Lettori fissi

mercoledì 29 settembre 2021

E' davvero importante solo il tempo del fare?

 


La nostra esperienza umana si sviluppa in virtù di due elementi: lo spazio ed il tempo che di fatto incorniciano il nostro vivere. In assenza di uno di questi due elementi è come vagassimo senza un'effettiva coscienza dell'esistere. Ma ognuno di noi conosce quanto le nostre giornate siano piene di un agire che spesso non permette. Quando realizziamo questo diveniamo consapevoli di quanto la nostra vita ci regali l'illusione di sentirci vivi solo se sovraccarichi di impegni, di cose da compiere. Ma c'è oltre al tempo cronologico, anche un tempo psicologico. 

Il primo può svuotare o riempire sia i sentimenti che l'esperienza umana in generale. Il secondo è invece il tempo interno, il tempo dell'ascolto, quell'ascolto che non ho potuto regalarmi per lunghi anni - o almeno non per come avrei voluto e necessitato - ed al quale il mio corpo mi ha obbligata in qualche modo negli ultimi nove mesi. Non è stato un tempo di ozio, ma un tempo vacuo, in cui la vacuità – che non è il niente - ha avuto ed ha la capacità di contenere in sé una (nuova) creazione, che percepisco ancora in fase primaria e per certi aspetti latente, ma che osservo e dalla quale al contempo attingo per rinascere a me stessa. Il vuoto può fare paura, ma a quella paura ho guardato con la consapevolezza di chi conosce essere l'unica strada per dare al tempo una sua lettura, che si discosta completamente dai trastulli e dai vari divertimenti (o pseudo tali), con i quali quasi compulsivamente siamo abituati a pensare di combattere il dolore, la sofferenza, la mancanza. Il vuoto richiede nella sua infinità capacità di trasformazione e rinnovamento la forza dell'attesa, non intesa come ansiogena aspettativa o speranza ma come ferma osservazione di ciò che sorge. 

Ed è in questa visione che io ritorno a scrivere, e che vi narrerò soprattutto dove in questi ultimi dodici mesi quella vacuità creatrice e che dà forma mi abbia condotta, e che comunque anche in questo silenzio è sempre stata connotata da uno sguardo alla ricerca oltre che alla lettura di trame che arrivavano a me inaspettate. Oggi il tempo psicologico si accompagna al tempo del fare, in quel tempo che i Greci definivano Kairos, il tempo opportuno, che diviene tempo di qualità per manifestare qualcosa di quella rigenerazione così profonda ancora in atto.

Mia madre un giorno parlando della mia vita osservò: 'Questa tua vita è scandita da morti interiori e rinascite continue. Mai come in te, ho visto morire e rigenerarsi dalle proprie ceneri.'

Ed è, ancora una volta, da quelle ceneri che ritorno alla scrittura ed a chi amerà leggermi.




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Tratta dall'archivio personale. Tramonto in Salento

domenica 27 settembre 2020

Nella Morte e Oltre di Essa




'Non vorrei che questo 2020 si portasse via mamma' Questo sorse in me nel pomeriggio del 3 gennaio e questo dissi a chi mi era vicino, una sensazione pulita, nitida, tranchant, e mai lo hai saputo. Tu stavi ancora benino e nulla faceva presagire che quello che avevo sentito, ancora una volta si sarebbe verificato con tanta puntualità, seppur io non lo volessi.

Quando giunge la Morte, quella fisica e reale, quella che disgrega il corpo, vorrei che il vuoto fosse colmato dal ricordo.

Ricordo luglio quando nella casa pulita ed intonsa, tu appena lavata e profumata di olii che dovevano idratare il tuo corpo stanco, percepii la Sua presenza, in una maniera quasi fisica e mai provata prima e poi un odore di marcescenza mista ad una dolcezza acre e nauseabonda. Capii che Lei si avvicinava, che prima di quanto immaginassi ti avrebbe condotta nel Suo Mondo.

L'estate hai provato freddo sempre, dicevi di avere solo freddo per quanto strati di lana ti vestissero da testa a piedi, quando fuori le temperature bollenti segnavano picchi e dicevi di avere estremità gelate mentre così non era. Comprendevo che Lei era già nella tua Anima e quello che sentivi era la Sua Presenza sempre più vicina.

Ti ho affiancata in lunghi anni di sofferenza, tempo che a quasi nessuno è concesso. Tu devastata da un male per il quale ti avevano dato pochi mesi di vita, hai vissuto quasi otto anni. Da tre non avevi nessun supporto farmacologico, nessuna terapia, a parte la morfina giornaliera con la quale convivevi da oramai sei anni. Impossibile vivere in quelle condizioni così, dicevano, eppure tu hai sconvolto anche la Medicina, la Scienza che non trovava ragioni utili a giustificare la tua vita.

Ricordi quando ti lavavo e poi baciavo la tua pancia avvizzita e rugosa, e tu mi dicevi 'Ma cosa fai?' ed io ti guardavo con gratitudine e ti dicevo 'Bacio la mia prima casa terrena' e ti facevo sorridere?

Ricordi quando ti guardavo, tu seduta in poltrona ed io in interminabili ore di fronte a te sulla sedia a vegliarti e ti dicevo 'Sei bellissima!' e mi chiedevi quale fosse la mia visione della Vita quasi a cullarti di essa?

Ti rispondevo che questa società ha fallito e la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti. Che il mio Credere contempla comunità dove ci si affianca e la vecchiaia è un valore aggiunto, ma che può essere vissuto come tale, solo da chi coeso ne condivida anche l'onere perché la solitudine che ho provato sulla mia pelle per lunghi anni, nel prendermi cura di te, di fatto non vivendo io, ha scavato solchi profondi. Anche se come dicevi 'Tu da sempre accompagni tutti nella Morte' ed io sapevo sin dall'inizio che gli Impegni hanno un prezzo che talvolta è altissimo.

