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domenica 28 dicembre 2025

La Vampira (Luserna e Sette Comuni, Trentino-Alpe Cimbra e Veneto)

 


Una sera come tante, una giovane coppia di sposi si mise a letto. Appena calato il silenzio e spento ogni lume, un fruscio improvviso ruppe la quiete: qualcosa si muoveva nell’oscurità. Dopo pochi istanti, l’uomo si irrigidì, paralizzato, incapace perfino di proferire parola. Dalle sue labbra uscivano solo suoni soffocati, simili a un lamento.

La moglie, spaventata e confusa da quella reazione, lo scosse con forza. Solo allora lui riuscì a parlare. Le raccontò che, nel momento esatto in cui avevano avvertito quella strana presenza nella stanza, aveva sentito un peso invisibile piombargli addosso, come se qualcosa cercasse di soffocarlo.
E fu proprio in quell’istante, quando lei lo scosse, che quella presenza si allontanò di colpo.

Il giorno seguente, la giovane coppia si confidò con la madre dello sposo. La donna, udito il racconto, si mise a ridere e disse loro, con tono quasi divertito, che a visitarli era stata la Vampira. I due tornarono a casa per nulla rassicurati dalle parole della donna ma, almeno, da quel momento sapevano chi fosse a turbare il loro sonno. Quella stessa notte, l’oscura Presenza tornò a colpire il marito, e così accadde anche nei giorni successivi. L’uomo si sentiva sempre più debole, poiché la Vampira, ogni notte, gli succhiava il sangue, svuotandolo a poco a poco di ogni energia. Esasperato, fu colto da un’idea improvvisa.

Una notte, decise di attendere. Mentre la moglie era già a letto, lui rimase appostato accanto alla porta della camera da letto, stringendo tra le mani una cavezza da cavallo. Poco dopo, sentì l'Entità salire le scale. Appena la vide entrare, le infilò la cavezza sulla testa e all’istante quella si tramutò in un cavallo. A quel punto, lo sposo corse dal fabbro del paese, supplicandolo di seguirlo a casa per ferrare l’animale. Durante il tragitto, gli raccontò l’intera vicenda. Il fabbro, ancora mezzo assonnato, ascoltò in silenzio, sbigottito. Una volta giunto nella stanza, senza indugio ferrò la bestia, poi fece ritorno alla sua dimora.

Ma non appena rientrò a casa, trovò la moglie — la Vampira — distesa a letto, che urlava per i dolori lancinanti. Quando il fabbro aveva ferrato il cavallo, in effetti, aveva conficcato i chiodi proprio nelle sue mani e nei suoi piedi.

Preso da un sentimento misto di angoscia e sgomento, il fabbro corse a casa della coppia, spiegò tutta la situazione e chiese il permesso di rimuovere i chiodi che aveva appena messo al cavallo, altrimenti la donna sarebbe morta di dolore. Promise infine che non si sarebbero più verificate aggressioni e che avrebbe proibito alla moglie di nutrirsi ancora del sangue della sua vittima.

Così il fabbro tornò a casa e rimosse i chiodi dalle mani e dai piedi della donna, alla quale vietò, da quel momento in poi, qualsiasi forma di aggressione. Piantò quindi un chiodo nel muro e le intimò che, ogni volta in cui avesse sentito il desiderio di succhiare il sangue di qualcuno, avrebbe dovuto succhiare quel chiodo. La Vampira non poté fare altro che accettare e, da quel giorno, non entrò mai più nelle case a cercare vittime.



Note

Il chiodo

In questa versione cimbra, il Tormento Notturno assume i tratti della Vampira, figura già incontrata nella leggenda mochena, dove si manifesta in relazione ai neonati. Emergono tratti simbolici interessanti, in particolare legati al ruolo dei chiodi, che in questo contesto trascendono la loro semplice funzione narrativa.

Il chiodo, infatti, serve a placare la Vampira: la Strega, in virtù del patto stipulato con il marito—fabbro, è obbligata a rivolgere i propri impulsi predatori verso questo oggetto, che funge da sostituto simbolico delle sue vittime. In ambito folklorico, il chiodo assume così il valore di limite e confine tra la natura stregonica e quella umana della donna, tra ciò che è lecito e ciò che non lo è.
I chiodi, da sempre, rappresentano ciò che blocca, sigilla, vincola: strumenti capaci di fermare un maleficio, contenere una forza o imprigionare uno spirito. Il gesto di piantare un chiodo nel muro richiama pratiche rituali apotropaiche e di legatura magica, finalizzate a contenere o esorcizzare entità malefiche.

Il fabbro

Interessante anche il ruolo del fabbro, che abbiamo già visto in altre leggende, come in quella fassana “La Trud e il Fabbro”, dove, se in quel caso si limitava a “consegnare scorie”, qui assume un ruolo coerente con l’archetipo tradizionale di “colui che forgia e domina il Ferro attraverso il Fuoco”. In questa storia, egli è non solo il marito della Vampira, ma anche l’unico in grado di riconoscere e contenerne la natura. Si riafferma così la sua funzione di mediatore tra il Mondo Naturale e quello Soprannaturale, capace di agire su entrambi i piani. Il fabbro non combatte la Vampira con la violenza, ma attraverso un gesto rituale e simbolico, che lo rende artefice di un equilibrio tra l'umano e il demoniaco.





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* Generata con l'A.I.

Bibliografia

* Coltro Dino, Leggende e racconti popolari del Veneto, Newton Compton Edizioni 1982

Sitografia

* Cfr. La Vendetta del Premevenco (Cadore, Comelico e Bellunese, Veneto)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-vendetta-del-premevenco-cadore.html

* Cfr. Il Pesarol (Bassa Legnaghese, Veronese, Veneto)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/il-pesarol-bassa-legnaghese-veneto.html

* Cfr. La Trude catturata (Dolomiti, Trentino-Alto Adige)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-trude-catturata-dolomiti-trentino.html

* Cfr. La Tròta e i Neonati (Val dei Mocheni-Bersntol, Trentino)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-trota-e-i-neonati-val-dei-mocheni.html

* Cfr. La Trud e il Fabbro

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-trud-e-il-fabbro-val-di-fassa.html

* Cfr. La Tròta (Val di Fiemme, Trentino)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-trota-val-di-fiemme-trentino.html

* Cfr. Malvina, la Donna che conosceva la Morte (Val di Fassa, Trentino)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/malvina-la-donna-che-conosceva-la-morte.html

* Cfr. La Smara e i molti nomi della Trude: un'analisi del Tormento Notturno tra le Alpi e alcune aree orientali d'Italia.

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-smara-e-i-molti-nomi-della-trude.html

* Cfr.Frau Drude-Trude

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/frau-drude-trude.html

* Cfr. L'Alp

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/l-alp.html





sabato 27 dicembre 2025

La Trude catturata (Dolomiti, Trentino-Alto Adige)




Una leggenda racconta come, con ingegno e arguzia, un giovane riuscì a catturare la Trude. Fingendosi profondamente addormentato, attese che la Creatura si avvicinasse. La Strega gli alitò gelidamente in faccia e lo guardò con i suoi occhi di color giallo sulfureo. Fu in quell’istante che il ragazzo, con un balzo fulmineo, le gettò un rosario al collo.

Mentre la tenebrosa Figura si dimenava furiosamente per toglierselo di dosso, il ragazzo recuperò dalla stalla due robuste funi, con cui legò i polsi e le caviglie dell'Entità, intrappolandola.

Ma la Strega, nel suo ultimo tentativo di ribellione, sollevò lo sguardo e lo fissò intensamente. Quello sguardo, carico di un potere oscuro, lo vinse: il giovane cadde in un sonno profondo, come se una nebbia incantata avesse avvolto la sua mente.

