
Introduzione
La
figura di Frau Trude, resa nota al grande pubblico dalla fiaba dei
fratelli Grimm, affonda le sue radici nell’impianto leggendario
popolare alpino. Già oggetto di mie precedenti analisi sotto le
denominazioni di Alp e di Frau Drude/Trude, essa si presenta come una
medesima Entità notturna declinata in forme, nomi e contesti
differenti, ma riconducibile a un nucleo comune. L’ho ritrovata — enigmatica e al tempo stesso profondamente significativa — con il
nome di Smara,
all’interno di un racconto tratto da Storie
di Magia
di Brunamaria Dal Lago Veneri, scelto come primo testo a corredo di
questa analisi.
Sebbene
il primo racconto che prenderemo in esame provenga dall’area ladina
e, in tale zona, la figura assuma spesso il nome di Trud
— con tutte le caratteristiche tipiche di questa Entità —
sappiamo tuttavia che essa non appartiene alla tradizione romanza
tout court. La sua presenza in tali territori deriva infatti da un
apporto culturale tirolese. A conferma di ciò si osserva che, mentre
autori come Zingerle e Heyl ne forniscono descrizioni, gli studiosi
maggiormente radicati nell’area romanza — come Alton, Schneller e
Hörmann — non sembrano registrarne affatto l’esistenza.
Struttura
e diffusione del Tormento Notturno
Questo
articolo sarà seguito, quindi, da una serie di storie, che hanno per
protagonista sempre il Tormento Notturno, nei suoi molteplici nomi e
manifestazioni. Narrazioni che, nella maggior parte dei casi, pur
presentando variazioni minime nella trama, condividono un ordito
simbolico comune profondamente radicato. Una struttura che, pur
assumendo nomi e sfumature talvolta diverse, a seconda delle aree
regionali, testimonia l’estrema diffusione di questa Figura, sin
dai tempi più antichi.
Sotto
i suoi numerosi appellativi, questa Presenza ricorre in forme sempre
evocative, accomunate dalla costante connessione con l’angoscia che
può turbare il sonno. L’excursus che segue, all’interno di
questo scritto, si propone come un percorso tra le sue differenti
forme
nominali e territoriali,
nelle declinazioni assunte nei diversi contesti regionali e
culturali.
Smara
Conosciuta
attraverso molteplici appellativi (Smara,
Truta, Trota, Trud, Trude, Trute, Drude),
la Smara
appare nella maggior parte delle leggende delle vallate trentine come
una donna di bassa statura, magra e priva di particolare bellezza,
vestita di rosso e avvolta da un’aura inquietante.
In altre
versioni — come nelle valli del Primiero — assume invece
l’aspetto di donna alta, cadaverica, velata di nero, evocando un
senso chiaro e diretto di Morte. In questa forma è ancora più
temuta, poiché la sua comparsa annuncia la prossima dipartita di
qualcuno.
Qualunque
sia la sua forma, la Smara
conserva la capacità di mutare aspetto, trasformandosi in oggetti
oppure — come accade più spesso — rimpicciolendosi a piacimento
per riuscire a penetrare nelle abitazioni attraverso fessure,
preferibilmente dai buchi delle serrature o dagli spifferi sotto le
porte.
Anche quando si fa minuscola, quasi un granello di polvere,
il suo peso resta immutato: impercettibile nel passaggio, diventa
però opprimente nel momento in cui la vittima dorme supina. In quel
caso, la Smara
accresce la sua massa fino a schiacciare e soffocare la vittima
addormentata, paralizzata dal terrore.
Si salva solo chi dorme sul
fianco — soprattutto sul destro — perché così l’Entità
non riesce a portare a termine la sua opera.
L’ora
in cui arriva è, per lo più, tra la mezzanotte e l’una, quando il
sonno è già profondo.
A volte un lieve fruscio ne segnala la
presenza; più raramente alita sul volto di chi dorme, osservando con
piacere sottile, con occhi gialli come zolfo, chi — in preda al
terrore — ne realizza la presenza.
È in quel momento che si
siede sul torace e inizia a premere, divenendo insostenibile. In
altri casi, il suo arrivo è annunciato da urla selvagge, inquietanti
quanto lei.
