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domenica 24 novembre 2024

Il Rito del cero commemorativo per i defunti dell’ultimo anno. Una tradizione del Sudtirolo in Allerseelen – nel Giorno dei Morti






Il primo novembre rappresenta, a tutti gli effetti, uno spartiacque all’interno del calendario agricolo. Termina un anno, completato il tempo del raccolto, la terra entra in un profondo sonno, avvolta dal silenzio della stagione fredda. 

Secondo il calendario cristiano cattolico, questa data introduce un periodo di riflessione e memoria: il primo e il due novembre sono dedicati alla celebrazione dei Santi e dei Morti. Ma queste ricorrenze affondano le loro radici in un passato più remoto. Del resto, il “culto degli antenati” rappresenta l’origine di ogni religione (Spencer 1877). Lo stesso culto degli eroi deriverebbe dalla divinizzazione degli antenati, e le Divinità trarrebbero origine da un processo affine. Tra i Celti, infatti, questo momento dell’anno aveva un’importanza centrale nella vita comunitaria: Samonios o Samhain — come oggi è meglio conosciuto — rappresentava il Capodanno, una festa in cui si rinnovava il legame profondo tra vivi e morti. Non esisteva una netta demarcazione fra il mondo dei vivi e quello dei defunti, ed un morto non era mai completamente morto, poiché morire non era lasciare la vita ma solo mutare uno stato all’interno di essa. Le celebrazioni iniziavano il 31 ottobre e si prolungavano per undici giorni, fino a quello che oggi è noto come il giorno di San Martino. Con l’avvento del Cristianesimo, molte di queste tradizioni furono assorbite e rielaborate nel calendario liturgico.




La Chiesa seguì diversi passi per giungere alla celebrazione che conosciamo oggi. Nel VI secolo fu istituita una giornata dedicata alla commemorazione dei martiri della Chiesa latina, fissata in prossimità della Pasqua per richiamare il legame della sofferenza — comune ai martiri e a Cristo — al tema della resurrezione. 

Durante il pontificato di Papa Bonifacio IV (608-615), questa celebrazione fu spostata al 13 maggio. Solo due secoli più tardi, Gregorio IV, pontefice dall’827 all’844, stabilì che la festa fosse celebrata il primo novembre, sperando di portare un cambio di passo nel diffuso “anno celtico”. Sebbene questa festa, dedicata a tutti i Santi, esistesse già in alcune aree, con Gregorio IV fu estesa a tutta la Chiesa Cattolica. Questa ricorrenza pur essendo rivolta ai Santi, evoca già il ricordo dei Defunti.

La prima celebrazione del Giorno dei Morti si attribuisce a Sant’Odilone di Cluny, che il 2 novembre del 998 introdusse questa ricorrenza nel monastero omonimo con l’intento di pregare per le anime dei defunti, soprattutto per quelle che si trovavano in Purgatorio, in modo da favorire il loro passaggio verso la salvezza eterna. Tuttavia, secondo il teologo e scrittore Isidoro di Siviglia, le origini di questa festa risalirebbero già alla prima metà del VII secolo. La celebrazione fu poi ufficialmente istituita nel 1006 da Papa Giovanni XVIII.

Oggi, tra le montagne del Sudtirolo e nelle regioni germanofone, il Giorno dei Morti è un’occasione per rinnovare il legame con coloro che non ci sono più, attraverso tradizioni che coniugano fede, memoria e comunità.

Il Giorno dei Morti, o Commemorazione dei Defunti, è conosciuto in Sudtirolo e nel mondo germanofono come Allerseelen, che significa letteralmente “Tutte le Anime”. Questo momento dell’anno rinnova una tradizione molto particolare: quella del "cero commemorativo" per i defunti dell’ultimo anno. Fra queste montagne, i cimiteri sono particolarmente curati, e il periodo dei Morti esprime un forte senso di comunità.




Le bacheche esterne alle chiese sono ornate con le foto di coloro che hanno lasciato questo piano d’esistenza, decorate con foglie secche o rametti di sorbo, e accompagnate da scritte che, con delicatezza e profonda malinconia, esprimono il senso della morte all'interno della vita. Tra queste si leggono frasi come: “Leise weht ein Blatt vom Baum und nichts ist mehr so, wie es einmal war”(‘Una foglia cade piano dall’albero e nulla è più come prima’), oppure “…und bis wir uns wiedersehen, halte Gott Dich fest an seiner Hand”(‘…e finché non ci rivedremo, possa Dio tenerti stretto nella sua mano).