Sapevo che quella discesa sarebbe stata sempre più impervia, sempre più difficile, che l'aria sarebbe diventata più rarefatta, e che ad un certo punto avresti dovuto proseguire da sola, come tutti.

Ti ho accompagnato sino a poco prima della Soglia, tu con cui rimarrà sempre quella telepatia che sin da quando ero bambina ci ha sempre accompagnate. Ricordi? Ogni tanto senza preavviso una diceva esattamente ciò che l'altra pensava e questo capitava più volte alla settimana, da sempre.

Noi così distanti per mentalità spesso eravamo in contrasto, tu per la quale una donna può esistere solo in relazione e come ombra di un uomo, figlia della mentalità che ti aveva cresciuta. Io con un'indipendenza mentale che a te spesso arrivava come uno schiaffo in pieno volto.

'Non si può sempre dire la Verità' mi dicevi, e quanto non comprendevi perché sin da bambina quando dicevi una bugia io ti chiedevo candidamente e di fronte a tutti ' Perché dici una bugia?' e tu da sotto il tavolo scalciavi a zittirmi ed io rincaravo con 'Perché mi tiri calci?'. Mi hai poi osservata in questo Mondo in cui cerco di affiancare il più possibile Vero, con ammirazione da una parte e sempre non comprendendo dall'altra, il perché io non sentissi il bisogno di piacere a tutti i costi, tu che hai sempre cercato il plauso altrui.

Bada bene Mamma, non sto dicendo di essere stata una figlia perfetta, ammesso che esistano figli o genitori tali. Come dicevo sempre io 'Non ce lo danno mica il manuale di comportamento da figlio e da genitore, quando nasciamo' strappandoti un sorriso.

Io quella schietta, per te troppo, che figlia del bianco e del nero ho lavorato anni per cercare dentro e fuori di me sfumature di colore ma anche quella del 'non stiamocelo a raccontare' perché poi Mamma l'Affetto quello vero, quello con la A maiuscola è roba rara anche fra genitori e figli e giusto per il non stiamocelo a raccontare, me lo hanno dimostrato le decine di anziani soli ed ammalati incontrati negli anni, perché i figli lavorano e hanno le proprie vite, e se non sono utili a fare i nonni che peso diventano.

Perché come dicevi io sono quella sensibile, ma nella mia infinita sensibilità quella maledettamente profonda, di quella profondità che tu stessa sebbene con ammirazione facevi fatica a comprendere, perché spesso e paradossalmente appare astrusa nella sua semplice essenza.

La dolcezza per me è cura, attenzione sensibile, mai nauseabonda melensaggine che non ha concretezza. E la concretezza ha un piglio deciso che spesso può anche intimorire.

Lo stesso timore misto a stupore che ti suscitavo quando ti dicevo le cose guardando nel vuoto. E quelle cose che puntualmente si verificavano. 'Non è facile la tua Vita!' mi dicevi e poi ' Vedere, che onere! Come fai a reggerlo?' Ed io ti rispondevo che lo puoi fare solo cercando di farlo con onore nei confronti di questo passaggio terreno e con senso di servizio verso ciò che c'è di molto più articolato, per definirlo così nell'Oltre.

Mi fa sorridere che in questi due giorni mi sono ritrovata a rincuorare io persone singhiozzanti che non accettano che tu sia andata, mentre io chiedo loro di lasciarti andare.

In questa vita mi rendo conto che sono stata più io la madre e tu la figlia, oggi affianco per come so Elena che non è più. Oggi che non sei più quel corpo freddo pur ancora a cavallo fra questa dimensione e l'Altra, ti accompagnerò perché tu abbia pace. Sei ancora legata a questa fase terrena ma spero tu possa acquisire consapevolezze nuove, che il tuo Nuovo Viaggio possa arricchirsi di questo appena terminato e che la Saggezza delle nostre Antenate e dei nostri Antenati possa supportarti.

Sei andata nel sonno, da giorni lucidamente chiedevi 'Come si fa a morire?'  

Ti ho detto che non c'era un modo ma che visto che la dignità dell'essere non c'era più avrei pregato secondo ciò che vivo, e così giovedì sera ho fatto. Hai avuto la più bella Morte, quella che tutti ci auguriamo. Nel sonno e senza dolore alcuno, il tuo corpo stanco e consumato è spirato poche ore dopo ciò che avevo chiesto e che tu desideravi.

'Ti voglio bene' - mi hai detto pochi giorni fa - 'E credo che tu nel profondo sappia quanto'.

'Anche io, come sempre nel mio modo essenziale e complesso.'

Quello rimane, come quello che ho fatto scrivere nella tua epigrafe


Le Mamme sono.

Ovunque siano.

Le Mamme sono e restano.

Per sempre.


Vai pur restando, buon viaggio Mamma.



sabato 13 giugno 2020

Il Nano Venediger di Villanders-Villandro (Eisacktal-Valle Isarco)





Tutti lo conoscevano in paese, puntualmente con l'estate arrivava anche lui, vestito con una giacchetta rossa e dei pantaloni celesti, il piccolo ometto dal singolare aspetto, compariva all'improvviso fra gli immensi prati dell'Alpe. Guardando un pastore tirare piccole pietre al bestiame per tenerlo unito al pascolo e per scoraggiare alcuni animali ad allontanarsi, gli urlò “Quei sassi, quelli che butti dietro alle tue bestie, valgono più di tutta la mandria”.


Lui le conosceva le pietre e meglio conosceva i metalli preziosi in esse custoditi. Era gentile e disponibile il piccolo ometto, si fermava di fronte alle povere persone e tirava fuori da una tasca che sembrava non avere fondo pepite luccicanti d'oro e le regalava, lasciando spesso coloro che le ricevevano senza parole di fronte a tanta generosità.