Quando infine si ridestò, il giovane uomo, ancora intorpidito dal sortilegio, ebbe un sussulto. Accanto a lui, sdraiata, giaceva una giovane donna, abbigliata di nero, di straordinaria bellezza. Quell’immagine inattesa portava ancora al collo il rosario, e le caviglie e i polsi erano ancora avvolti nelle funi che, solo poche ore prima, avevano imprigionato la Trude.


Note

Cristianizzazione e funzione esorcistica

Anche in questo caso, come in altri già analizzati, assistiamo a una rivisitazione in chiave cristiana della leggenda. Il rosario, uno dei simboli per eccellenza della devozione cattolica, assume il ruolo di strumento liberatorio, capace di soggiogare e neutralizzare la Trude. La stessa funzione, in altre versioni della leggenda, è attribuita al segno della croce o alla recitazione di preghiere, tutti elementi che rivelano l’influenza del cattolicesimo nel reinterpretare antiche figure mitiche.

Origine precristiana della Figura

Occorre però tenere conto di come questa Strega, nelle sue manifestazioni originarie, risalga a un tempo ben lontano dal monoteismo cristiano, radicandosi invece in una tradizione pagana. Si tratta di una figura ancestrale, nata in un mondo che non conosceva né croci né rosari cristiani, e che attribuiva al sacro e al magico caratteristiche molto diverse da quelle introdotte successivamente dal cristianesimo.

In tal senso, l’attribuzione di poteri esorcistici al rosario o alla croce appare come un’operazione di sovrapposizione culturale, un tentativo di contestualizzare antiche credenze popolari all’interno del nuovo sistema religioso.

Sopravvivenza dell'archetipo

Tuttavia, sotto la superficie del racconto, emerge ancora la forza originaria e indipendente di queste figure che, sebbene si cerchi di soggiogarle attraverso simboli cristiani volti a consolidare una nuova visione del mondo, appartengono a un universo culturale più remoto e complesso.






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* Generata con A.I.

Bibliografia

* Raffaelli Umberto, Leggende, Fiabe & Figure immaginarie delle Dolomiti, Editoriale Programma 2019

Sitografia

* Cfr. La Tròta e i Neonati (Val dei Mocheni-Bersntol, Trentino)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-trota-e-i-neonati-val-dei-mocheni.html

* Cfr. La Trud e il Fabbro

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-trud-e-il-fabbro-val-di-fassa.html

* Cfr. La Tròta (Val di Fiemme, Trentino)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-trota-val-di-fiemme-trentino.html

* Cfr. Malvina, la Donna che conosceva la Morte (Val di Fassa, Trentino)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/malvina-la-donna-che-conosceva-la-morte.html

* Cfr. La Smara e i molti nomi della Trude: un'analisi del Tormento Notturno tra le Alpi e alcune aree orientali d'Italia.

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-smara-e-i-molti-nomi-della-trude.html

* Cfr.Frau Drude-Trude

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/frau-drude-trude.html

* Cfr. L'Alp

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/l-alp.html






 



venerdì 26 dicembre 2025

La Tròta e i Neonati (Val dei Mocheni-Bersntol, Trentino)

 



Nella Valle dei Mocheni si racconta da generazioni che non bisogna mai lasciare soli i neonati. Una volta, si narra che la Tròta si insinuò nella stanza di uno di loro, durante la notte. Il piccolo, adagiato nella sua culla, dormiva beatamente e la madre, sfinita dalla stanchezza, riposava poco lontano. La Creatura sgattaiolò subdolamente sino alla culla, si chinò e iniziò a succhiare del sangue dal capezzolo del povero bambino, che prese a urlare e piangere. La madre accorse immediatamente, mentre la Tròta si allontanava nel buio.

Sconvolta per quanto era avvenuto al suo piccolo, la donna si recò da una saggia del villaggio e le raccontò cosa aveva visto. L’anziana l’ascoltò, poi le consigliò: «Prendi un piccolo lume e nascondilo sotto un secchio per il latte. Metti poi davanti al secchio una croce. Non appena sentirai il bambino piangere, alza il secchio e osserva cosa succede.» La sera successiva la donna seguì per filo e per segno quanto le era stato suggerito e, nascosta, attese.

La Tròta arrivò puntuale come la notte precedente e, non appena si avvicinò alla culla, la madre alzò il secchio. L’Entità si voltò e, nel momento in cui vide proiettarsi sul pavimento e sulla culla l’ombra della croce, scappò dalla stanza, dileguandosi senza fare mai più ritorno. Da quel momento, la madre pose sopra la culla del piccolo un rametto d’ulivo benedetto, e non ebbe mai più visite sgradite.



Note

Tradizione e innesto cristiano

Nella versione raccolta da Sebesta, nel racconto intitolato L’ombra della croce, ambientato in Valle dei Mocheni–Bersntol (Frassilongo, Roveda, S. Francesco), la figura della Tròta riflette l’incontro tra l’Antica Tradizione e successivi innesti cristiani. In questa narrazione, la Tròta assume i tratti tipici di una delle sue possibili manifestazioni, quella vampirica: di notte si avvicina ai neonati durante il sonno, succhiandone il sangue dai capezzoli.

La dimensione cristiana emerge invece nelle tecniche di difesa adottate dalla madre su consiglio dell’anziana del villaggio. L’ombra della croce, ottenuta mediante un lume inizialmente posto sotto un secchio del latte, svolge una funzione apotropaica, costringendo la Creatura alla fuga. Anche il gesto finale — l’appendere un rametto d’ulivo benedetto sopra la culla — appartiene chiaramente al repertorio cristiano della protezione contro gli spiriti malevoli.

Apotropia e assenza di dispositivo

È significativo, tuttavia, che la Tròta non venga né distrutta né smascherata — come accade, ad esempio, nella leggenda del fabbro Foschin — ma semplicemente scacciata attraverso un insieme di oggetti e segni apotropaici che combinano luce, ombra e simbolismo cristiano.

La leggenda mette così in evidenza la differenza tra un trattamento cristiano dello Spirito perturbante e uno che non lo è, come quello adottato dal fabbro nella narrazione precedente. Se il dispositivo, in senso proprio, si configura come una struttura regolativa capace di imporre una limitazione stabile dell’agire della Trud/Tròta, in questo racconto assistiamo invece all’uso esclusivo di forme apotropaiche cristiane: la croce proiettata dall’ombra del lume e il rametto d’ulivo posto sopra la culla del neonato.

Tali elementi non instaurano una relazione con la Presenza né costruiscono un equilibrio, ma mirano a interrompere l’interazione e a scacciarla, secondo una concezione in cui l’allontanamento equivale all’annullamento dell’effetto nocivo. La croce, infatti, non regola ma spezza il contatto, mentre l’ulivo delimita uno spazio che viene così dichiarato inviolabile. In questo quadro emerge con chiarezza il presupposto cristiano: il Male non si amministra, si scaccia.






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*Generata con A.I.

Bibliografia

* Sebesta Giuseppe, Fiaba—leggenda dell’Alta Valle del Fèrsina e Carta d’identità delle figure di fantasia, Edizione Museo Provinciale degli Usi e Costumi della Gente Trentina—San Michele all’Adige 1973

Sitografia

* Cfr. La Trud e il Fabbro

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-trud-e-il-fabbro-val-di-fassa.html

* Cfr. La Tròta (Val di Fiemme, Trentino)

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* Cfr. Malvina, la Donna che conosceva la Morte (Val di Fassa, Trentino)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/malvina-la-donna-che-conosceva-la-morte.html

* Cfr. La Smara e i molti nomi della Trude: un'analisi del Tormento Notturno tra le Alpi e alcune aree orientali d'Italia.