Conteggi
e scongiuri
Smara,
smarada va per i boschi e par valada,
Conta quante reste che fa el
lin,
Quante ponte che ha i spin,
Quanti assi che ha le
grave,
Quanti chiodi che ha la nave,
E quante strade ha el
Signor Idio
In prima de vegner sul leto mio.
Questo
brano, cantato nel Trevigiano — e in particolare a Castelfranco, in
Veneto — serviva a tenere lontana la Smara
dalle abitazioni.
Il tono, evocativo e incantatorio, tipico degli
scongiuri popolari, rivela la struttura di un conteggio infinito che,
secondo la Tradizione, avrebbe lo scopo di intrattenerla a lungo,
impedendole così di turbare il sonno della persona da lei
scelta per il tormento.
Oggetti,
soglie e pratiche di difesa
Come
accade in alcune zone del Trentino, anche qui la Creatura ha
l’aspetto e le dimensioni di una bambola vestita di rosso, che si
posa sull’addome del dormiente e si allunga progressivamente, per
opprimerlo con maggiore efficacia. In alcune letture già
cristianizzate, viene persino identificata come la moglie del
Diavolo.
L’idea
della conta come forma di protezione ricorre anche nel Bellunese, in
particolare a Gron, dove si ritiene che dormire stringendo in mano
una pannocchia di granoturco sia un efficace modo per tenerla lontana
e contrastarne gli intenti.
Esistono
anche altri metodi di difesa: chiudere ogni possibile pertugio della
stanza, tracciare il segno della croce — anche solo con la lingua—
prima di dormire, meglio ancora se con acqua benedetta, e tenere
un’acquasantiera accanto al letto.
Agli
angoli del letto si raccomanda sempre di collocare piccoli piattini
con del sale, oppure di appendervi un ramo di ulivo benedetto la
Domenica delle Palme. Anche un pane capovolto sul comodino può
fungere da deterrente per allontanare la sua intrusione notturna.
In
area ladina, inoltre, si usava portare sul petto, come amuleto
protettivo, una piccola scarpetta rossa modellata con la cera della
candela benedetta nel Giorno della Purificazione di Maria (2
febbraio).
Anche
finestre e porte andrebbero protette, appendendovi croci,
amuleti o altri simboli sacri, come il pentacolo protettivo inscritto
nel cerchio — il Drudenfuß
— già trattato nell’articolo dedicato a Frau
Drude,
dove
ne è stata messa in luce la funzione apotropaica, ampiamente
attestata in molti contesti.
Varianti
regionali e metamorfosi
Un
altro metodo consiste nel tenere in camera da letto una bottiglia ben tappata: si racconta, infatti, che la Smara,
afflitta da incontinenza, tenti di utilizzarla durante la notte. Nel
tentativo di stapparla, produrrà un rumore che ne tradirà la
presenza, permettendo così alla padrona o al padrone di casa di
allontanarla. Esiste però anche una variante: la bottiglia, questa
volta già riempita di urina dalla padrona di casa, costringerà la
Smara a
manifestarsi, chiedendo di “ossigenarsi” annusandone il
contenuto.
In
Friuli, uno dei rimedi tradizionali per allontanare la Smara
consiste nel posizionare una scopa di
traverso davanti alla porta: appena la vedrà, sarà costretta a
inforcarla e andarsene.
In
Veneto, e più precisamente nell’Alto Bellunese, esistono varianti
in cui la Smara
— nota anche come Smarva,
Samara, Marza, Marzà, Zaccariola,
Silvana, Druta o Pesarol — assume le
sembianze di un piccolo uomo deforme, gobbo, dal volto grinzoso e con
naso adunco. In alcuni casi può presentarsi anche sotto forma
animale: una piccola scimmia o un topo.
Solo raramente si
manifesta con sembianze femminili e, quando accade, il tormento può
assumere anche una dimensione sessuale, con un rapporto forzato
durante il sonno.
In altri contesti, come a Claut (Friuli) o a
Ponte nelle Alpi (Bellunese), la figura della Smara
trascende il genere: viene descritta semplicemente come “il Genio
vestito di rosso”.
Druta
I
Cimbri —
minoranza germanofona presente in Veneto in aree come l’Altopiano
di Asiago e dei Sette Comuni (Vicenza), in Lessinia (Verona) e in
Cansiglio (Treviso-Belluno), ma anche in Trentino nell’area
dell’Alpe Cimbra (Folgaria, Lavarone, Luserna) — la chiamano
Druta o
Truta. Termini
di sicura origine germanica, derivanti dal verbo
“drutten”,
con il significato di “premere” e,
a sua
volta originato dal termine arcaico “Drut” che significa
“pressione”.