In questo giorno, gli altari delle chiese espongono un cero per ogni defunto dell’anno passato, che al termine di una celebrazione viene donato a figli o parenti per essere acceso sulla tomba.




Ricordo ancora molto bene quella mattina di fine ottobre, mentre ero indaffarata a svuotare la casa di mamma, circa un mese dopo la sua morte. Suonò il campanello: era una signora che già conoscevo. Dopo aver rinnovato le sue condoglianze, mi porse un bigliettino, spiegandomi che il 2 novembre, nella chiesa parrocchiale, ci sarebbe stata una liturgia della Parola per ricordare i defunti dell'ultimo anno. Presi il biglietto, immaginando una messa simile a quelle a cui ero abituata.




Così, puntuale, il 2 novembre mi recai all'appuntamento e, entrando, notai subito dei piccoli ceri bianchi disposti in fila, di cui ignoravo la funzione. Non c'erano molte persone, sparse tra i banchi della chiesa barocca dedicata a Heiligen Margareth (Santa Margherita). La prima cosa che mi colpì fu che l'intera liturgia era officiata al femminile: furono donne a leggere le Scritture e a ricordare, mese per mese, chi ci aveva lasciato, in un silenzio carico di malinconia che rendeva ancor più intenso il senso della Morte.




Al termine della celebrazione, mi avvicinai alla signora che mi aveva invitata. Intanto osservavo come, man mano che i parenti dei defunti si avvicinavano all'altare, venisse loro consegnato un piccolo cero collocato in un semplice vasetto di vetro. Nessuna scritta, nessuna immagine, solo un cero bianco, il cui stoppino, annerito, indicava che era già stato acceso.




La signora mi spiegò che quella piccola candela era stata accesa con la fiamma del cero pasquale e che, secondo la tradizione, doveva essere portata sulle tombe. Sebbene mia madre non fosse sepolta in questo paese, anziché tornare subito a casa, seguii il piccolo corteo di una decina di familiari che si dirigevano al cimitero; ero curiosa di vedere di cosa si trattasse. Nel frattempo era calato il buio più completo. Arrivati al cimitero, deserto a quell'ora, i familiari dei defunti dell’anno – coloro che erano mancati tra il 2 novembre dell'anno precedente e quello corrente – accesero il cero e lo aggiunsero alle altre candele che qui illuminano quotidianamente le tombe, raccogliendosi poi in preghiera. Nel periodo dei defunti, queste luci si uniscono a composizioni di piante simboliche — come l’abete, il melograno e il cardo selvatico — diffuse in tutta l'area germanofona, dal Sudtirolo all'Austria e alla Germania. Con il tempo, ho notato come la tradizione del “cero commemorativo” si diversifichi da una chiesa all’altra. In alcune, i ceri bianchi lasciano spazio a versioni più grandi, decorate con croci dorate o colorate, con i nomi dei defunti e, talvolta, con scritte legate al periodo, come preghiere o pensieri dedicati.




Le usanze legate alla morte testimoniano il profondo legame tra vivi e defunti, specialmente nel contesto sudtirolese, dove i cimiteri, generalmente, sorgono intorno alla chiesa parrocchiale, la quale è parte integrante del tessuto comunale e comunitario. 




Questa zona non si uniforma alle disposizioni dell’Editto di Saint-Cloud, emanato da Napoleone Bonaparte nel 1804, che impose l’obbligo di collocare i cimiteri fuori dalle mura comunali per ragioni igienico-sanitarie, estendendo la norma dalla Francia ai territori sotto il suo controllo. In Sudtirolo, invece, i cimiteri restano nei centri abitati, intorno alle chiese, rappresentando una particolarità storica e culturale che differenzia questa Provincia dal resto d’Italia.