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-smara-e-i-molti-nomi-della-trude.html

* Cfr.Frau Drude-Trude

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/frau-drude-trude.html

* Cfr. L'Alp

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La Trud e il Fabbro (Val di Fassa, Trentino)




Tutte le notti era la stessa storia! La Trud si insinuava dal buco della serratura per tormentare il fabbro Foschin. Ma l’uomo, previdente, si era abituato a farsi il segno della croce prima di coricarsi e posizionarsi sempre su un fianco. Non appena varcava la soglia, l’orrenda Strega andava su tutte le furie: urlava, si contorceva, rovesciava mobili e suppellettili, strappava vestiti e tende, furiosa per non poter schiacciare quell’uomo che aveva imparato come tenerla a bada.

Tuttavia, il Foschin era esasperato e desiderava riappropriarsi del suo sonno ristoratore, senza essere disturbato ogni notte da quell’oscura Presenza. Pensò e ripensò, finché, una notte, ordinò alla vecchia Strega di tornare la mattina seguente per prendere delle scorie. Sperava così di riuscire a smascherarla, dandole finalmente un volto.

Attese e, la mattina dopo, la vecchia Romana da Moncion bussò alla porta della sua fucina. Quando l’uomo aprì, le chiese cosa volesse. Alla sua richiesta — di scorie per lenire il mal di denti — Foschin la riconobbe: era lei la Trud.

Con tono deciso, le disse di sapere chi fosse e quanto lo tormentava di notte. Le offrì le scorie, ma a una condizione: avrebbe dovuto lasciarlo in pace per sempre. La donna accettò, e così il fabbro tornò finalmente a dormire sonni tranquilli.



Note

Attribuzione culturale e trasmissione della Figura

Questa leggenda fu raccolta da Hugo de Rossi e ripresa, in epoca recente, da Mauro Neri. L’aspetto interessante è che la storia, sebbene ambientata in Val di Fassa, non sembra avere una radice riconducibile in modo stretto alla Cultura Ladina. Mancano infatti riferimenti nei lavori degli studiosi più illustri dell’area romanza, come Hörmann, Schneller e Alton, elemento che fa ipotizzare un’origine legata a un’influenza culturale tirolese.

Curiosamente, nella stessa area, la Figura viene anche chiamata ‘Smara, in un brano estrapolato da Storie di Magia di Brunamaria Dal Lago Veneri; tuttavia, in quel racconto, che non ha carattere leggendario, i tratti risultano — in maniera esclusiva rispetto agli altri racconti — completamente diversi, pur mantenendo efficacia narrativa.

La Soglia come Varco Liminale

L’ingresso della Trud attraverso il buco della serratura richiama uno dei nuclei simbolici fondamentali dell’Oppressione Notturna: l’accesso attraverso varchi minimi, soglie impercettibili, interstizi tra interno ed esterno. La casa non viene violata con la forza, ma penetrata secondo una logica liminale, che non si colloca né nel dentro né nel fuori.

Il corpo ed il gesto rituale come contromisure

Il dormire su un fianco e il segno della croce costituiscono due strategie difensive complementari: una corporea e una rituale. Il corpo, modificando la postura, interrompe la possibilità dell’oppressione; il gesto sacro, invece, agisce come dispositivo apotropaico. È significativo che la leggenda ci indichi che nessuna delle due sia risolutiva.

Il rumore come fallimento dell’azione

La furia distruttiva della Trud, che si manifesta attraverso urla e devastazioni, segnala il fallimento del suo gesto primario. Quando l’Oppressione Notturna non può esercitarsi sul corpo, si degrada in rumore e disordine, diventando visibile e, proprio per questo, meno pericolosa, almeno per la vittima.

Il vincolo temporale

L’espediente di invitare la Trud a tornare di giorno introduce un vincolo temporale tipico delle Entità notturne: la luce dissolve l’ambiguità, costringendo la Presenza a manifestarsi in forma umana e riconoscibile. È il passaggio dal tempo liminale al tempo sociale.

La Scoria come dispositivo di regolazione del conflitto

La scoria non è soltanto uno scarto del fuoco, ma un residuo trasformato: ciò che resta dopo il processo di fusione, quando la materia ha attraversato il fuoco e ne porta l’impronta, rivelando la propria carica simbolica. In questo senso, è un oggetto liminale per eccellenza, situato tra utile e inutile, tra materia lavorata e rifiuto, tra potenza e abbandono.

Nel racconto, la richiesta della scoria non ha solo funzione di smascheramento, ma istituisce un patto. La Trud, accettando di presentarsi di giorno e di riceverla, viene costretta a uscire dal regime notturno e liminale entro cui esercita il proprio potere. L’oggetto consegnato diventa così il segno materiale di una regolazione: non l'eliminazione della Creatura, ma il ridisegno dei confini della sua azione.

La Scoria, in quanto prodotto del lavoro del Fabbro, sancisce inoltre un'asimmetria di potere: è l’Uomo che domina il Fuoco e governa la trasformazione della materia a concedere qualcosa alla Trud. Non si tratta di un dono gratuito, ma di una concessione vincolata, che stabilisce una relazione duratura e stabile. Dopo lo scambio, la Trud non viene annientata, ma neutralizzata nel suo agire notturno nei confronti di Foschin.

In questo senso, funziona come oggetto di chiusura del conflitto: non spezza il legame tra umano e soprannaturale, ma lo stabilizza, rendendolo prevedibile e non più invasivo. È un dispositivo che trasforma una persecuzione ricorrente in un equilibrio regolato, sottraendo la Trud al ciclo dell’Oppressione Notturna e confinandola in una relazione contrattuale.

La Scoria agisce come dispositivo nel senso filosofico del termine: non elimina la Trud né la neutralizza definitivamente, ma regola in modo duraturo il rapporto tra le parti. Attraverso lo scambio pattuito, essa istituisce un ordine nuovo, fondato su un vincolo simbolico e su una promessa reciproca. Il Fabbro non vince la Trud con la forza, né la espelle dallo spazio notturno: ne contratta l’azione, trasformando l’Oppressione in una relazione governata.

Il dispositivo non opera quindi per distruzione, ma per stabilizzazione: assegna alla Trud un limite, una condizione di non-ritorno, e al Fabbro una soglia di sicurezza. In questo modo, essa diventa garante del patto e segno materiale di una riconfigurazione del potere, in cui l’Entità resta esistente ma non più operante. Il conflitto non si risolve, viene contenuto, e proprio per questo il sonno può tornare ad essere possibile.

L'utilizzo di un dispositivo come soluzione narrativa

Lo schema dello scambio rituale — offerta in cambio di tregua — è ricorrente nelle narrazioni legate alla Trud, e la leggenda indica chiaramente come questa si configuri quale formula di contenimento unica di reale efficacia.

La risoluzione non avviene attraverso la punizione o la morte della Strega, ma mediante un patto. Questo riflette una visione folklorica pragmatica: non eliminare il Male, ma regolarne l’azione.

Il Fabbro quale presenza liminale al pari della Trud

Tuttavia, la presenza del Fabbro come protagonista non è casuale. Nella tradizione mitologica e folklorica, specialmente alpina, il Fabbro è Figura liminale, capace di mediare tra Umano e Sovrannaturale. La sua abilità nel dominare Fuoco e Metallo lo rende, in sé, un essere stregonico, in grado di confrontarsi con creature come la Trud.

Smascheramento e reintegrazione

L’identificazione della Trud con una donna del villaggio non equivale a una spiegazione razionale, ma a una reintegrazione sociale della perturbante. La Figura viene ricondotta entro confini umani, neutralizzata attraverso il riconoscimento e la negoziazione.






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* Generata con l’A.I.

Bibliografia

* De Rossi Hugo di S. Giuliana, Fiabe e leggende della Val di FassaIstitut Cultural Ladin «majon di fascegn» 1984

* Neri Mauro, Le mille e una leggenda del TrentinoAthesia Verlag 2019

Sitografia

* Cfr. La Tròta (Val di Fiemme, Trentino)

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* Cfr. Malvina, la Donna che conosceva la Morte (Val di Fassa, Trentino)

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* Cfr. La Smara e i molti nomi della Trude: un'analisi del Tormento Notturno tra le Alpi e alcune aree orientali d'Italia. 