Se
in casa non c’è nessuno, gli animali della stalla diventano i
destinatari del trattamento oppressivo di questa Figura.
Secondo
alcune Tradizioni, se non trova né esseri umani né animali da
comprimere, la Smara/Trude
può rivolgere le sue attenzioni anche agli alberi, ritenuti anch'essi suscettibili alla sua azione: tra tutti, le betulle sono ritenute
particolarmente vulnerabili.
Appendere
sulla porta della stalla un corno di caprone nero è tra i rimedi più
utilizzati — nel Bellunese — per proteggere gli animali dalla
morte per schiacciamento, così come attaccare sopra al letto un ramo
di ulivo, pratica che ritroveremo anche in una leggenda della Val dei
Mòcheni-Bernstol in Trentino, segno evidente di una commistione tra
diverse tradizioni e pratiche protettive.
Marantega
Il
termine Marantega,
diffuso anche in molte aree del Veneto, deriva dall’Antico Tedesco
“mar-rocheln”,
che significa “Strega che rantola”.
Con questo nome viene
indicata la creatura che si manifesta attraverso Incubi e Oppressioni
Notturne.
Fracariola
Conosciuta
anche come Fracoz o
Fracaroe,
la Fracariola
è uno Spirito maligno ben noto nel territorio di Marcon (Venezia) e
in alcune zone del Bellunese. Il nome deriva dal verbo “fracare”,
che significa calcare, opprimere — ed esprime bene l’azione
soffocante esercitata da questa Entità.
Un
consueto metodo per liberarsi definitivamente della Fracariola
prevede che, nel momento in cui la vittima si trova sotto il suo
influsso, stringa tra le mani qualunque cosa abbia sottomano —
indumenti, lenzuola, coperte — senza badare a cosa siano. Una volta
liberatosi dall’oppressione, i tessuti vanno annodati insieme,
tagliati e messi a bollire all’interno di una zucca riempita di
vino.
Secondo
la credenza, la donna che era venuta a “fracolar” si
presenterebbe presto alla porta, per cercare di recuperare la propria
anima, che sta soffrendo nella zucca.
A quel punto, per scacciarla
definitivamente, l’uomo dovrebbe prenderla a pugni
e legnate, come tramandato dai
racconti popolari.
Pesarol
Pesarol,
già attestato come nome dell’Incubo nell’Alto Bellunese, ricorre
anche in altre zone del Veneto, tra cui la Bassa Legnaghese, nel
territorio veronese. Contro questo Spirito notturno vestito di rosso
non esistono particolari difese se non riuscire ad alzarsi e colpirlo
a suon di sberle! Impresa tutt’altro che semplice, data la paralisi
indotta dal soffocamento che accompagna la sua presenza. Chi ne è
vittima riferisce inoltre una forte sensazione di caduta nel vuoto,
che alimenta il panico: è proprio da questa angoscia che il Pesarol
trae nutrimento, divenendo sempre più pesante sul petto del
malcapitato.
Calcarot
o Calcaroti
È
questa la denominazione con cui il Pesarol
è conosciuto in altre aree del Veronese, così come in alcune zone
delle province di Brescia e Trento.
Il nome affonda le sue radici
nel verbo calcare,
già preso in esame a proposito della voce Fracariole,
e richiama l’idea della pressione che opprime — tema centrale
nell’immaginario legato all’Incubo Notturno.
Premevenco
I
Premevenco
sono Spiriti maschili appartenenti alla vasta schiera degli Incubi, e
la loro denominazione sembra derivare direttamente dal verbo
“premere”.
Presenze leggendarie nella zona di Borca di Cadore, trovano
corrispettivi — noti con il nome di Venco
— anche ad Auronzo e in altre aree del Bellunese.
Come
altre figure simili, i Premevenco
colpiscono durante il sonno, generando un senso di oppressione e
soffocamento. A questa caratteristica comune, si aggiungono tratti
distintivi: si racconta, infatti, che siano in grado di assumere la
forma di api, girando vorticosamente attorno a luci accese fino a
inebetire chi li osserva, per poi colpirlo. Si dice inoltre che siano
creature vendicative, da trattare con estrema cautela.