Il mattino di buon'ora si metteva in cammino, lo si poteva trovare spesso lungo un percorso che si inerpicava sino ad un punto che si chiamava Oaglas Bleis, lì metteva un secchiello sotto una fontana da cui sgorgava limpida acqua di montagna e se ne andava. Passava poi in autunno a ritirare quel secchiello e se ne tornava da dove era venuto.


Su quel prato c'era sempre un pastore con le sue capre, un giorno il Venediger gli fischiò per attirare la sua attenzione e gli disse Hei tu! Sei qui per tutta l'estate fino a che le tue bestie non rientreranno nella stalla. Come puoi vedere, ho messo un secchiello sotto quella fonte, ti chiedo di non toccarlo e di tenerlo d'occhio. In autunno potresti portarlo sino a Venezia dove abito?”


Fatta questa richiesta lasciò al pastore indirizzo e le indicazioni su come raggiungerlo e gli promise una lauta ricompensa, detto ciò scomparve dall'Alpe. Il pastore era attonito, non era riuscito a contare sino a cinque che il piccolo ometto non c'era più.


Arrivò l'autunno ed il secchiello messo sotto la fontana era colmo di polvere gialla, lo prese e si mise in viaggio verso Venezia. Non aveva mai abbandonato le sue montagne, non conosceva il mare e la bellezza della città lagunare. Quando arrivò iniziò a girare per le calle, aveva l'indirizzo della casa dove dirigersi, ma sebbene avesse anche cercato indicazioni da alcuni passanti incontrati, faceva fatica a orizzontarsi il quel dedalo di viuzze, lui che era abituato alla sconfinata montagna.


Ad un tratto però fu richiamato dalla voce di un uomo, affacciato dalla finestra di una ricca casa. Il pastore salì e consegnò il secchiello, il Nano gli chiese quale ricompensa volesse, ma l'uomo semplice borbottò qualcosa, ed il Nano capì che non aveva pretese l'uomo, così gli donò 200 Gulden. Il pastore non credeva ai suoi occhi, il Nano però lo colpì ancora di più dicendogli che alla fontana dell'Alpe la polvere gialla d'oro originava da una radice profonda, e che se non gli avesse portato quel secchiello lo avrebbe ucciso.


L'onestà del pastore era stata molto apprezzata dal Nano che gli chiese se voleva vedere cosa facevano e come stavano sua moglie ed i suoi figli, cosa facessero mentre lui era lontanoPrese così il suo specchio magico ed il pastore vi guardò dentro, vide la sua famiglia a giorni di cammino da lui, che mangiava minestra e serenamente attendeva il suo ritorno. Il suo senso di stranezza aumentava verso il Venediger, chi era quel piccolo uomo che conosceva dove trovare oro da una fontana e che disponeva di uno specchio magico? Ma non sapeva ancora che la sua profonda lealtà ed il rispetto dell'impegno preso sull'Alpe nell'estate precedente, gli avrebbe serbato la sorpresa più grande.


Salutò il Venediger e si rimise in camino sulla via di casa, quando vi giunse trovò tutte le sue capre con i denti d'oro. Quello fu il grazie del Venediger, l'uomo che avrebbe potuto ucciderlo per mancanza di rettitudine, o renderlo ricco di fronte alla sua integrità.




Nota

La rinarrazione di cui sopra è tratta da una versione originale del 1642 di Matthias Burglechner, avvocato, storico, cartografo austriaco (Innsbruck 1573-1642) ripresa dallo Zingerle e poi dalla Dal Lago Veneri.

Il Gulden fu una moneta d'oro tedesca dal XIV sec. in poi. Successivamente divenne moneta anche di altri stati come Danimarca, Svezia, Polonia, e Paesi Bassi. (Fonte Treccani)










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*Tratta dal web, invaluable.com heinrich-schlitt-1849



Bibliografia


Bruna Dal Lago Elmar Locher, Leggende e racconti del Trentino-Alto Adige Newton Compton Editori, 1983

giovedì 11 giugno 2020

I Venedigermandln, i Nani Veneziani della Tradizione alpino-dolomitica






In questa disamina affronteremo una particolare razza di Nani, in un viaggio che unisce più luoghi e regioni alpine italiane ma non solo, perché la tipologia che ne andremo a conoscere la si ritrova in province diverse del nord est, e ci riporta, sebbene le ambientazioni di molte leggende siano relativamente recenti, ad una stirpe che era molto abile nella lavorazione dei metalli, i Venetici, prestigiosa popolazione indoeuropea, citata da Omero nell' Iliade ed i cui riferimenti si ritrovano pure in molti autori classici. Infatti i piccoli esseri di cui tratterò uniscono una figura tradizionale della leggenda quali i Nani appunto, mescolata ad uno degli aspetti, comprovato storicamente e legato ad una delle più peculiari tradizioni ed abilità degli Antichi Veneti: la metallurgia.


Indagando alcune sfaccettature storiche di ambito venetico, i tasselli di un puzzle che a primo acchito sembrava non avere una forma, hanno assunto invece tratti precisi e circostanziati che evidenziano come il nome con cui sono giunti sino a noi, non riporta, sebbene molte leggende ne parlino, alla città di Venezia in sé, piuttosto quanto ai suoi antichi abitanti ed alla loro abilità nell'estrazione e lavorazione delle rocce metallifere. Nelle differenti versioni, sono chiamati con nomi diversi ma che foneticamente evocano e richiamano la città lagunare: sono i Venödiger o Venediger, denominati anche Venedigermannlein o Venedigermandl in Tedesco, mentre in Italiano sono semplicemente conosciuti come i Veneziani o gli Ometti di Venezia.