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* Cfr. Frau Drude-Trude

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* Cfr. L'Alp

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giovedì 25 dicembre 2025

La Tròta (Val di Fiemme, Trentino)

 



Un tempo, il rispetto per gli anziani e per coloro che avevano una disabilità era considerato qualcosa di sacro, da trasmettere ai più piccoli. Quando un bambino si faceva scherno di uno di loro, gli si impartiva una lezione con uno scapaccione e la promessa che, di notte, la Tròta avrebbe pensato al resto.

Oggi, invece, la Tròta non si nomina più: è caduta nell’oblio, sostituita dal più generico incubo”, spesso legato a una cattiva digestione, effetto di un pasto abbondante. Tuttavia, nei nostri avi, il ricordo della Tròta era ben radicato, tanto nitido che ne tramandavano la storia.

Vestiva solo stracci e aveva un aspetto tanto ripugnante quanto inquietante: il naso adunco, il mento sporgente e un neo dal quale spuntava un lungo pelo le segnavano il volto. Un’apparizione capace di suscitare disgusto e terrore in chiunque avesse la sventura di incontrarla.

I giovani monelli del borgo non attendevano altro che incontrarla, per prenderla a male parole, facendosi scherno di lei e della sua bruttezza. La Tròta provava a difendersi come poteva, lanciando, se le capitava sottomano, qualche sasso raccolto per strada, mentre inveiva contro i disgraziati che la perseguitavano e contro le famiglie colpevoli di non essere state in grado di educarli.

Afflitta per lunghi anni, giunse infine, per la Tròta il momento della Morte. In quell'istante, la vecchia si rivolse a Dio, chiedendo vendetta contro i suoi aggressori. Ma il Signore fu chiaro: se non avesse abbandonato l’odio che albergava nel suo cuore, le porte del Paradiso le sarebbero rimaste per sempre precluse. Tuttavia, incuriosito, Dio volle sapere cosa intendesse per vendetta. La Tròta, con voce carica di rancore, spiegò che mai era riuscita a catturare uno dei suoi molestatori e chiese, come unico desiderio, di poter diventare il loro Tormento peggiore, affinché non spaventassero mai più né anziani né disabili.

Il Signore, vedendo in lei una scintilla di giustizia, accolse la sua richiesta, ma pose delle condizioni: la Tròta avrebbe potuto agire solo col favore delle tenebre e colpire esclusivamente durante il sonno di coloro che avevano mostrato crudeltà verso i più deboli. Così, Dio fece di lei uno strumento di ammonimento e castigo, un’incarnazione della sua volontà. Da quel momento, chiunque avesse la coscienza sporca diventava preda della Tròta. Di notte, in sogno, la vecchia appariva con le sue unghie affilate come artigli, inseguendo le sue vittime in una corsa interminabile. Immobilizzati dal terrore, i malcapitati restavano paralizzati, sperando che quella visione spaventosa svanisse. Ma la Tròta non si accontentava: la paura che infliggeva si rifletteva anche negli occhi di chi, al risveglio e madido di sudore, continuava a sentire la stretta gelida di quell’Incubo. Solo il sopraggiungere della luce del giorno riusciva a liberare le sue prede.

Ma, se questa era la forma più comune di incontro con questa Strega, ve ne era un’altra, altrettanto terribile. La sua vittima si trovava in sogno, vestita solo di una camicia bianca e senza nient’altro addosso, dinanzi allo sguardo di profondo rimprovero della Tròta, che gli incuteva una vergogna senza pari, lasciandolo con le gambe incapaci di reggerlo. Ad un certo punto, la Figura assumeva la sua forma di persecutrice più spaventosa e iniziava una corsa da cui, a gambe levate, il dormiente cercava di allontanarsi, ma senza successo: la vecchia laida era sempre alle sue spalle, pronta ad agguantarlo in un attimo. Soltanto chi aveva la fortuna di dormire accanto a qualcuno poteva essere svegliato da quell’Incubo straziante, trovando sollievo al risveglio.



Note

Dall’Oppressione impersonale alla funzione morale

I livelli che andremo ad analizzare evidenziano come questa leggenda conservi tratti “addomesticati” in rapporto ad una versione originaria rispetto alla quale sicuramente differisce enormemente. Leggendo è evidente che la stratificazione alla quale abbiamo assistito durante la lettura è forte e strutturata. In questa versione la Tròta diviene figura ibridata, perde il gesto, il tempo e l’esperienza dell’Oppressione Notturna e riorienta tutto il sua agire. A tal proposito è necessario precisare che le funzioni morali ed educative della Tròta non appartengono al nucleo originario dell’Oppressione Notturna che si configura, invece, nelle sue forme più arcaiche come esperienza impersonale poiché non sceglie per colpa, merito oppure comportamento chi colpire. Il suo accadere ovvero non cade, come abbiamo visto nella leggenda, nella dualità “buoni” “cattivi”. Soprattutto non ha funzione né educatrice né ammonitrice. In questa versione siamo in una rielaborazione successiva in cui le viene attribuito un agire etico e di divenire un ammonimento morale.

Cristianizzazione e riorientamento morale della Figura

Nella seconda parte della leggenda, in cui la Tròta, ormai prossima alla Morte, si rivolge a Dio chiedendo di diventare Tormento Notturno per chi perseguita i più deboli, essa appare così per la prima volta in questa singolare veste. Se da un lato si può riconoscere una cristianizzazione del processo leggendario pagano — processo che appare indubbio, considerando come queste Entità abbiano origine in contesti culturali e cultuali completamente estranei alla forma, ai riti e ai contenuti propri del Cristianesimo, come già discusso in altri testi — dall’altro è evidente come questa narrazione rappresenti una stratificazione ormai compiuta per due motivi principali. Il primo è che la Strega, figura per eccellenza ribelle e indipendente, si ritrova, in questa versione, a sottomettersi alla volontà del Dio cristiano, invocandolo per realizzare il proprio desiderio. Il secondo è che il Signore monoteista, pur riconoscendo che l’anima della Tròta non è ancora degna del Paradiso, ne accoglie la richiesta, ravvisando nella sua sete di vendetta una forma di giustizia, volta a difendere chi non è in grado di proteggersi.

Il paradosso della maledizione cristiana

Tuttavia, la storia mette in luce una contraddizione interessante: il Cristianesimo condanna la maledizione come estranea alla morale cristiana, mentre fin dalle origini non mancano invocazioni rivolte a Dio per infliggere punizioni ai malvagi, punizioni che si armonizzano con una concezione di giustizia divina implacabile, evidenziando un paradosso di ordine concettuale.

La Strega come soggetto esorcizzabile

Più ancora, ciò che colpisce è il fatto che una Strega possa essere considerata in qualche modo esorcizzabile o liberabile da un’influenza negativa. Alcune versioni della leggenda suggeriscono che questa influenza derivi da un comportamento materno inadeguato, come una scarsa adesione alla dottrina cristiana, oppure da un battesimo eseguito in modo scorretto, incapace quindi di garantire la protezione spirituale al neonato.

Il volto doppio della Strega

Infine, emerge un aspetto simbolico che merita attenzione: la Strega, spesso descritta come una figura di straordinaria bellezza, attinge dalla sua natura mutaforma per rivelare una versione di sé che incarna tutto ciò che vi è di più terribile e spaventoso, a partire dall’aspetto. In questa lettura, tipica dell’impianto cristianizzato, la bellezza cela l’orrore; ma se ci si discosta da tale visione, l’orrore può a sua volta celare una forma di bellezza. Questo gioco di opposti rende la Tròta una figura affascinante, capace di attraversare la narrazione con un potere che trascende il Tempo. 






