ad un Popolo che era parte estranea di una nazione dove il Cristianesimo era religione istituita, e la definizione Daemonic Cultibus fu usato con l'intento di condannare la venerazione di Deità che nella visione di Beda erano chiaramente maligne.

Il metafraste anglosassone fece confluire così le due visioni nello stesso soprannome di hæðen. Il termine assunse in questo modo non più la valenza di straniero o abitante della brughiera, ma di chi si poneva al di fuori di uno stato cristiano ed aveva una condotta religiosa condannabile raggruppando questi due significati in un unico nuovo e più ghettizzante vocabolo.

Alla fine dell' VIII secolo il termine vide un aumento del suo utilizzo in vari documenti, con significato di estraneo sia al paese anglosassone che alla religiosità cristiana, tale definizione nacque fondamentalmente in relazione ai Danesi che minacciavano con continue incursioni l'isola anglica, terra sulla quale i re locali avevano provato a porre fine alle pratiche autoctone, non solo vietandole ma rendendole illegali a tutti gli effetti e definendole hæðenum.

I reggenti anglosassoni mano a mano che si cristianizzarono iniziarono una vera e propria azione volta ad estinguere pratiche religiose lontane dal cristianesimo. Le cronache e gli annali di questo periodo riportano come gli eteni praticassero stregoneria, effettuassero sacrifici, lanciassero maledizioni contro pozzi, pietre e alberi, ed anche effettuassero incanti di vario genere. Erano state istituite anche multe per chi facesse offerte a demoni. Questo in visione di misure sempre più restrittive e coercitive volte a bloccare l'adorazione di pietre, di pozzi, alberi o idoli. Tutto ciò confluì nella denominazione hæðenðom. Siamo intorno all'anno 1000 quando con la definizione di Cnut/ Canute I (altri titoli Canute II, Canute the Great, Knut den Mektige, Knut den Store - Canuto il Grande) Re d'Inghilterra, Danimarca e Norvegia e Governatore di Schleswig e Pomerania, l'etenismo evolvette da pratica indigena religiosa propria dei Danesi a quella delle persone dell'Europa del Nord che dovevano ancora essere cristianizzate. Il significato originale del termine come straniero fu pressoché perso e diventò più specialistico e riferito alla religione di genti germaniche. Questa prerogativa venne mantenuta e rafforzata all'interno degli scritti attraverso l'Europa del Nord e della Scandinavia, nei quali la parola eteno è sempre relata all'Antica Religione.


La ricchezza di un antico termine

Da ciò si evince riguardo la parola heath (brughiera) - nelle sue variazioni linguistiche in tutte le lingue germaniche - non solo l'antichità della parola stessa ma anche il fatto che al suo interno è contenuto uno dei concetti germanici innati. Così si definisce eteno colei o colui che vive nella brughiera, intendendo con questa parola terreni alluvionali quindi paludosi e poveri di humus, che non permettono vegetazione se non quella di arbusti e graminacee. Troviamo come sinonimo landa o steppa, quindi grandi appezzamenti appartenenti per lo più al nord Europa, ma tipici anche di zone per lo più pianeggianti, nelle quali è difficile la coltivazione di qualsivoglia pianta, vasti terreni brulli e selvaggi.

Il periodo di letteratura indagato da Rood (2008) termina con il corpus di opere relative all'Islanda del XIII secolo. Quella letteratura procura la più fine produzione letteraria all'interno della quale il termine eteno viene usato per descrivere specifiche genti e le loro pratiche religiose.

L. Heid (2015) nella sua opera prima, evidenzia come in secoli più recenti il movimento eteno abbia avuto radici nel Romanticismo, cioè verso la fine del XVIII secolo, quando la ricerca di molti che avevano volto il loro sguardo verso le Antiche Vie pre-cristiane portò ad una crescita della ricerca e rivivificazione delle antiche Tradizioni germaniche. Molti nomi noti di scrittori ed esoteristi quali – in ordine cronologico - Madame Blavatsky, Guido Von List, Aleister Corowley e Dion Fortune fecero parte di questo movimento. Movimento che in Inghilterra vide anche la nascita della Wicca.