La questione che ha destato la mia curiosità quando ho analizzato le aree della Ahrnatal-Valle Aurina sotto questo aspetto leggendario, è come fosse stato possibile che il termine veneziano fosse stato attribuito a questi esseri leggendari narrati in luoghi così lontani dalla città lagunare. Un'analisi storica e in particolar modo linguistica attinta da Alessandro Mocellin docente di Lingua Veneta, mi ha supportato in tal senso. Veneti è l'etnonimo con cui da sempre la popolazione è denominata, e Venezia che oggi è il nome dell'attuale capoluogo di Regione, originariamente definiva la totalità del territorio relativo alla Civiltà Venetica. Riporta infatti lo stesso Mocellin: “Se avessimo chiesto al primo Imperatore Romano, Caesar Octavianus Augustus chi fossero i Venetiani, ci avrebbe probabilmente detto che sono gli abitanti della regione Venetia.” 

Innanzitutto bisogna parlare dell'estensione dei territori venetici che a cavallo dell' Età del Bronzo - inizio secondo millennio a.C. - quando si insediarono in territorio lagunare e l'Età del Ferro, periodo di massima espansione, subirono variazioni fino ad includere tutta la Regione come propriamente la conosciamo oggi, oltre la Lombardia orientale, il Friuli con i territori della Livenza e del Tagliamento, la Venezia Giulia e l'Istria tanto che nel 31 a.C si costituì con la romanizzazione del Popolo dei Veneti la X RegioVenetia et Istria.


Sebbene oggi la tesi sostenuta da Erodoto che considerò i Paleoveneti originari da una filiazione Illirica, sia stata scardinata totalmente a favore di quella che li vede originari della Paflagonia, regione anatolica della Turchia affacciata sul Mar Nero, i Paleoveneti territorialmente furono estremamente vicini all'area balcanica abitata dagli Illiri, popolazione che si stanziò per prima in Ahrntal-Valle Aurina (ancor prima dei Celti) e che oltre alle influenze per vicinanza territoriale in area balcanica, entrò in contatto con gli Antichi Veneti anche a seguito dei commerci alla ricerca di materie prime ed alla diffusione e vendita delle situle, i famosi vasi potori peculiari della Cultura Venetica. Secchi che costituiti di lamina in bronzo venivano lavorati sapientemente a sbalzo a cesello, dando luogo ad opere di rara bellezza, che fortunatamente in molti casi sono giunte sino a noi. Questi tratti portano a pensare alla trasmissione di modelli culturali che non si riverberarono solo in una acculturazione reciproca che incluse anche e principalmente i Celti dell'area alpino-dolomitica, ma che per come i racconti sono giunti sino a noi, abbiano influenzato anche la narrazione di una delle figure cardine della miniera, i Nani appunto.


Di origine divina, i piccoli uomini che nascono dalla pietra, assumono peculiarità tipiche del piano metafisico. Così come appaiono non si sa da dove, possono scomparire alla stessa maniera. Giungono con la primavera e ritornano da dove erano venuti in autunno. Sanno trovare vene metallifere, così come se non rispettati le occultano nuovamente nelle profondità della terra, esaurendo di fatto l'opportunità estrattiva.


Sono fondamentalmente molto socievoli e gentili, chiedono ospitalità nei masi, e laddove la trovano, offrono al pastore ed alla sua famiglia benessere e ricchezza. Guardiani dei tesori che originano dal più profondo della montagna, conoscono i minerali e le gemme, sanno estrarli ed in questo si pongono come conoscitori e trasmettitori dell'attività mineraria. Poiché la loro competenza è senza limite, la loro Arte si completa nella fusione dei metalli e nella loro forgiatura, in quanto sono anche abili fabbri.


Se appunto come visto sopra sono cordiali di norma, possono divenire anche punitori di alterigia e mancata fiducia, possono infliggere castighi ad intere comunità, o creare le cause per la morte del minatore o dei minatori che non si siano comportati in maniera onesta. Si dimostrano in grado così di lanciare maledizioni, anche e specialmente nei casi in cui siano torturati per carpire i loro segreti, come emerge in alcuni racconti. Dispongono di uno specchio, che permette di vedere cosa accade anche lontano da loro nel tempo e nello spazio. Ma anche di una sfera attraverso la quale riescono ad individuare la posizione di una vena metallifera.


Se la figura del Nano a qualsiasi latitudine è connaturata ad aree dedite ad estrazione mineraria, quella del Venediger la troviamo peculiarmente in aree ben precise: in talune descrizioni nelle miniere di Calisio nella parte orientale di Trento dove però cambiano provenienza divenendo i Nani Lombardi (sempre in richiamo a parte di quella che fu territorio dei Venetici); anche nell'area di Trambileno che confina con la Vallarsa, area cimbra, come quella degli Altipiani di Folgaria, Lavarone e Luserna, dove leggende parlano di certe piazze di Venezia, con riferimento a queste piccole creature mitologiche della montagna; numerosi sono pure i riferimenti nella Valle germanofona dei Mocheni, sempre in Provincia di Trento. Loro tracce le troviamo anche nelle leggende in un piccolo ed isolato cantone della Svizzera orientale il Kanton Glarus-Cantone Glarona, in Austria nel Land della Kärntern-Carinzia. In Provincia di Bolzano nelle aree della Villanderer Alm-Alpe di Villandro, fra Barbian-Barbiano, Sarntal-Sarentino, Klausen-Chiusa; St. Vigil in Enneberg- San Vigilio di Marebbe in Gadertal-Val Badia, ma la zona in cui abbiamo maggiore traccia di questa tipologia di Nani è l'area tirolese e sudtirolese di cui fa parte la Ahrntal-Valle Aurina, dove il Venediger diviene eponimo del Venedigergruppe-Gruppo del Venediger negli Hohe Tauer-Alti Tauri, con la sua cima più alta il Großvenediger (3674 metri).


Il loro abbigliamento varia a seconda dei racconti, fondamentalmente il loro colore preferito è il rosso, con possibili varianti in verde o grigio. Il loro abito è costituito da lunghe giacche e pantaloni aderenti, che in talune versioni sono celesti. Indossano un cappello a punta ed un grembiule in cuoio esattamente come i primi minatori.