Immagine

* Generata con l’A.I.

Bibliografia

* Degiampietro Candido, Fiabe, leggende e saghe fiemmesi,

Edizioni Pezzini 1988

Sitografia

* Cfr. Malvina, la Donna che conosceva la Morte (Val di Fassa, Trentino)

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/malvina-la-donna-che-conosceva-la-morte.html

* Cfr. La Smara e i molti nomi della Trude: un'analisi del Tormento Notturno tra le Alpi e alcune aree orientali d'Italia. 

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-smara-e-i-molti-nomi-della-trude.html

* Cfr. Frau Drude-Trude

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/frau-drude-trude.html

* Cfr. L'Alp

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/l-alp.html





martedì 23 dicembre 2025

Malvina, la Donna che conosceva la Morte (Val di Fassa, Trentino)

 



Tutto il paese ne conosceva il nome e soprattutto la fama. Aiutava nelle case, nelle faccende domestiche, come si usava un tempo, ma la sua attività non si fermava a rassettare letti o lavare piatti e pavimenti di pietra. Lei conosceva la Morte.

Come, direte voi? Cosa significa?
Malvina sapeva quando chi era vicino al trapasso avrebbe lasciato il corpo, oppure se il momento non era ancora giunto. Il suo ruolo era quello di prevedere se il passaggio fosse prossimo e di accompagnare chi si stava spegnendo.
Nessuno sapeva come e da chi avesse imparato, ma nessuno osava contraddirla.

Se nella Morte naturale era precisa, per quella improvvisa non aveva la stessa puntualità. Quando arrivava nella casa di un morente si sedeva accanto al letto, scarna di parole, pronta ad attendere. Se il malato chiedeva quanto fosse vicino il trapasso, lei lo esortava a pregare e lo rassicurava dicendogli che sarebbe stata lei a chiudergli gli occhi.

Appena giungeva l’ultimo respiro, Malvina chiudeva ogni finestra e rimaneva al buio accanto al defunto. Le imposte venivano serrate così che nemmeno un filo di luce penetrasse nella camera. Tutto diveniva silenzio. Lei iniziava a pregare.

Poi, a un tratto — con tempi diversi da morto a morto — un urlo, un grido tagliente, primordiale, squarciava il silenzio della casa. Era un segnale, un richiamo rivolto al Mondo dei Vivi. Solo allora Malvina apriva la piccola finestra¹.

Da quel momento il dolore diventava pubblico: le donne della famiglia entravano, si accingevano a lavare il corpo, accendevano i ceri, iniziavano i rosari che dovevano durare tutta la notte. Nel buio tremolante, qualcuno mormorava che Malvina non si era mai sbagliata. Che vedeva ciò che gli altri non vedevano.

In paese, il suo nome lo pronunciavano a bassa voce. Malvina passava da una casa all’altra per aiutare nelle faccende: rifaceva letti, lavava pietre consunte, riordinava stoviglie. Era minuta, discreta, quasi invisibile. Ma non era per questo che tutti la conoscevano.

____________________________

¹ Il Seelenglotz, o “finestra dell’anima”, è una piccola apertura tipica delle antiche case alpine germanofone. Secondo il folklore, veniva aperta al momento del decesso per consentire all’anima del defunto di lasciare l’abitazione.



Note

Questo è l’unico brano di quelli correlati all’analisi dell’articolo precedente, che non è una leggenda: si tratta infatti di un racconto tratto dal libro Storie di Magia. Il titolo originale del testo è La ‘Smara. Nel mio titolo ho utilizzato il nome della protagonista, Malvina, ed ho scelto di sottolinearne l’aspetto della conoscenza della Morte, poiché è questo il tratto precipuo che ne emerge. Questa ‘Smara non ha i tratti essenziali della Figura che vedremo — aspetti che ricorrono con maggiore chiarezza nelle leggende seguenti — ma Malvina è comunque profondamente connessa alla Morte, ed è inoltre capace di predire il momento del distacco nelle malattie. È quindi figura dotata di atti di veggenza rispetto al momento del fine Vita.

Malvina e l’Accabadora: una parentela di funzione, non di gesto

Appena ne lessi, fui richiamata da una similitudine con una figura che sebbene lontana da questa terra, mi ha sempre affascinata: quella dell’ Accabadora sarda. Vorrei fosse chiaro fin da subito che le due Figure non coincidono assolutamente ma si sfiorano sul piano strutturale. Malvina richiama l’Accabadora, non per ciò che fa, bensì per ciò che sa e per il modo in cui si colloca rispetto al Varco della Morte.

Entrambe sono figure liminali, non pienamente appartenenti né al Mondo dei Vivi né a quello dei Morti; socialmente riconosciute, rispettate e in qualche misura anche temute. Presenze che rimangono accanto al morente nel momento della dipartita, quando gli altri arretrano. Entrambe depositarie di un Sapere non insegnato, non spiegato, non trasmissibile per via ordinaria. In questo senso, Malvina occupa lo stesso spazio simbolico dell’Accabadora: non nel centro della comunità, ma nel punto in cui la comunità non può — o non vuole — agire direttamente.

La differenza emerge nel gesto. L’Accabadora interviene: accelera, chiude, decide. Malvina, invece, non interviene — attende, accompagna, riconosce. Malvina non toglie la Vita, ma sa quando la Vita se ne va. Questa differenza cruciale sposta Malvina fuori dalla sfera d’azione per collocarla nella sfera del Tempo o meglio: a cavallo tra il Tempo umano e il non-Tempo metafisico.

Malvina come Smara “rovesciata”

Se la Smara “tradizionale” opprime il petto, forza il respiro, anticipa simbolicamente la Morte nel sonno, Malvina rappresenta la versione “rovesciata” di quella stessa funzione: non schiaccia, non paralizza, non invade il corpo. Lei resta nel buio, chiudendo le finestre, per aprirne una sola quando sarà il momento. Attraverso questo gesto potentissimo, Malvina trattiene il Tempo; e questo dal punto di vista simbolico è estremamente significativo.

La Smara entra da piccoli pertugi; Malvina è Custode del Morire. Assistiamo così — considerando anche il richiamo all’Accabadora — a tre modalità differenti di “stare accanto alla Morte”, non certo a tre versioni della stessa Figura.






Immagine

* Generata con l’A.I.

Bibliografia

* Dal Lago Bruna, Storie di Magia, Lato Side Editori 1979

Sitografia

* Cfr. La Smara e i molti nomi della Trude: un'analisi del Tormento Notturno tra le Alpi e alcune aree orientali d’Italia.

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2025/12/la-smara-e-i-molti-nomi-della-trude.html

* Cfr. Frau Drude-Trude

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/frau-drude-trude.html

* Cfr. L’Alp

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/l-alp.html






La Smara e i molti nomi della Trude: un'analisi del Tormento Notturno tra le Alpi e alcune aree orientali d’Italia.

 


Introduzione

La figura di Frau Trude, resa nota al grande pubblico dalla fiaba dei fratelli Grimm, affonda le sue radici nell’impianto leggendario popolare alpino. Già oggetto di mie precedenti analisi sotto le denominazioni di Alp e di Frau Drude/Trude, essa si presenta come una medesima Entità notturna declinata in forme, nomi e contesti differenti, ma riconducibile a un nucleo comune. L’ho ritrovata — enigmatica e al tempo stesso profondamente significativa — con il nome di Smara, all’interno di un racconto tratto da Storie di Magia di Brunamaria Dal Lago Veneri, scelto come primo testo a corredo di questa analisi.

Sebbene il primo racconto che prenderemo in esame provenga dall’area ladina e, in tale zona, la figura assuma spesso il nome di Trud — con tutte le caratteristiche tipiche di questa Entità — sappiamo tuttavia che essa non appartiene alla tradizione romanza tout court. La sua presenza in tali territori deriva infatti da un apporto culturale tirolese. A conferma di ciò si osserva che, mentre autori come Zingerle e Heyl ne forniscono descrizioni, gli studiosi maggiormente radicati nell’area romanza — come Alton, Schneller e Hörmann — non sembrano registrarne affatto l’esistenza.