A
Cortina d’Ampezzo, così come in Friuli, si racconta che, per
scacciarlo, sia sufficiente premersi con forza un dito della mano o
del piede destro. A Santo Stefano di
Comelico, invece, si preferisce l’astuzia: l’uomo indossa la
camicia della donna e la donna quella dell’uomo, confondendo così
lo Spirito.
Come
in altri casi già esaminati, anche in queste aree vi è l’uso di
recitare una filastrocca in dialetto per tenerlo lontano, invitandolo
a tornare il giorno seguente per ricevere, in questo caso, pane e
sale.
Tra
le circostanze che attirano l’intervento di questa Stria
si ricordano la mancata condizione di battezzati, l’aver ascoltato
bestemmie paterne quando si era ancora nel grembo materno e, in età
adulta, la pronuncia errata del Credo in chiesa.
Chalçhut,
Cjalcjut, Vencul, Matrizza, Mora, Mara, Pesarul, Sbilf, Fracule:
le diverse denominazioni friulane dell’Incubo
Anche
il Friuli conserva una notevole varietà di nomi per indicare
l’Incubo Notturno, riflesso della ricchezza linguistica e della
complessa stratificazione culturale della regione. La Creatura, nella
Tradizione locale, appare spesso come un ometto gobbo dalle unghie
affilate che, nel cuore della notte, sale una scala appoggiata alla
finestra per introdursi nell’abitazione della vittima prescelta.
Questa esperienza si manifesta spesso come il terribile sogno di
essere gettati a terra da un’anziana che, sedendosi sul petto del
malcapitato, gli impedisce di respirare.
Varianti
urbane e strategie di vincolo
Matrizza
è il termine con cui questo spirito si manifesta a Trieste. In
questo caso assume una forma animale dai lunghi piedi che, seduto sul
corpo della vittima, usa per avvolgerli intorno al collo e
soffocarla. Ma se quest’ultima riesce a ribellarsi alla pressione
notturna e a imbrigliare il demone tra le pieghe di una coperta che
gli ha gettato addosso, può minacciarlo di morte. A questa scena lo
spirito reagirà con lacrime, fingendo debolezza per suscitare
compassione. Sarà in quel momento che il perseguitato potrà
invitarlo — per avere salva la vita — a tornare il giorno
seguente per chiedere scopa e paletta della spazzatura. La proposta,
ovviamente, sarà accettata e, quando il giorno successivo si
presenterà chi verrà a reclamare ciò che era stato pattuito, sarà
accolto a bastonate e non si farà mai più vedere.
Se, inoltre,
sotto le coperte si trova qualcosa di sospetto e lo si getta nel
fuoco, oppure lo si affoga in una bacinella d’acqua — ad esempio
un piccolo pezzo di legna carbonizzato — chi ha inviato il Cjalcjút
muore immediatamente.
Riconoscimento
ed eliminazione
In
altre versioni viene ricondotto alla figura di un orso o di una
scimmia. Per liberarsi dall’influsso del Vencu
basta ordinargli — non appena se ne percepisce la presenza — di
sedersi su una pietra fuori da casa e mettersi a filare; finché non
gli si darà licenza di allontanarsi, lo Spirito rimarrà vincolato a
quell’ordine. Secondo varianti diverse, invece, l’invito a
tornare il giorno dopo per ricevere del sale e del pepe sarà per lui
irresistibile.
Oggetti
e odori apotropaici
Quando assume
forma umana, il Cjalcjút
è descritto come uno Stregone capace di trasformarsi in qualunque
creatura pur di cagionare sofferenza. Per difendersi, si consiglia di
tenere un coltello sotto il cuscino, utile ad eliminarlo; anche le
mele cotogne rappresentano un efficace mezzo apotropaico, poiché
egli ne detesta l’odore.
Un’ulteriore protezione, non meno
diffusa, riguarda i rametti d’ulivo che, come in altre aree,
insieme alle foglie di vite, renderebbero impenetrabili la finestra
su cui vengono appesi così come la toppa della serratura, nella
quale vengono infilati.