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*Tratta dall'archivio personale. Venödiger, Museo DoloMythos Innichen-San Candido (BZ)


Bibliografia

*Banzato D. (Cur.) Veronese F. (Cur.)Venetkens.Viaggio nella terra dei Veneti antichi(Catalogo della mostra, Padova 6 aprile-17 novembre 2013), Marsilio 2013 

* Brunamaria Dal Lago Veneri, Alto Adige Südtirol. Una guida curiosa, Edition Raetia 2016

*Dino Coltro, Gnomi, anguane e basilischi, Cierre Edizioni 2012

*Lucillo Merci, Le più belle leggende dell'Alto Adige, Manfrini Editori 1989

*Umberto Raffaelli, Leggende, fiabe e figure immaginarie delle Dolomiti, Editoriale Programma 2019

*Giuseppe Sebesta, Fiaba-leggenda dell'Alta Valle del Fersina e carta d'identità delle figure di fantasia, Museo Provinciale degli usi e costumi della Gente Trentina 1973


Sitografia

*cfr.Trumusiate Sainate la Divinità del Santuario di Lagole di Calalzo (BL)https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2016/03/trumusiate-sainate-la-divinita-del.html

*https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.com

*https://venetostoria.wordpress.com

*http://instoria.it

*www.archeoveneto.it





mercoledì 10 giugno 2020

Aspetti folklorici della montagna quale varco ctonio, come introduzione ai suoi abitanti per eccellenza, i Nani







Il racconto leggendario, specie in ambito dolomitico e alpino si confronta molto spesso con quelle che rappresentano gli elementi più visibili, poiché le più imponenti in ambito montano, cioè le alte vette. Se nella loro parte distinguibile si protraggono verso il cielo, attraverso aperture fungono da accesso al mondo sotterraneo, abitato da guardiani, che in ambito folklorico assumono non solo il ruolo di protettori dello spazio-montagna in quanto numinoso, ma quello di protettori e difensori dei tesori che in essa sono custoditi.

La montagna, diviene così, il luogo dove si possono trovare pietre e metalli, ma anche il contenitore dove può avvenire una trasmutazione, manifestazione di un vero e proprio processo esoterico, approcciando il quale si ha l'accesso ad un piano di Conoscenza più ampio. 

Il tesoro è quindi non solo metallifero o minerario per ciò che riguarda il visibile, ma da un punto di vista più sottile è la manifestazione di un qualcosa profondamente trasformativo a livello interiore.

Nella narrazione, sebbene questa matrice si sia tramandata in modo fedele, il tesoro è però divenuto esclusivamente materiale, con grotte le cui pareti sono di diamante o di cristallo di rocca oppure deposito di immense quantità di argento, oro, e gemme dall'inestimabile valore.

La montagna-utero si manifesta così come Regno dell'Aldilà, dotato di tutte le peculiarità proprie di un luogo di potente trasformazione, per chi la sappia avvicinare con un adeguato atteggiamento connotato da profondo rispetto. La non accettazione di questo principio comportamentale, fa sì che che la ricchezza materiale e conoscitiva possa trasformarsi in un funesto epilogo.

Il varco per eccellenza che offre l'accesso alle profondità della montagna è la miniera, ed è in particolar modo a questo luogo che guarderemo nell'analisi delle figure che inscindibilmente ad essa sono collegati: i Nani.












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*Tratta dal web, Andrea Berto verticalemotions.blogspot.com
La magia delle Tre cime e del Monte Paterno durante le notti di luna piena









martedì 31 marzo 2020

La leggenda del toro e del crocifisso (Prettau-Predoi BZ)





Si narra che un tempo, a Krimml una località del Pinzgau, oltre gli Hohe Tauern-Alti Tauri, si tenne l'annuale festa contadina con tanto di tiro al bersaglio, riguardo questa sagra soprattutto si parlava di un grande premio per chi avesse ottenuto il migliore risultato. Quella notizia arrivò anche a Gunter, un ragazzo della zona di Prettau-Predoi. Lui spavaldo, usava andare in giro per le locande a magnificare quanto fosse abile a sparare, quando un giorno un oste gli disse quasi in tono di sfida: “Gunter, ci sarà a breve la festa contadina del Pinzgau, quella che si tiene tutti gli anni, ma quest'anno dicono che il primo premio sarà particolarmente ricco, un toro!”- Gunter ascoltò con interesse, poi esordì “Quel toro sarà mio, del resto sono un provetto tiratore, cosa ci vorrà mai per vincerlo e per portarlo nella mia stalla? Un toro non potrebbe che essermi utile per il lavoro nei campi”. Nel tono della sua voce i suoi modi, ancora una volta, erano emersi in tutta la loro arroganza, per la quale era conosciuto da tutti.

1. Cranio di bovino esposto su stalla con funzione apotropaica, in località Kasern-Casere


Dopo pochi giorni si mise così in cammino verso l'area del Pinzgau, sapendo che avrebbe dovuto percorrere il Tauernweg- Sentiero dei Tauri e soprattutto oltrepassare le creste che separavano le vallate; certo, sarebbe stato più sicuro condividere il percorso con qualche conoscente, ma non voleva eventuali rivali e così salutata la famiglia si mise in viaggio.

Lungo il sentiero si imbatté nella chiesetta di Heilig Geist-Santo Spirito ai piedi del Dreiherrenspitze-Picco dei Tre Signori, meta privilegiata anche e soprattutto da chi decideva di oltrepassare le alte vette ai piedi delle quali si adagiava il piccolo luogo di culto, ma Gunter sebbene venisse da una famiglia estremamente religiosa, non si sentiva affine a nessun discorso di tipo spirituale e la sua fede era inesistente. La sua spavalderia così lo porto ad oltrepassare la cappella, ed a lasciarsi alle spalle i posti dove viveva.