Struttura e diffusione del Tormento Notturno

Questo articolo sarà seguito, quindi, da una serie di storie, che hanno per protagonista sempre il Tormento Notturno, nei suoi molteplici nomi e manifestazioni. Narrazioni che, nella maggior parte dei casi, pur presentando variazioni minime nella trama, condividono un ordito simbolico comune profondamente radicato. Una struttura che, pur assumendo nomi e sfumature talvolta diverse, a seconda delle aree regionali, testimonia l’estrema diffusione di questa Figura, sin dai tempi più antichi.

Sotto i suoi numerosi appellativi, questa Presenza ricorre in forme sempre evocative, accomunate dalla costante connessione con l’angoscia che può turbare il sonno. L’excursus che segue, all’interno di questo scritto, si propone come un percorso tra le sue differenti forme nominali e territoriali, nelle declinazioni assunte nei diversi contesti regionali e culturali.


Smara

Conosciuta attraverso molteplici appellativi (Smara, Truta, Trota, Trud, Trude, Trute, Drude), la Smara appare nella maggior parte delle leggende delle vallate trentine come una donna di bassa statura, magra e priva di particolare bellezza, vestita di rosso e avvolta da un’aura inquietante.
In altre versioni — come nelle valli del Primiero — assume invece l’aspetto di donna alta, cadaverica, velata di nero, evocando un senso chiaro e diretto di Morte. In questa forma è ancora più temuta, poiché la sua comparsa annuncia la prossima dipartita di qualcuno.

Qualunque sia la sua forma, la Smara conserva la capacità di mutare aspetto, trasformandosi in oggetti oppure — come accade più spesso — rimpicciolendosi a piacimento per riuscire a penetrare nelle abitazioni attraverso fessure, preferibilmente dai buchi delle serrature o dagli spifferi sotto le porte.
Anche quando si fa minuscola, quasi un granello di polvere, il suo peso resta immutato: impercettibile nel passaggio, diventa però opprimente nel momento in cui la vittima dorme supina. In quel caso, la
Smara accresce la sua massa fino a schiacciare e soffocare la vittima addormentata, paralizzata dal terrore.
Si salva solo chi dorme sul fianco — soprattutto sul destro — perché così l’
Entità non riesce a portare a termine la sua opera.

L’ora in cui arriva è, per lo più, tra la mezzanotte e l’una, quando il sonno è già profondo.
A volte un lieve fruscio ne segnala la presenza; più raramente alita sul volto di chi dorme, osservando con piacere sottile, con occhi gialli come zolfo, chi — in preda al terrore — ne realizza la presenza.
È in quel momento che si siede sul torace e inizia a premere, divenendo insostenibile. 
In altri casi, il suo arrivo è annunciato da urla selvagge, inquietanti quanto lei.

Conteggi e scongiuri

Smara, smarada va per i boschi e par valada,
Conta quante reste che fa el lin,
Quante ponte che ha i spin,
Quanti assi che ha le grave,
Quanti chiodi che ha la nave,
E quante strade ha el Signor Idio
In prima de vegner sul leto mio.

Questo brano, cantato nel Trevigiano — e in particolare a Castelfranco, in Veneto — serviva a tenere lontana la Smara dalle abitazioni.
Il tono, evocativo e incantatorio, tipico degli scongiuri popolari, rivela la struttura di un conteggio infinito che, secondo la Tradizione, avrebbe lo scopo di intrattenerla a lungo, impedendole così di turbare il sonno della persona da
lei scelta per il tormento. 

Oggetti, soglie e pratiche di difesa

Come accade in alcune zone del Trentino, anche qui la Creatura ha l’aspetto e le dimensioni di una bambola vestita di rosso, che si posa sull’addome del dormiente e si allunga progressivamente, per opprimerlo con maggiore efficacia. In alcune letture già cristianizzate, viene persino identificata come la moglie del Diavolo.

L’idea della conta come forma di protezione ricorre anche nel Bellunese, in particolare a Gron, dove si ritiene che dormire stringendo in mano una pannocchia di granoturco sia un efficace modo per tenerla lontana e contrastarne gli intenti.

Esistono anche altri metodi di difesa: chiudere ogni possibile pertugio della stanza, tracciare il segno della croce — anche solo con la lingua— prima di dormire, meglio ancora se con acqua benedetta, e tenere un’acquasantiera accanto al letto.

Agli angoli del letto si raccomanda sempre di collocare piccoli piattini con del sale, oppure di appendervi un ramo di ulivo benedetto la Domenica delle Palme. Anche un pane capovolto sul comodino può fungere da deterrente per allontanare la sua intrusione notturna.

In area ladina, inoltre, si usava portare sul petto, come amuleto protettivo, una piccola scarpetta rossa modellata con la cera della candela benedetta nel Giorno della Purificazione di Maria (2 febbraio).

Anche finestre e porte andrebbero protette, appendendovi croci, amuleti o altri simboli sacri, come il pentacolo protettivo inscritto nel cerchio — il Drudenfuß — già trattato nell’articolo dedicato a Frau Drude, dove ne è stata messa in luce la funzione apotropaica, ampiamente attestata in molti contesti.

 



Varianti regionali e metamorfosi

Un altro metodo consiste nel tenere in camera da letto una bottiglia ben tappata: si racconta, infatti, che la Smara, afflitta da incontinenza, tenti di utilizzarla durante la notte. Nel tentativo di stapparla, produrrà un rumore che ne tradirà la presenza, permettendo così alla padrona o al padrone di casa di allontanarla. Esiste però anche una variante: la bottiglia, questa volta già riempita di urina dalla padrona di casa, costringerà la Smara a manifestarsi, chiedendo di “ossigenarsi” annusandone il contenuto.

In Friuli, uno dei rimedi tradizionali per allontanare la Smara consiste nel posizionare una scopa di traverso davanti alla porta: appena la vedrà, sarà costretta a inforcarla e andarsene.

In Veneto, e più precisamente nell’Alto Bellunese, esistono varianti in cui la Smara — nota anche come Smarva, Samara, Marza, Marzà, Zaccariola, Silvana, Druta o Pesarol — assume le sembianze di un piccolo uomo deforme, gobbo, dal volto grinzoso e con naso adunco. In alcuni casi può presentarsi anche sotto forma animale: una piccola scimmia o un topo.
Solo raramente si manifesta con sembianze femminili e, quando accade, il tormento può assumere anche una dimensione sessuale, con un rapporto forzato durante il sonno.
In altri contesti, come a Claut (Friuli) o a Ponte nelle Alpi (Bellunese), la figura della
Smara trascende il genere: viene descritta semplicemente come “il Genio vestito di rosso”.


Druta

I Cimbri — minoranza germanofona presente in Veneto in aree come l’Altopiano di Asiago e dei Sette Comuni (Vicenza), in Lessinia (Verona) e in Cansiglio (Treviso-Belluno), ma anche in Trentino nell’area dell’Alpe Cimbra (Folgaria, Lavarone, Luserna) — la chiamano Druta o Truta. Termini di sicura origine germanica, derivanti dal verbo “drutten”, con il significato di “premere” e, a sua volta originato dal termine arcaico “Drut” che significa “pressione”.

Se in casa non c’è nessuno, gli animali della stalla diventano i destinatari del trattamento oppressivo di questa Figura.

Secondo alcune Tradizioni, se non trova né esseri umani né animali da comprimere, la Smara/Trude può rivolgere le sue attenzioni anche agli alberi, ritenuti anch'essi suscettibili alla sua azione: tra tutti, le betulle sono ritenute particolarmente vulnerabili.