L'etenismo manifesta così di avere numerose e variegate ramificazioni, con differenziazioni venutesi a creare in base al luogo di origine, alla Tradizione a cui si annette piuttosto che ad evoluzioni della stessa. Questo non deve fare pensare però ad un tutto uguale a tutto, perché se le comparazioni e le osservazioni anche di Divinità talvolta condivise di pantheon pur diversi, evidenzia proprio questa fase comune e primigenia dell'origine del termine, non si può fare un pastone che appiattisca le ramificazioni del Grande Albero dell'Etenismo.


Conclusioni

Il termine eteno o etheno che trova la sua espressione sinonimica in pagano, ha la sua prima assoluta attestazione, a partire dal IV secolo nelle traduzioni del Nuovo Testamento in gotico del Vescovo Wulfila, con riferimento al Libro di Marco ed a una donna etena di origine greca che chiede aiuto al Cristo per liberare la figlia da un demone che albergava nel suo corpo. Il vocabolo trova poi attestazioni successive prima in maniera meno uniforme e continuativa, sino ai tempi più recenti con una rivivicazione del termine e soprattutto del suo significato profondo. Il lessema vide risemantizzazioni successive che si avvicendarono nei secoli, partendo dal suo significato originario di straniero con valenza di infedele, a comunità rurali che stavano fuori dalle mura cittadine, portando una separazione di fatto fra il Cristianesimo espanso all'interno di mura cittadine ed un Ethenismo sviluppato ma soprattutto radicato in aree verdi e rurali. Abbiamo così una transizione dal significato di chi è straniero a chi vive in ampi spazi desolati e selvaggi. L'ampiezza, il respiro dello spazio ed il suo essere selvaggio ha forgiato, quanto è diventato insito al termine stesso. Intorno al 1000 designò prevalentemente Genti di Tradizione germanica. Essere eteni assunse così il valore non meramente di credo personale o dell' essere questione di centralità religiosa. Era molto più un aspetto legato alle comunità che praticavano. Poiché il concetto germanico di religione fu inseparabile da terra, legge, comunità e poteva essere compreso soprattutto in termini di frontiere concettuali.

Un'abitante delle lande per un membro di una prima tribù germanica o filo-germanica non sarebbe soltanto un individuo che vive nella sua area. Quell'individuo sarebbe un' estraneo, al di fuori della propria identità culturale, dei propri costumi, delle proprie leggi e della propria morale. Perché nulla è più vicino al Vero della Radice di una Stirpe, che siamo chiamati a recuperare attraverso ciò che abbiamo di disponibile in termini scritti e se ciò non c'è a cercare e a studiare, ad esempio attraverso l'archeologia ed attraverso ciò di cui ci parla tramite i suoi reperti, ma anche attraverso il folklore che non narra, a differenza della storia, quella esclusiva dei vincitori, ma quella di tutti. Il Culto delle Antenate e degli Antenati che io sento particolarmente, si lega inscindibilmente a quello di Stirpe perché prima di significare l'origine di una famiglia o discendenza, il termine latino stirpem, nella sua veste dotta, significava proprio famiglia di vegetali e radice come anche il suo allotropo sterpum.

Guardare quindi alla Stirpe significa guardare al Fondamento, all'Origine Primaria del Politeismo Autoctono Europeo, alle origini dell'Etenismo, scisso e protetto da qualsiasi concezione monoteistica












Immagine

*Tratta dall'archivio personale


Articoli e monografie on line

*Federico Pizzileo Vanatrù Italia

Sacro ed Etenismo la Custodia del Fuoco

*Joshua Rood

Heathen: Linguistic Origins and Early Context, 2008


Bibliografia

*Laugrith Heid

La Stregoneria dei Vani

Anael Sas Edizioni 2015

*Alinei Mario Benozzo Francesco

DESLI Dizionario etimologico-semantico della lingua italiana

Pendragon 2015

*Cortellazzo Manlio Zolli Paolo

DELI Dizionario Etimologico della Lingua Italiana

Zanichelli 2021

*AA.VV.

Lo Zingarelli 2022

Zanichelli 2021


Sitografia

*tommaseobellini.it

*etimo.it

*treccani.it