La particolare conformazione climatica e territoriale dell’area, soprattutto nei piccoli centri e nelle zone di montagna, ha contribuito a evitare problematiche sanitarie legate ai luoghi di sepoltura, rendendo inutile uno spostamento forzato. Inoltre, in questa Provincia come in Austria, Germania e Svizzera, separare i cimiteri dalle chiese avrebbe significato rompere il legame tra i defunti e la loro comunità, una scelta ritenuta inaccettabile. I cimiteri, infatti, rappresentano un’estensione del rapporto tra vivi e morti, un vincolo che li unisce come parti di una stessa collettività. 




Dopo aver descritto questa tradizione legata al Tempo dei Morti, è interessante riflettere su alcuni simbolismi più ampi in un’ottica di tipo culturale. Da tempi antichissimi, infatti, il fuoco ha ricoperto un ruolo centrale nei rituali e nelle credenze dei popoli, simboleggiando non solo la luce, ma anche la purificazione, la trasformazione e la protezione. 

Ogni azione di tipo rituale, qualunque sia la sua matrice, racchiude una serie di valenze che rivelano lo "stato" profondo delle cose. Esaminiamo ora il termine, concentrandoci sui riti funerari da un punto di vista strettamente antropologico, indipendente da collegamenti liturgico-religiosi, già introdotti in precedenza. 

Un rito è un insieme di comportamenti, parole, canti e oggetti utilizzati o trattati in modo specifico — creati o distrutti — che possiedono virtù intrinseche e producono effetti simbolici o reali. Derivante dal latino ritum, a sua volta di origine indoeuropea, con il doppio significato di “cerimonia religiosa” e “costume, abitudine” (Zanichelli 2022). Come evidenziato dalla Treccani, è semanticamente affine al greco ἀριθμός, termine con il significato di numero, che richiama i concetti di ordine e regolarità, elementi che ritroviamo nei riti come atti stabiliti e ripetuti. In Sanscrito, il termine ha una doppia valenza: indica sia “misurato” sia “ordine cosmico”. Questo significato sia oggettivale che nominale, rimanda a un “ordine” stabilito dalle Divinità, che funge da legge universale per regolare il Mondo. 

Da tempi antichissimi, il fuoco ha rappresentato un simbolo universale, associato a molteplici significati: purificazione, rigenerazione, protezione e continuità. Elemento materiale e insieme simbolico, funge da ponte tra mondi diversi, creando punti di connessione capaci di generare trasformazioni. Questo simbolismo si riflette anche nella tradizione cattolica locale del “cero commemorativo”, acceso con la fiamma del cero pasquale. Questo gesto richiama la luce di Cristo e il rinnovamento spirituale, ma riecheggia anche i fuochi rituali arcaici diffusi tra le popolazioni europee, invocati per protezione divina e trasformazione, aspetti cui accenniamo senza addentrarci oltre in questa sede. Ogni rito, in ogni epoca, ci ricorda che la nostra esistenza è intrecciata in un ordine universale che connette il visibile e l’invisibile. I "ceri commemorativi" non sono esclusivamente ricordo: sono trasformazione, continuità e il filo che unisce in maniera indissolubile noi e la nostra ascendenza. Il fuoco ci ricorda che la memoria non appartiene solo al passato: è una fiamma viva che brucia nel presente, unendo ciò che, solo all’apparenza, sembra distante e separato. Ancora una volta unisce, creando un legame profondo tra vivi e defunti, tra materia e spirito, tra umanità e divinità.





Immagini

* Tratte dall’archivio personale

Bibliografia

*Cortellazzo Manlio e Zoli Paolo (a cura di), DELI Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Zanichelli 2022 

*Dal Lago Veneri Brunamaria, Alto Adige. Terra di feste, riti e tradizioni, Giunti 2002 

*Eliade Mircea, Dizionario dei Riti, Jaka Book 2020 

* Eliade Mircea – Couliano Ioan P. (a cura di), Dizionario dei simboli, Jaka Book 2020
 
*Eliade Mircea – Ries Julian, Dizionario delle Feste, Jaka Book 2021

*Greger Michael J., Brauch und Jahr, Verlag Verein Schloss Trautenfels 2008 

*Mangold Guido – Griessmair Hans, Usi e costumi del Sudtirolo, Athesia 2001 

Sitografia

*cfr. Samhain, la Porta di Eternità di ciò che non è mai separato

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2016/10/samhain-la-porta-di-eternita-di-cio-che.html