Infanzia,
numeri e soglie
I
bambini, in special modo quelli di salute cagionevole, sono, secondo
la credenza, i più soggetti agli attacchi dell’Oppressione
Notturna. A tal proposito si tende a proteggerli facendoli passare —
il giorno del battesimo — dalla finestra, oltre a recitare
preghiere atte a tutelarli il settimo giorno dalla nascita, alla
settima settimana di vita e al settimo anno.
In
alcune varianti, lo Spirito può assumere anche l’aspetto di una
gallina e, in tal caso, si ritiene necessario uccidere tutti gli
esemplari presenti nel pollaio. A Trieste, invece, si racconta che
possa manifestarsi sotto forma di un gatto nero. Per identificarlo,
qualora si sospetti la sua presenza dietro un malessere notturno, si
consiglia di colpire con un sasso l’occhio del primo gatto nero che
si incontra: se il giorno seguente si dovesse incontrare una persona
con l’occhio ferito e protetto da una benda, la sua natura sarà
rivelata.
Sempre riguardo ai gatti neri, esiste un altro metodo
per liberarsi definitivamente del Tormento: bruciare, nel prato
davanti alla casa, il pagliericcio su cui ha dormito la vittima e
attendere che il primo gatto nero si avvicini al fuoco. Quando ciò
accade, bisogna colpirlo senza esitazione sino alla morte, ponendo
così fine alla sua persecuzione.
L’atto
di orinare — pratica apotropaica attestata anche in altre regioni —
oppure, in alternativa, il semplice bere acqua, sono considerati un
efficace mezzo di protezione.
Nelle Valli dell’Isonzo e nell'area di Idria (Slovenia),
invece, si usa disegnare sulla porta d’ingresso o della camera da
letto la sagoma di una testa di maiale, ritenuta capace di tenere
lontano lo Spirito.
Figure
affini e ambito slavo
La
Mora o
Morà
appare essere una corruzione del termine Mara
— Smara
— e presenta peculiari tratti bestiali, sebbene non meglio
precisati. È una figura tipica della Val Resia in provincia di
Pordenone, dove si racconta che succhi le mammelle dei dormienti (in
merito, si può riscontrare un parallelismo in una leggenda della Val
dei Mòcheni, in provincia di Trento nonché nell’area cimbra
veronese). Contro le sue incursioni notturne, tra i rimedi adottati
compaiono lo stratagemma della bottiglia e l’uso apotropaico del
cosiddetto “Piede della Strega”, ossia il pentacolo o la sua
variante a esagramma, tracciato direttamente sul corpo come forma di
protezione.

In
ambito slavo compaiono inoltre figure affini, come i Vokodlaky,
lupi mannari ai quali viene attribuita un’azione di tipo vampirico
nei confronti sia dei dormienti sia dei defunti. In questo stesso
orizzonte culturale, anche la Mora
è descritta come Entità che si introduce nelle abitazioni
attraverso il buco della serratura per succhiare le mammelle delle
vittime, continuando l’attacco fino all’uccisione qualora si
tratti di bambini. Fra le denominazioni slave correlate al fenomeno
dell’Oppressione Notturna compaiono i termini Vedomec
e Vešča.
Etimologie
e trasformazioni culturali
Il
termine tedesco Trude,
così come tutte le varianti di molte aree del nord est dell’Italia,
rimanda al significato del Mahr
germanico, che è anche base dei termini inglesi nightmare
e francese cauchemar,
ad indicare l’Incubo. Il lemma italiano, etimologicamente, attinge
invece dal latino, dove incubare ha il significato di “sedere
sopra”, e l’Incubus
era appunto lo Spirito che effettuava questa oppressione.
Con
Roma ed il Cristianesimo l’Incubo
assumerà per le aree di influsso culturale latino un doppio nome
svincolato dalla radice germanica, e si delineerà in una forma
maschile: l’Incubus
ed in una femminile: il Succubus.
A partire da quel momento si svilupperà un’ampia letteratura su
questa Entità soprannaturale.
Conclusioni
L’analisi
condotta mostra con chiarezza come le molteplici manifestazioni della
Smara —
e delle figure affini che ne condividono l’origine —
costituiscano un nucleo mitico di sorprendente coerenza, pur nella
varietà dei contesti linguistici, geografici e simbolici in cui esse
sono attestate. Le sue metamorfosi onomastiche e iconografiche, che
spaziano — dalla Smarva
alla Drude,
dalla Fracariola
al Pesarol,
dal Premevenco
al Cjalcjút
—delineano un archetipo comune radicato nell’immaginario europeo
sin dai tempi più antichi: quello dell’Essere Notturno che
opprime, soffoca, schiaccia, altera il
confine tra veglia e sonno, sospendendo la percezione ordinaria del
reale.