Non molto lontano da quella stessa piccola chiesa era stato collocato un Cristo in croce, la cui immagine doveva accompagnare chi si sarebbe trovato a scalare poco dopo le alte vette che lo attendevano. Ma per Gunter l'immagine di quel Cristo non rappresentò altro che un bersaglio utile a mostrare a se stesso, la sua abilità traboccante della sua nota presunzione. Prese la mira e partì il primo colpo dal fucile, poi un secondo, quindi un terzo. Soddisfatto del suo gesto, Gunter pensò che poteva rimettersi in viaggio e così fece, arrivando a destinazione anche prima di quanto avesse previsto. Il mattino dopo vi sarebbe stata la festa contadina e lui già pregustava una vincita ai suoi occhi certa.

Vi fu la manifestazione, e nelle gare che si susseguirono Gunter sbaragliò ad uno ad uno i vari tiratori che si avvicendavano durante la gara. Alla fine, fu il vincitore, acclamato dalla folla che era venuta ad assistere alla competizione. Un premio importante ed imponente lo attendeva. Uno splendido toro che come promesso avrebbe portato nella sua valle, e che all'interno della sua proprietà lo avrebbe aiutato nei lavori agricoli. Si misero sulla via della ritorno, lui davanti e legato ad una corda il toro che lo seguiva. Il viaggio di ritorno si mostrò più lungo del previsto, visto che l'andamento cadenzato e lento dell'animale non permetteva il passo spedito che Gunter aveva tenuto all'andata.

L'idea di mostrare il suo trofeo agli amici ed alla borgata intera, gli rese il viaggio di rientro più gradevole di quanto potesse immaginare. Arrivato di fronte al crocefisso sul quale aveva scaricato tre proiettili del suo fucile lungo il tragitto dell'andata il toro si bloccò, non ci fu verso di farlo avanzare. Gunter iniziò ad innervosirsi ed a tirarlo per la corda che lo teneva legato per il collo. L'animale improvvisamente mutò lo sguardo che si era fatto terrificante ed incornò con un solo colpo di testa Gunter.


2. Copia del crocifisso-reliquia di cui si parla nella leggenda e trafitto da tre proiettili, custodito nella Chiesetta di Heilig Geist – Santo Spirito

Il corpo del giovane rimase a terra, sino a quando pochi giorni dopo, su invito degli anziani genitori, alcuni uomini del villaggio si misero in cammino per vedere se fosse successo qualcosa lungo la strada, dato che il giovane non era ancora rientrato. Si incamminarono non pensando minimamente di poter trovare Gunter morto.

Quando a loro si presentò lo spettacolo che si trovarono davanti erano increduli e sgomenti. Il toro che Gunter era andato a vincere era impazzito e poco distante il loro amico infilzato dal toro giaceva al suolo, di fronte al crocifisso forato da tre colpi di arma da fuoco.

Si racconta che più e più volte si tentò di tappare i fori con del legno che restaurasse l'opera, ma i tasselli apposti cadevano sempre a terra da soli, da quel momento il crocifisso fu riconosciuto come oggetto sacro.


3. Veduta dell'insieme dell'altare e della collocazione del crocifisso all'interno della chiesetta



Nota

La leggenda arriva a noi in un'unica versione raccolta dal lavoro dello scrittore locale Konrad Steger, che l'ha registrata fra quelle raccolte in Ahrntal – Valle Aurina e facenti parti di un patrimonio orale e tramandato di generazione in generazione. Nella versione ufficiale il tiratore non ha un nome specifico, che invece io ho deciso di attribuirgli.

Il Cristo posto lungo il percorso della leggenda in effetti una volta era situato non lontano dalla Malga Prastmann Alm e ci riporta ad altri luoghi ed agli oramai noti capitelli in cui il Cristo in croce è l'elemento principale e nei quali nelle aree rurali sappiamo essere dislocati nei pressi o lungo tracciati che in questa Regione erano riconosciuti come pre-cristiani e quindi in qualche modo da riconvertire anche solo con un'immagine, in quanto con fondata probabilità e data la loro conformazione territoriale - per la presenza di elementi peculiari quali: fonti o corsi d'acqua, aree paludose, pietre dalla tipica conformazione, aree rituali, aree adibite a necropoli, e comunque tutte zone riconducibili ad antiche pratiche politeiste - furono nei millenni passati aree dalla forte componente ritualistica.

Il crocefisso con i fori ben visibili oggi è esposto nella chiesa di Heilig Geist-Santo Spirito, o meglio quello conservato è la copia di quell'originale a cui farebbe riferimento la leggenda e che è conservato nella parrocchiale di Prettau-Predoi dedicata a San Valentino. Viene portato, in quanto considerato sacra reliquia, in processione a maggio verso Ehrenburg-Casteldarne nella Processione della Kornmutter-Madonna del Grano.

Il toro, simbolo di questa leggenda, ha sicuramente un simbolismo complesso, di cui non approfondirò in questa sede ma di cui vorrei evidenziare alcuni tratti. Condivide il simbolismo della mucca, riportando ad una Cultura di stampo primordiale e matriarcale. Nell'Antica Europa questo animale era sacro alla Dea di Morte e Rigenerazione e rappresentava fondamentalmente il suo potere rivivificante. Nel contesto analizzato potenzia il significato già analizzato dell'area di Heilig Geist- Santo Spirito e della Madre di Morte e Rinnovamento presente nei vari elementi valutati nell'articolo dedicato a questa chiesa.





Immagini

*Tratte dell'archivio personale


Fonti locali

*Konrad Steger, Raccolta fonti orali di Valle Aurina

*Hans Fink Sul leggendario mondo della Valle Aurina. Contributi storici locali.