*cfr. Dall'Oscurità di Novembre e Dicembre alla Scintilla del Nuovo che verrà

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2017/11/dalloscurita-di-novembre-e-dicembre.html

*Treccani.it


martedì 20 agosto 2019

La chiesetta di Santa Maria am Rain e la leggenda di Emerenziana (Welsberg-Monguelfo BZ)



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La storia della chiesetta e della Necropoli vicina


L’area di Hochrain si estende su un pianoro sopraelevato rispetto al resto del nucleo abitato e ad est del Comune di Welsberg-Monguelfo. Nell’ultimo decennio si è sviluppata come zona residenziale intorno e non lontano dalla chiesetta che svetta sulla porzione più prospiciente la strada statale e con sullo sfondo le cime dell’Alta Valle, oggi è conosciuta come Rainkirche-Santa Maria, sebbene il suo nome originario sia Unsere Liebe Frau am Rain-Nostra Amata Signora am Rain.


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E’ la chiesa del piccolo cimitero del paese, che le si sviluppa intorno e si eleva non lontano da un’area pianeggiante, per la maggior parte ancora prato da fieno inesplorato sebbene ritenuto a rischio archeologico, ma soprattutto da quella stessa zona che ha reso reperti preistorici, protostorici e romani ed attestata come necropoli. La datazione più antica è comprovata da oggetti del Tardo Bronzo, riemersi anche nel 1905, durante la costruzione della Villa del Conte Thun zu Hohenstein und Welsperg, padrone del Castello sito più in alto in paese e di altre residenze nobiliari. I ritrovamenti oggi sono conservati al Museo Civico di Bolzano.



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Area sepolcrale la Necropoli, compresa fra i due luoghi di culto della Borgata: Santa Maria appunto e la parrocchia St. Margarethen-Santa Margherita in centro paese. Sull’origine di Rainkirche-Santa Maria invece non vi sono dati certi, se non un documento che la cita come chiesetta votiva nel 1339. Fu ampliata nel 1551. Nel 1635 le finestre venero arrotondate ed i tre altari rifatti secondo il gusto del tempo.


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Salendo dalla sottostante Via Maria am Rain, attraverso una strada che si mostra abbastanza ripida e sinuosa fin da subito, incontriamo sulla sinistra un capitello con un Cristo. Avevamo già visto in altri articoli, come tali strutture indichino la vicinanza di antichi luoghi di culto precristiano ed in effetti l’opera lignea, costeggia proprio la Necropoli. Giunti di fronte alla chiesa, si può notare come lungo il suo muro di cinta si trovino tre entrate. La principale quella che dà accesso all'edificio è costituita da una gradinata interrotta da un cancello in ferro battuto (ferro battuto che ritroviamo anche negli altri  due varchi) che delimita l’area cimiteriale, una breve ulteriore gradinata porta alla porta d’ingresso, scolpita con un pregevole lavoro di tralci intrecciati, intrecci che si ritrovano anche nelle maniglie. La chiesa non è accessibile ed è visibile attraverso una parete graticolata anch’essa in ferro.


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In un unico giorno dell’anno in cui viene celebrata la messa, la struttura viene aperta al pubblico ed è il 15 agosto, quando una grande festa segna ufficialmente, almeno già a questa quota la fine dell’estate con, nella stessa area una manifestazione di tipo profano (di chiara origine arcaica) che si chiama Kirchtagsmichl,  che celebra, fra mangiate e bevute, musica e canti,  il ringraziamento per il raccolto. In entrambi gli eventi si segna il tempo di ciò che è stato mietuto. All’uscita dalla messa infatti vengono offerti mazzolini di fiorellini recisi che generalmente si fanno seccare e si tengono fino all’anno successivo ed alla nuova celebrazione.


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Tutt’intorno si estende il cimitero, con le tipiche tombe che sono piccoli giardini, qui non si usano pietre o graniti orizzontali, ogni piccolo pezzo di terra è addobbato a seconda dei periodi dell’anno con piante o ornamenti peculiari per la stagione o celebrazione, mentre la struttura verticale tendenzialmente è composta da un croce di più o meno semplice fattura, rigorosamente in ferro battuto con una lapide per lo più laterale che ospita la foto e le date del defunto, rari esempi di lapidi verticali sono in pregiato marmo bianco di Laas-Lasa, mentre le tombe più ricche e datate risalenti all’800 sono alloggiate sotto il porticato, oltre che impreziosite da iscrizioni in caratteri gotici.