Appendere sulla porta della stalla un corno di caprone nero è tra i rimedi più utilizzati — nel Bellunese — per proteggere gli animali dalla morte per schiacciamento, così come attaccare sopra al letto un ramo di ulivo, pratica che ritroveremo anche in una leggenda della Val dei Mòcheni-Bernstol in Trentino, segno evidente di una commistione tra diverse tradizioni e pratiche protettive.


Marantega

Il termine Marantega, diffuso anche in molte aree del Veneto, deriva dall’Antico Tedesco “mar-rocheln”, che significa “Strega che rantola”.
Con questo nome viene indicata la creatura che si manifesta attraverso Incubi e Oppressioni Notturne.


Fracariola

Conosciuta anche come Fracoz o Fracaroe, la Fracariola è uno Spirito maligno ben noto nel territorio di Marcon (Venezia) e in alcune zone del Bellunese. Il nome deriva dal verbo “fracare”, che significa calcare, opprimere — ed esprime bene l’azione soffocante esercitata da questa Entità.

Un consueto metodo per liberarsi definitivamente della Fracariola prevede che, nel momento in cui la vittima si trova sotto il suo influsso, stringa tra le mani qualunque cosa abbia sottomano — indumenti, lenzuola, coperte — senza badare a cosa siano. Una volta liberatosi dall’oppressione, i tessuti vanno annodati insieme, tagliati e messi a bollire all’interno di una zucca riempita di vino.

Secondo la credenza, la donna che era venuta a “fracolar” si presenterebbe presto alla porta, per cercare di recuperare la propria anima, che sta soffrendo nella zucca.
A quel punto, per scacciarla definitivamente, l’uomo dovrebbe prenderla a
pugni e legnate, come tramandato dai racconti popolari.


Pesarol

Pesarol, già attestato come nome dell’Incubo nell’Alto Bellunese, ricorre anche in altre zone del Veneto, tra cui la Bassa Legnaghese, nel territorio veronese. Contro questo Spirito notturno vestito di rosso non esistono particolari difese se non riuscire ad alzarsi e colpirlo a suon di sberle! Impresa tutt’altro che semplice, data la paralisi indotta dal soffocamento che accompagna la sua presenza. Chi ne è vittima riferisce inoltre una forte sensazione di caduta nel vuoto, che alimenta il panico: è proprio da questa angoscia che il Pesarol trae nutrimento, divenendo sempre più pesante sul petto del malcapitato.


Calcarot o Calcaroti

È questa la denominazione con cui il Pesarol è conosciuto in altre aree del Veronese, così come in alcune zone delle province di Brescia e Trento.
Il nome affonda le sue radici nel verbo
calcare, già preso in esame a proposito della voce Fracariole, e richiama l’idea della pressione che opprime — tema centrale nell’immaginario legato all’Incubo Notturno.


Premevenco

I Premevenco sono Spiriti maschili appartenenti alla vasta schiera degli Incubi, e la loro denominazione sembra derivare direttamente dal verbo “premere”. Presenze leggendarie nella zona di Borca di Cadore, trovano corrispettivi — noti con il nome di Venco — anche ad Auronzo e in altre aree del Bellunese.

Come altre figure simili, i Premevenco colpiscono durante il sonno, generando un senso di oppressione e soffocamento. A questa caratteristica comune, si aggiungono tratti distintivi: si racconta, infatti, che siano in grado di assumere la forma di api, girando vorticosamente attorno a luci accese fino a inebetire chi li osserva, per poi colpirlo. Si dice inoltre che siano creature vendicative, da trattare con estrema cautela.

A Cortina d’Ampezzo, così come in Friuli, si racconta che, per scacciarlo, sia sufficiente premersi con forza un dito della mano o del piede destro. A Santo Stefano di Comelico, invece, si preferisce l’astuzia: l’uomo indossa la camicia della donna e la donna quella dell’uomo, confondendo così lo Spirito.

Come in altri casi già esaminati, anche in queste aree vi è l’uso di recitare una filastrocca in dialetto per tenerlo lontano, invitandolo a tornare il giorno seguente per ricevere, in questo caso, pane e sale.

Tra le circostanze che attirano l’intervento di questa Stria si ricordano la mancata condizione di battezzati, l’aver ascoltato bestemmie paterne quando si era ancora nel grembo materno e, in età adulta, la pronuncia errata del Credo in chiesa.


Chalçhut, Cjalcjut, Vencul, Matrizza, Mora, Mara, Pesarul, Sbilf, Fracule: le diverse denominazioni friulane dell’Incubo

Anche il Friuli conserva una notevole varietà di nomi per indicare l’Incubo Notturno, riflesso della ricchezza linguistica e della complessa stratificazione culturale della regione. La Creatura, nella Tradizione locale, appare spesso come un ometto gobbo dalle unghie affilate che, nel cuore della notte, sale una scala appoggiata alla finestra per introdursi nell’abitazione della vittima prescelta. Questa esperienza si manifesta spesso come il terribile sogno di essere gettati a terra da un’anziana che, sedendosi sul petto del malcapitato, gli impedisce di respirare.

Varianti urbane e strategie di vincolo

Matrizza è il termine con cui questo spirito si manifesta a Trieste. In questo caso assume una forma animale dai lunghi piedi che, seduto sul corpo della vittima, usa per avvolgerli intorno al collo e soffocarla. Ma se quest’ultima riesce a ribellarsi alla pressione notturna e a imbrigliare il demone tra le pieghe di una coperta che gli ha gettato addosso, può minacciarlo di morte. A questa scena lo spirito reagirà con lacrime, fingendo debolezza per suscitare compassione. Sarà in quel momento che il perseguitato potrà invitarlo — per avere salva la vita — a tornare il giorno seguente per chiedere scopa e paletta della spazzatura. La proposta, ovviamente, sarà accettata e, quando il giorno successivo si presenterà chi verrà a reclamare ciò che era stato pattuito, sarà accolto a bastonate e non si farà mai più vedere.
Se, inoltre, sotto le coperte si trova qualcosa di sospetto e lo si getta nel fuoco, oppure lo si affoga in una bacinella d’acqua — ad esempio un piccolo pezzo di legna carbonizzato — chi ha inviato il
Cjalcjút muore immediatamente.

Riconoscimento ed eliminazione

In altre versioni viene ricondotto alla figura di un orso o di una scimmia. Per liberarsi dall’influsso del Vencu basta ordinargli — non appena se ne percepisce la presenza — di sedersi su una pietra fuori da casa e mettersi a filare; finché non gli si darà licenza di allontanarsi, lo Spirito rimarrà vincolato a quell’ordine. Secondo varianti diverse, invece, l’invito a tornare il giorno dopo per ricevere del sale e del pepe sarà per lui irresistibile.

Oggetti e odori apotropaici

Quando assume forma umana, il Cjalcjút è descritto come uno Stregone capace di trasformarsi in qualunque creatura pur di cagionare sofferenza. Per difendersi, si consiglia di tenere un coltello sotto il cuscino, utile ad eliminarlo; anche le mele cotogne rappresentano un efficace mezzo apotropaico, poiché egli ne detesta l’odore.
Un’ulteriore protezione, non meno diffusa, riguarda i rametti d’ulivo che, come in altre aree, insieme alle foglie di vite, renderebbero impenetrabili la finestra su cui vengono appesi così come la toppa della serratura, nella quale vengono infilati.

Infanzia, numeri e soglie

I bambini, in special modo quelli di salute cagionevole, sono, secondo la credenza, i più soggetti agli attacchi dell’Oppressione Notturna. A tal proposito si tende a proteggerli facendoli passare — il giorno del battesimo — dalla finestra, oltre a recitare preghiere atte a tutelarli il settimo giorno dalla nascita, alla settima settimana di vita e al settimo anno.