*Ed. speciale 'Der Schlern' n°7/8 1978 Qui raccontiamo storie della Valle Aurina. Opuscolo della classe 3E della M.S. St. Johann 1989/1990


Sitografia

*cfr. Il potere della pietra, un antico luogo di culto litico Heilig Geist im Ahrntal-Santo Spirito in Valle Aurina (Prettau-Predoi BZ)



venerdì 31 gennaio 2020

Il potere della pietra, un antico luogo di culto litico Heilig Geist im Ahrntal-Santo Spirito in Valle Aurina (Prettau-Predoi BZ)





E' nel Tempo di un Solstizio d'Estate del 1455, e più precisamente il 22 giugno, che questa chiesa venne consacrata da una delle figure più eminenti del suo tempo, il principe-vescovo Niccolò Cusano, cardinale, filosofo, matematico ed astronomo, che possiamo trovare impegnato anche in altre dedicazioni, di aree sacre, dal rilevante valore archeologico e cultuale pre-cristiano.
Heilig Geist- Santo Spirito sorge nel nulla di un ampio prato, in località Prastmann-Pratomagno frazione di Prettau-Predoi, poco sopra l'abitato di Kasern-Casere, ai piedi del Dreiherrenspitze-Picco dei Tre Signori (3499 m.) sebbene venga sempre indicata come parte della stessa Kasern-Casere che è la frazione da cui parte in effetti una porzione di un antichissimo percorso, il Tauernweg-Sentiero dei Tauri, con la marcatura numero 13 e delimitato da un muretto a secco lungo entrambi i lati, che unisce la strada da poco dopo il parcheggio o dalla fermata del bus all'edificio sacro. Il sentiero attualmente è scandito da una Via Crucis particolare, poiché dotata di quindici stazioni, a differenza dei tracciati tradizionali che ne dispongono di sole quattordici. La quindicesima sorge proprio nei pressi dell'entrata della chiesa. Un tempo questa Via era molto battuta anche da pellegrini desiderosi di ottenere l'indulgenza.

1.La chiesetta di Heilig Geist-Santo Spirito con alle spalle il Dreiherrenspitze-Picco dei Tre Signori (3499 m.)

Ci troviamo davanti ad un luogo davvero particolare, venerato da sempre nella leggenda, nella credenza e nella religiosità. Oggi questa chiesa, che sorge a 1624 metri s.l.m. è un vero e proprio gioiello dello stile gotico tirolese, non solo si pone come una delle più antiche della Ahrntal-Valle Aurina e dell'intero Tirolo, ma soprattutto è l'edificio di culto più a nord di tutta l'Italia, costruito su una preesistente chiesetta del nono secolo, che con pressoché totale certezza, data l'analisi che andremo a fare più tardi, si stratificò su un luogo pre-cristiano di culto.


2. Veduta arrivando dal Tauernweg-Sentiero dei Tauri

La struttura

Un portale ad arco acuto introduce all'interno della chiesa che è aperta durante tutto l'anno. La chiesa appare divisa in tre livelli, come si vede chiaramente anche dall'esterno: la parte a piano terra illuminata da monofore, una parte mediana che introduce alla sacrestia, da cui si accede al campanile. 
L'interno dispone di una volta a costoloni che unisce la parte sopraelevata, raggiungibile attraverso una scaletta in pietra dai gradini alti e ripidi sulla destra, alla navata. Ai lati della volta poggiati su mensole, spiccano dei mascheroni di semplice fattura la cui espressione però, è tanto cupa quanto inquietante. La loro funzione di chiara matrice apotropaica si inserisce fra gli affreschi che si snodano lungo le pareti laterali ed anche ad ornamento dell' abside, dipinti che risalenti al '400 sono stati ampiamente restaurati. I lavori di manutenzione effettuati negli ultimi dieci anni hanno richiesto che talune opere fossero spostate in alcuni casi temporaneamente, in altri in maniera definitiva nella chiesa parrocchiale di Prettau- Predoi.  



3. Veduta sulle tre parti in cui è divisa la chiesa


4. Visuale d'insieme dell'interno con la volta gotica a costoloni


5. Mascheroni-mensola dislocati lungo le pareti, di valore apotropaico

L'origine del suo attuale nome Helig Geist-Santo Spirito è da ricercarsi nell'immagine votiva, che conservata in un tabernacolo, da molti fu ed è considerata prodigiosa e permetteva guarigione dalle malattie sia di uomini che di animali. La scultura è riproduzione barocca del XVII secolo di un originale andato perso nel XII secolo: un angelo porta una sedia che è adagiata su una nuvola, su cui siede Dio Padre, il quale regge la croce su cui il Cristo è crocifisso, su questa croce lo Spirito Santo scende in forma di colomba. La chiesa è consacrata a tre Santi: San Kilian, Sant'Oswald, Sant' Orsola. 


6. L'altare con dietro, il simbolo della chiesetta, la reliquia della SS. Trinità, sulla sinistra un Cristo crocifisso a cui è legata una delle leggende di quest'area, e sulla destra un trittico costituito da Sant' Orsola, San Kilian e Sant' Oswald.


Alla sinistra dell'entrata, sopra la cantoria troviamo un'altra, e questa volta curiosa quanto singolare rappresentazione di una SS. Trinità a cui pure è dedicata questa piccola chiesa montana, e costituita da Tre Signori identici. Il trittico non solo è particolare ma è anche raro e fu considerato nel tempo poco adeguato dalle stesse autorità religiose, tanto da impedirne la replica in altre strutture più recenti. 


7. Il trittico scultoreo dei Tre Signori, una Trinità molto particolare.


Una lastra in rame proveniente dalla miniera poco distante, datata 1698, con il simbolo tipico dei minatori: punta e mazzetta incrociati su un cerchio, con in cima lo stemma delle famiglie che appaltarono l'estrazione in zona, i Baroni di Sternbach ed i Conti di Tannenberg, è ben visibile sulla parete di destra.Fu forgiata ed incisa come ringraziamento per un voto fatto al fine di trovare una vena ramifera, all'interno della galleria dedicata a San Nicola, il cui inizio dello scavo risaliva al 1611. Tale targa è posta sotto un Cristo in croce, di fattura barocca, molto particolare e sicuramente d'impatto poiché grondante sangue, con ai lati la Vergine Addolorata e San Giovanni Evangelista. Il sangue non richiama solo quello versato dal Cristo nella morte, ma anche quello perso con le vite dei minatori e dei viaggiatori che perivano lungo il tragitto. Questa statua ci mostra come un sacrificio di sangue (quello del Cristo), possa nutrire aspetti bivalenti, la sua perdita crea morte, il suo scorrere nutre vita ed il tutto coesiste nello stesso elemento.