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Ogni tomba ha davanti a sé una ciotola con dell’acqua ed un ramo di abete dentro (dove non portato via dal vento) per aspergerla, quando si va in visita ad un parente o un amico. Il gesto richiama l’ultimo saluto effettuato durante il funerale, quando in fila, parenti amici e conoscenti aspettano il loro turno per spruzzare il feretro, appunto con un rametto di sempreverde intinto in acqua benedetta, come ultimo saluto al defunto che sta per essere interrato. Anche qui è chiara la valenza arcaica dell’elemento acqua e dell’abete poi cristianizzati e mantenuti nel contesto rituale cattolico locale.


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Vi è  una leggenda di ambito storico legata a questa chiesa, che ne porrebbe la sua costruzione per come la conosciamo a tempi precedenti a quelli attestati storicamente dai dati disponibili, in entrambi i casi comunque l’edificio risulta di tipo votivo.


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Per rendere più comprensibile l’individuazione dei luoghi, della loro posizione e peculiarità nell’ambito archeo-storico ho pensato di avvalermi di uno strumento della Provincia di Bolzano molto utile e disponibile in rete, che offre una visione e descrizione di qualsiasi sito presente sul territorio provinciale, utilizzando dei colori e delle rispettive corrispondenze archeologiche. I siti vengono divisi fra quelli attestati da ritrovamenti ed altri con forte probabilità archeologici, tali aree vengono poi catalogate per periodo con la seguente sequenza: preistoria, protostoria, età romana, medioevo, età moderna.

Le foto che seguono sono appunto ingrandimenti della scansione territoriale della Provincia, attraverso le quali voglio darvi uno sguardo d’insieme del Comune con la prima, mentre la seconda permette una visione più approfondita sul doppio terrazzamento su cui sorge la chiesa, oltre alla Necropoli posta a pochi metri.


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La leggenda di Emerenziana e della Chiesa di Nostra Signora am Rain a Welsberg-Monguelfo


Il Conte di Gorizia Alberto II quando morì nel Castello di Lienz nel 1304, lasciò il suo patrimonio in eredità ai due figli maschi ed all’unica femmina, la Contessina Emerenziana. I due fratelli però manifestarono ben presto la loro avidità, decisero che la sorella sarebbe stata tagliata fuori dalla successione di tutto quello che era il patrimonio paterno e scelsero quello che appariva il metodo migliore per attuare il loro piano, cioè quello di rinchiuderla in un convento lontano, addirittura a Firenze.

Organizzarono così il viaggio, a cui la giovane ragazza non aveva modo di opporsi, e fu scelto come accompagnatore e scorta un tal nobiluomo dal nome di Baldassarre di Welsperg.

Il viaggio iniziò fra le lacrime ed una tristezza infinita, la giornata era solatia e lo scintillio dei raggi del sole sottolineava ancora di più la bellezza dell’amato Tirolo che la fanciulla vedeva allontanarsi alle sue spalle. Il corteo lasciò Schloss-Castel Bruck, abbandonò le montagne e poi le zone collinari per arrivare a zone pianeggianti del Veneto, per dirigersi poi verso la Toscana. Quanti paesaggi diversi avevano incontrato gli occhi di Emerenziana. 

Nonostante lo stato d’animo, l’andamento cadenzato dei cavalli era diventato il sottofondo di un dialogo che fin da subito era iniziato fra colei che a breve sarebbe divenuta monaca ed il suo cavaliere protettore. Lungo quel tragitto spesso sconnesso, quella lunga interminabile chiacchierata mista ai singhiozzi fece domandare ad Emerenziana “Ma cosa mi serve vedere che ci sono tanti luoghi belli su questa Terra, se poi il mio futuro fra poche ore terminerà in un convento da dove non uscirò per il resto dei miei giorni?”. Baldassarre la ascoltava mestamente, non aveva risposte, ma sentiva dentro di sé un sentimento che si alimentava  sempre più. I lunghi giorni passati nel viaggio con la ragazza affranta e bellissima, avevano parlato al suo cuore e fu durante una sosta, poco lontano dal convento fiorentino che avrebbe accolto la contessa per sempre che decise di dichiararsi. 