In alcune varianti, lo Spirito può assumere anche l’aspetto di una gallina e, in tal caso, si ritiene necessario uccidere tutti gli esemplari presenti nel pollaio. A Trieste, invece, si racconta che possa manifestarsi sotto forma di un gatto nero. Per identificarlo, qualora si sospetti la sua presenza dietro un malessere notturno, si consiglia di colpire con un sasso l’occhio del primo gatto nero che si incontra: se il giorno seguente si dovesse incontrare una persona con l’occhio ferito e protetto da una benda, la sua natura sarà rivelata.
Sempre riguardo ai gatti neri, esiste un altro metodo per liberarsi definitivamente del Tormento: bruciare, nel prato davanti alla casa, il pagliericcio su cui ha dormito la vittima e attendere che il primo gatto nero si avvicini al fuoco. Quando ciò accade, bisogna colpirlo senza esitazione sino alla morte, ponendo così fine alla sua persecuzione.

L’atto di orinare — pratica apotropaica attestata anche in altre regioni — oppure, in alternativa, il semplice bere acqua, sono considerati un efficace mezzo di protezione.
Nelle Valli dell’Isonzo e nell'area di Idria (Slovenia), invece, si usa disegnare sulla porta d’ingresso o della camera da letto la sagoma di una testa di maiale, ritenuta capace di tenere lontano lo Spirito.

Figure affini e ambito slavo

La Mora o Morà appare essere una corruzione del termine MaraSmara — e presenta peculiari tratti bestiali, sebbene non meglio precisati. È una figura tipica della Val Resia in provincia di Pordenone, dove si racconta che succhi le mammelle dei dormienti (in merito, si può riscontrare un parallelismo in una leggenda della Val dei Mòcheni, in provincia di Trento nonché nell’area cimbra veronese). Contro le sue incursioni notturne, tra i rimedi adottati compaiono lo stratagemma della bottiglia e l’uso apotropaico del cosiddetto “Piede della Strega”, ossia il pentacolo o la sua variante a esagramma, tracciato direttamente sul corpo come forma di protezione.




In ambito slavo compaiono inoltre figure affini, come i Vokodlaky, lupi mannari ai quali viene attribuita un’azione di tipo vampirico nei confronti sia dei dormienti sia dei defunti. In questo stesso orizzonte culturale, anche la Mora è descritta come Entità che si introduce nelle abitazioni attraverso il buco della serratura per succhiare le mammelle delle vittime, continuando l’attacco fino all’uccisione qualora si tratti di bambini. Fra le denominazioni slave correlate al fenomeno dell’Oppressione Notturna compaiono i termini Vedomec e Vešča.

Etimologie e trasformazioni culturali

Il termine tedesco Trude, così come tutte le varianti di molte aree del nord est dell’Italia, rimanda al significato del Mahr germanico, che è anche base dei termini inglesi nightmare e francese cauchemar, ad indicare l’Incubo. Il lemma italiano, etimologicamente, attinge invece dal latino, dove incubare ha il significato di “sedere sopra”, e l’Incubus era appunto lo Spirito che effettuava questa oppressione.

Con Roma ed il Cristianesimo l’Incubo assumerà per le aree di influsso culturale latino un doppio nome svincolato dalla radice germanica, e si delineerà in una forma maschile: l’Incubus ed in una femminile: il Succubus. A partire da quel momento si svilupperà un’ampia letteratura su questa Entità soprannaturale.

Conclusioni

L’analisi condotta mostra con chiarezza come le molteplici manifestazioni della Smara — e delle figure affini che ne condividono l’origine — costituiscano un nucleo mitico di sorprendente coerenza, pur nella varietà dei contesti linguistici, geografici e simbolici in cui esse sono attestate. Le sue metamorfosi onomastiche e iconografiche, che spaziano — dalla Smarva alla Drude, dalla Fracariola al Pesarol, dal Premevenco al Cjalcjút —delineano un archetipo comune radicato nell’immaginario europeo sin dai tempi più antichi: quello dell’Essere Notturno che opprime, soffoca, schiaccia, altera il confine tra veglia e sonno, sospendendo la percezione ordinaria del reale.

L’intreccio fra credenze popolari, pratiche apotropaiche, scongiuri, filastrocche e racconti tramandati oralmente, delinea una mappa culturale complessa che attraversa Alpi, Prealpi e territori di confine, rivelando persistenti contaminazioni germaniche all’interno anche di aree romanze. La diffusione capillare di queste narrazioni conferma il ruolo della Smara — e delle sue molteplici varianti — come figura-limite capace di incarnare, in forme sempre rinnovate, i timori ancestrali.

Il percorso sin qui delineato non esaurisce naturalmente la complessità del fenomeno, ma intende offrire una base solida per ulteriori approfondimenti comparativi, sia sul piano linguistico sia su quello antropologico. Le storie raccolte — provenienti da vallate trentine, territori veneti, aree ladine, comunità cimbre e mochene — testimoniano infatti una continuità sorprendente, che merita di essere ulteriormente esplorata alla luce delle dinamiche di scambio culturale tra mondo germanico e i territori a sud delle Alpi.

La Smara, con i suoi molteplici nomi e volti, continua così a rappresentare un punto di osservazione privilegiato per comprendere come il folklore affronti, da secoli, l’esperienza universale dell’oppressione notturna. Ed è proprio questa capacità di sopravvivere alle trasformazioni del Tempo, mantenendo intatta la sua potenza simbolica, che la rende una delle figure più affascinanti del panorama mitico dell’Italia nordorientale.                                          






Immagini

* Copertina Generata con l’A.I.

* Tratte dall’archivio personale:

* 2. Ausstellung-Mostra: Stille Kräfte des Alltags Der Volksglaube—Le credenze popolari Forze segrete della vita quotidiana Burg-Castel Taufers 29.03. – 03.11.2024

* 3. Slovenski etnografski muzej, Ljubljana — Museo Etnografico Sloveno, Lubiana

Bibliografia

* Coltro Dino, Gnomi, anguane, basilischi Esseri mitici e immaginari del Veneto, del Friuli-Venezia Giulia, del Trentino e dell’Alto Adige, Cierre Edizioni 2012

* Coltro Dino, Leggende e racconti popolari del Veneto, Newton Compton Edizioni 1982

* Dal Lago Bruna, Storie di Magia, Lato Side Editori 1979

* Degiampietro Candido, Fiabe,leggende e saghe fiemmesi, Edizioni Pezzini 1988

* De Rossi Hugo di S. Giuliana, Fiabe e leggende della Val di Fassa, Istitut Cultural Ladin «majon di fascegn» 1984

* Garobbio Umberto, Alpi e Prealpi—Mito e Realtà Friuli Venezia Giulia, Edizioni Alfa 1980

* Martello Paola, Sette Volte Bosco Sette Volte Prato, Centro Documentazione Luserna—Trento Istituto Cimbro Luserna— Trento; Istituto di Cultura Cimbra Roana — Vicenza Curatorium Cimbricum Veronese—Verona, Editrice Veneta 2014

* Ostermann Valentino, La Vita in Friuli, Edizioni Biblioteca dell’Immagine 2019 (1894)

* Raffaelli Umberto, Leggende, Fiabe & Figure immaginarie delle Dolomiti, Editoriale Programma 2019

* Rosset Galliano, Superstizioni e miti della civiltà contadina, Editrice Veneta 2018

* Sebesta Giuseppe, Fiaba—leggenda dell’Alta Valle del Fèrsina e Carta d’identità delle figure di fantasia, Edizione Museo Provinciale degli Usi e Costumi della Gente Trentina—San Michele all’Adige 1973

* Seebold Elmar (a cura di), Kluge Etymologisches Wörterbuch der deutschen Sprache23. Auflage, De Gruyter 1995

Sitografia

* Cfr. Frau Drude-Trude

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/frau-drude-trude.html

* Cfr. L’Alp

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/12/l-alp.html