L’intreccio
fra credenze popolari, pratiche apotropaiche, scongiuri, filastrocche
e racconti tramandati oralmente, delinea una mappa culturale
complessa che attraversa Alpi, Prealpi e territori di confine,
rivelando persistenti contaminazioni germaniche all’interno anche
di aree romanze. La diffusione capillare di queste narrazioni
conferma il ruolo della Smara
— e delle sue molteplici varianti — come figura-limite capace di
incarnare, in forme sempre rinnovate, i timori ancestrali.
Il
percorso sin qui delineato non esaurisce naturalmente la complessità
del fenomeno, ma intende offrire una base solida per ulteriori
approfondimenti comparativi, sia sul piano linguistico sia su quello
antropologico. Le storie raccolte — provenienti da vallate
trentine, territori veneti, aree ladine, comunità cimbre e mochene —
testimoniano infatti una continuità sorprendente, che merita di
essere ulteriormente esplorata alla luce delle dinamiche di scambio
culturale tra mondo germanico e i territori a sud delle Alpi.
La
Smara, con i suoi molteplici nomi e
volti, continua così a rappresentare un punto di osservazione
privilegiato per comprendere come il folklore affronti, da secoli,
l’esperienza universale dell’oppressione notturna. Ed è proprio
questa capacità di sopravvivere alle trasformazioni del Tempo,
mantenendo intatta la sua potenza simbolica, che la rende una delle
figure più affascinanti del panorama mitico dell’Italia
nordorientale.
Immagini
*
Copertina Generata con l’A.I.
*
Tratte dall’archivio personale:
*
2. Ausstellung-Mostra: Stille Kräfte des Alltags Der Volksglaube—Le
credenze popolari Forze segrete della vita quotidiana
Burg-Castel Taufers 29.03. –
03.11.2024
*
3. Slovenski
etnografski muzej, Ljubljana
— Museo
Etnografico Sloveno, Lubiana
Bibliografia
*
Coltro Dino, Gnomi, anguane, basilischi
Esseri mitici e immaginari del Veneto, del Friuli-Venezia Giulia, del
Trentino e dell’Alto Adige, Cierre
Edizioni 2012
*
Coltro Dino, Leggende e racconti
popolari del Veneto, Newton Compton
Edizioni 1982
*
Dal Lago Bruna, Storie di Magia,
Lato Side Editori 1979
*
Degiampietro Candido, Fiabe,leggende e
saghe fiemmesi, Edizioni Pezzini 1988
*
De Rossi Hugo di S. Giuliana, Fiabe e
leggende della Val di Fassa, Istitut
Cultural Ladin «majon di fascegn» 1984
*
Garobbio Umberto, Alpi e Prealpi—Mito
e Realtà Friuli
Venezia Giulia, Edizioni Alfa 1980
*
Martello Paola, Sette Volte Bosco Sette
Volte Prato, Centro Documentazione
Luserna—Trento Istituto Cimbro Luserna— Trento; Istituto di
Cultura Cimbra Roana — Vicenza Curatorium Cimbricum
Veronese—Verona, Editrice Veneta 2014
*
Ostermann Valentino, La Vita in Friuli,
Edizioni Biblioteca dell’Immagine 2019 (1894)
*
Raffaelli Umberto, Leggende, Fiabe &
Figure immaginarie delle Dolomiti, Editoriale
Programma 2019
*
Rosset Galliano, Superstizioni e miti
della civiltà contadina, Editrice
Veneta 2018
*
Sebesta Giuseppe, Fiaba—leggenda
dell’Alta Valle del Fèrsina e Carta d’identità delle figure di
fantasia, Edizione Museo Provinciale
degli Usi e Costumi della Gente Trentina—San Michele all’Adige
1973
*
Seebold Elmar (a cura di), Kluge
Etymologisches Wörterbuch der deutschen
Sprache23. Auflage, De
Gruyter 1995
Sitografia
* Cfr.
Frau Drude-Trude
https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/frau-drude-trude.html
*
Cfr. L’Alp
https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/l-alp.html