Si inginocchiò di fronte a lei,  triste e provata dal lungo viaggio e le confessò il suo amore. La ragazza provò dopo giorni di desolazione un tuffo al cuore, anche lei si era resa conto di amare quel giovane aitante e gentile che durante il tragitto le aveva offerto mille premure. Poco dopo quella dichiarazione trovarono una piccola chiesetta, lì decisero di unirsi in matrimonio; a celebrare la messa, un cappellano che faceva parte del seguito nobiliare e che doveva offrire conforto spirituale ad Emerenziana, di fronte all’amore della quale però non poté nulla.

Il corteo fece immediatamente dietrofront ed i paesaggi che avevano dato tanta pena nella loro bellezza alla fanciulla, ora riempivano di sorrisi e speranza il rientro della giovane sposa. Rientrati in Tirolo si fermarono a Toblach-Dobbiaco chiedendo ospitalità presso una modesta casa di contadini locali, mentre i cocchieri riportavano la carrozza verso il Maniero dei Conti di Gorizia, per avvertirli soprattutto dello svolgersi degli ultimi eventi e del matrimonio di Emerenziana con Baldassarre.

I Conti intimarono di fare annullare il matrimonio rivolgendosi ad un alto prelato per inficiarne la validità, ma i giovani sposi chiesero l’aiuto del prete della Collegiata di Innichen-San Candido, che si adoperò per portare finalmente pace fra le due Casate.

Fu quindi organizzato un grande ricevimento al Castello dei Welsperg, per festeggiare il matrimonio e la quiete ritrovata.

Si dice che Baldassarre quando apprese la notiza della pace rinnovata tra le due Famiglie esclamò ‘Engel, oes is die G'far vorbei!’ cioè ‘Angelo mio, per noi il pericolo è passato!’

Nel 1305, Emerenziana fece così edificare per grazia ricevuta, una chiesetta votiva in area am Rain. Sul soffitto fece dipingere gli stemmi dei Conti di Welsperg e Gorizia che rimasero visibili fino ad una ristrutturazione della chiesa avvenuta nel 1832. La semplice casa di Toblach-Dobbiaco che li aveva accolti, fu elevata, dopo un’ampia ristrutturazione, a dimora gentilizia.
Ancora oggi i Baroni Winkelhofen proprietari della Dimora portano come attributo nel cognome Von Englös, ed un angelo è parte del loro stemma nobiliare.  








Immagini

* 1,2,3,4,5,6,7,8,9,10,11,12,13,14,15 Tratte dal mio archivio personale

* 16,18 provincia.bz.it


Didascalie

*1. Veduta della chiesa dalla stazione
*2. Veduta del cimitero dal lato nord con lo sfondo dell’Alta Valle
*3. Veduta campanile dall'area Necropoli
*4. Salendo dalla Via Maria am Rain Strasse il capitello che costeggia l’area della Necropoli
*5. Sulla curva si intravede la chiesa
*6. L’entrata principale con la scalinata
*7. La porta di accesso con la pregevole scultura di tralci intrecciati
*8. Particolare della maniglia che riprende lo stesso motivo della porta
*9. Uno dei tipici mazzolini di fiori che vengono distribuiti fuori dalla chiesa al termine della celebrazione, l’unico giorno dell’anno in cui viene celebrata la messa, il 15 agosto.
*10, 11,12. Vista del cimitero
*13. Esempio di tomba in marmo bianco di Laas-Lasa
*14. Esempio di ciotola per l’acqua posta davanti la tomba, qui con un corvo in ferro battuto ad abbeverarsi.
*15. Veduta della Chiesa lato est
*16,18. Immagini provincia.bz.it


Bibliografia

*Brunamaria Dal Lago Veneri, Alto Adige Sudtirol. Una guida curiosa, Edition Raetia 2016


Sitografia

*http://www.provincia.bz.it/it/default.asp

*www.sudtirol.com

venerdì 5 gennaio 2018

Lo Zelten il dolce della Tradizione del Solstizio d'Inverno che si mangiava il 6 gennaio






Dal Trentino al Tirolo passando per il Sudtirolo, il Tempo del Solstizio d’Inverno significa a livello di dolci tipici lo Zelten. Lo Zelten viene preparato diversamente a seconda delle zone di appartenenza ed è fondamentalmente un dolce della tradizione contadina montana. In Tirolo assume la forma di un panpepato allungato di frutta secca e miele, in Trentino viene fatto con farina bianca 00 e meno frutta della versione sudtirolese, che invece è fatta con farina integrale, frutta secca, fichi, noci, mandorle e talvolta anche liquore. Le varianti sono tantissime come le famiglie dove d’abitudine viene preparato e che custodiscono ognuna un proprio piccolo segreto per renderlo unico. Le prime testimonianze documentali di questo dolce appartengono al 1700, dove in un manoscritto conservato presso la Biblioteca di Rovereto scopriamo che veniva già prodotto in epoca medioevale, quando probabilmente le sue origini parlavano di un ancor più antico passato. L’etimologia della parola Zelten (o celteno) ci riporta al termine ‘Selten’ che in Tedesco significa ‘raramente-talvolta’e che evidenzia come la sua produzione avvenisse solo per le festività natalizie. Ma leggendo di questo profumatissimo pandolce speziato, cosa mi hanno colpito, sono state le tante indicazioni che lo legano al Culto della Dea Madre nella sua manifestazione del freddo e del’inverno. Questo periodo dell’anno è legato sin da tempi antichissimi a Holda, denominata anche Hulda, Berchta, Perchta, Frau Holle, Stempa, nomi diversi per la stessa emanazione sacra. Ma andiamo ad analizzare i simboli di questa prelibatezza. Oggi lo Zelten viene prodotto sia in forma quadrata o rettangolare che di cuore, ma la sua forma originaria fu e rimane quella circolare. 





Il primo pensiero vedendolo è quello del disco solare su cui spesso mandorle disposte in un particolar modo sembrano disegnare raggi che riportano alla memoria un sole splendente o ancora sempre mandorle disposte a forma di fiore, come a richiamare attraverso il sole il risveglio della fioritura della natura. La tradizione più autentica vuole che venga prodotto il 21 di dicembre esattamente in concomitanza con il Solstizio d’Inverno, giorno oggi dedicato a San Tommaso, per essere consumato successivamente. 





La preparazione avviene con i componenti della famiglia, uomini e donne, in passato insieme ai dipendenti agricoli tutti, sebbene la ritualità legata a questo dolce viene eseguita solo dalle donne. Ci si trova quindi intorno al tavolo della Stube per tagliare a piccoli pezzetti la frutta secca che costituirà la parte principale del pane, una volta finito di amalgamare l’impasto le dipendenti agricole, uscivano dalla Stube con le mani ancora imbrattate per andare ad abbracciare un albero da frutto posto all’esterno dell’abitazione. In questo gesto vi è chiaramente il ‘sacrificio’ di parte dell’impasto che viene condiviso con gli alberi, quanto il buon auspicio dell’offerta fatta. Le mani sono ancora piene di un impasto ricchissimo di frutti, cingendo l’albero è come ripassargli la ricchezza che ha prodotto, che è stata raccolta e che ora viene impiegata come nutrimento. L’abbraccio rappresenta così la gratitudine, ma anche la fiducia che quella ricca produzione torni con la nuova stagione, e quell’albero che ha sfamato ed attraverso i cui frutti si sta onorando la nascita del Nuovo Sole torni proprio grazie al Sole ad essere rigoglioso e carico. L’abbraccio diventa scambio, ricordo, riattivazione delle energie sopite. Sempre in concomitanza con il Solstizio d’Inverno vi erano tre tradizioni che le giovani ragazze seguivano per sapere chi le avrebbe sposate nell’anno a venire, la domanda veniva fatta a San Tommaso, quesito che in tempi pre-cristiani sicuramente era posto alla Dea Holda/Berchta che era la Divinità preposta anche alla divinazione in questo periodo dell’anno, la notte del Solstizio infatti, Holda veniva invitata in casa calandosi dal camino nella speranza che la sua presenza desse indicazioni sul futuro. Si chiedeva di venire a conoscenza del nome del futuro sposo estraendo a sorte un bigliettino, uno fra i tanti, su cui erano state scritte le lettere dell’alfabeto. La lettera estratta sarebbe stata l’iniziale del nome di colui che il fato aveva messo sulla strada della giovane ragazza. Altra tradizione tipica era andare a letto mettendo accanto al giaciglio, uno sgabello di legno. Anche in questo caso veniva chiesto a Dea Holda/San Tommaso di fare comparire in sogno seduto su quello sgabello l’immagine di colui che si sarebbe innamorato della fanciulla nell’anno che stava per iniziare. Il terzo metodo è forse quello che mi ha incuriosita di più in quanto si può definire alchemico. Le ragazze in cerca del fidanzato, usavano del piombo fuso fatto colare su acqua per poter dedurre la sagoma del volto del futuro innamorato. Innanzitutto ho pensato ai colori, il piombo è grigio/argenteo e la neve ed il ghiaccio sono solo cristalli di acqua e richiamano fortemente i panorami invernali di questi luoghi, che non sono del resto, di colore bianco/grigio ghiaccio nel Tempo del Solstizio invernale? Quindi da un punto di vista cromatico il richiamo a questa stagione è evidente ma c’è di più, a livello alchemico l’Acqua è associata al Mercurio originale ed alla Luna, evidenziando un altro chiaro elemento legato al Culto Femminile. Ma ritorniamo alla preparazione iniziale, una volta data la forma, il pandolce è pronto per il fuoco e la cottura, e la proprietaria della casa, lo benedice con acqua santa prima di introdurlo nel forno. La benedizione con acqua santificata insieme alla fumigazione con erbe raccolte il 15 agosto e l’8 settembre (due date a livello cattolico legate all’Assunta ed alla nascita di Maria, ma che vanno a stratificarsi su precedenti feste come ad esempio il 13 agosto legato alla Dea italica Diana), viene ripetuta tre volte, prima di consumarlo con tutta la famiglia solo il 6 gennaio : la vigilia di Natale, quella di Capodanno e quella del Berchtentag - Giorno di Berchta il 6 gennaio appunto. I quattro elementi sono quindi tutti rappresentati: lo Zelten-Terra, il forno della cottura- Fuoco, la benedizione–Acqua e la fumigazione-Aria. Ma i quattro Elementi vengono anche richiamati dal tracciare sempre ad opera della proprietaria della casa, una croce sullo Zelten stesso, finita la sua produzione. La croce nel cerchio, il potere delle direzioni e dei relativi elementi richiamato all’interno del Disco Solare, riporta chiaramente alla croce celtica. Lo Zelten veniva così conservato nella segale, per mantenerne la freschezza e non farlo diventare troppo duro. Le forme più piccole venivano regalate ai dipendenti, la forma più grande era per la famiglia contadina e veniva condivisa intorno al tavolo della Stube, proprio il giorno successivo alla notte in cui Berchta-Perchta con il suo passaggio conclude le Dodici Notti Sante segnando il termine del periodo del Buio, iniziato la notte del 31 ottobre con la celebrazione di Samhuinn-Samhain, e lasciando così spazio al Tempo che vedrà piano piano la luce aumentare e che ci condurrà verso Imbolc-Lichtmess-Candelora.  




Ancora due curiosità: piccoli dolci di marzapane a forma di scrofa, talvolta insieme a gruppi di piccoli maialini, si acquistano e regalano in queste feste che volgono al termine come portafortuna, alcuni addirittura li collezionano. 





Ed in passato il mercato dei maiali si teneva in concomitanza con il giorno più breve dell’anno, quello del Solstizio d’Inverno. Sappiamo che i maiali ed in particolare la scrofa è legata ad una Dea, altra Regina del Tempo del Buio, la gallese Ceridwen, quindi anche in questo caso possiamo leggere nella scelta di tenere il mercato dei suini il giorno più corto dell’anno, un chiaro significato simbolico legato a questo animale. Ma intanto è quasi arrivato il momento di gustare lo Zelten, il dolce della Dea dei magici giorni del Sostizio d’Inverno.








Immagini
*1-2-3-4-6 tratte dal Web
*5 tratta dall’archivio personale

Bibliografia

*Lucillo Merci Le più belle leggende dell’Alto Adige,  Manfrini Editore 1989
*Abbazia Sant’Agostino Ramsgate Grande Dizionario dei Santi, Edizioni Piemme 1990 Pag. 754-755

Sitografia