8. La targa costituita dal rame estratto nella miniera locale, ringraziamento per aver trovato una nuova vena ramifera dopo diversi decenni dallo scavo della galleria, poi dedicata a San Nicola. Sopra la croce con il Cristo grondante sangue.


Antichi culti litici

La chiesetta si erge su un piano leggermente rialzato rispetto al prato circostante, tra l'Ahrnbach-Aurino che le scorre poco distante, vicino al quale sorge una fonte, la cui acqua è raccolta in un masso scavato e costituito della stessa pietra che si può trovare all'interno dell'area recintata, e tra una porzione di prato paludoso,inclusa fra l'area sopraelevata e la montagna. All'interno dell'area ex-cimiteriale troviamo un'altra fontana. 


9. Fonte nei pressi dell'Ahrnbach-Aurino


Le vere peculiarità di questa chiesetta di montagna sono di fatto due: la prima è che sia addossata ad un grosso masso, denominato Schliefstein-Pietra dormiente come dal cartello affisso su di esso, conosciuto invece popolarmente come Saukopf cioè testa di scrofa e dotato di un'ampia fenditura. La seconda è che insieme ad altre rocce di dimensioni più modeste, sempre all'interno dello stesso perimetro che un tempo circoscriveva l'area di sepoltura, formano un cerchio irregolare, lungo parte del quale fu costruito il muro cinquecentesco di delimitazione del cimitero.


10. Area principale di accesso e sezione semicircolare di abeti che guardano all'Ahrnbach-Aurino


Di fronte ai più grandi di questi massi oggi sono posizionate delle panchine, poiché come dice il cartello vicino alla fonte che sorge nei pressi del torrente, questo è un luogo energetico, la sua energia è data tanto dall'acqua quanto dalla composizione delle rocce che sono metamorfiche e particolarmente ricche di cristallo di rocca. Osservando da vicino i massi, si scorgono nitidamente le formazioni di quarzo ialino. 


  11.Panchina di fronte ai massi



 12.Vene di cristallo di rocca emergono vistose dai grandi massi


Il masso, quello più grande di tutti, proteggerebbe la chiesa dalle valanghe, e soprattutto la sua funzione primaria (secondo la riattribuzione di significato cattolica) fu quella di pietra levapeccati i fedeli che infatti passavano attraverso la sua spaccatura, lasciavano alla pietra tutte le loro azioni peccaminose.



13. 14. Vedute del masso davanti al quale è stata costruita 
la Chiesa di Heilig Geist- Santo Spirito


15. La targa di pietra levapeccati


16. La spaccatura all'interno del masso


Un' analisi antropologica ed archeologica

Essendo l'area, un bene vincolato, in quanto patrimonio culturale ecclesiastico da secoli, non sono mai stati autorizzati scavi o esplorazioni che possano portare alla luce elementi utili alla catalogazione certa di questo sito. Così non vi sono documenti scritti che possano fare completa luce sulla funzione originaria del monumento. Possiamo però comparare elementi presenti con analisi sia di tipo archeologico che antropologico e da ciò trarre interessanti deduzioni. Dobbiamo pensare ad un tempo antecedente quel Basso Medioevo che vide l'edificazione di questa attuale chiesa, e pure il nostro pensiero deve rivolgersi ad un momento ancor precedente, quando non c'era nemmeno la cappella risalente all'Alto Medioevo. Dobbiamo quindi immaginare l'area che oggi conosciamo come Heilig Geist-Santo Spirito come ad una zona spoglia da qualsiasi edificio religioso. Esattamente come oggi sin da lontano si scorge la chiesetta, un tempo doveva essere ben visibile in tutta la sua grandezza il masso che oggi invece risulta coperto alla vista di chiunque arrivi dal Tauernweg-Sentiero dei Tauri.

Quella visione, come spiega molto dettagliatamente anche Mircea Eliade, deve essere stata percepita dai popoli pre-cristiani esattamente per come veniva avvertita la pietra: elemento di forza e potenza, che trascende la caducità dei limiti terreni, ed al contempo li protegge, proprio perché nel suo essere elemento assoluto può proteggere vivi e morti. In quella protezione troviamo anche il ruolo di pietra di guarigione depositaria di energie rinnovatrici e trasformatrici. Ed è così che la durezza diventa elemento di mutamento, anche e soprattutto in nome dello Spirito che abita la pietra stessa; Spirito che può essere quello di una Divinità tanto quanto quello di un Antenato. In questo caso, la conformazione del masso gigante lo pone fra quelli dotati di poteri magici e questo luogo rientra fra i siti legati a culti litici ma anche solstiziali, per differenti aspetti. Gli scivoli di pietra in un antico passato sono sempre stati legati alla capacità di rendere feconde le donne, in questo caso la frizione contro le pareti della roccia doveva fungere da mezzo che permetteva la guarigione da una possibile sterilità come da altre malattie. Abbiamo quindi un luogo la cui funzione rigenerativa viene amplificata da un lato dalla cratofania litica, dall'altro da elementi legati ad altre caratteristiche territoriali e di verosimile ambito rituale. 



17. Ancora una veduta del Saukopf -Testa di Scrofa


Vedremo in altri articoli, di alcune leggende legate a questo luogo, e di come particolarmente in una si mostri come nel tempo, quest'area al pari di altre simili per caratteristiche, abbia visto stratificarsi non solo un nuovo culto, ma anche una reliquia che in qualche modo potesse sostituirsi, nell'immaginario collettivo, alla capacità guaritrice e rinnovatrice del masso in questione, oltre alle caratteristiche ctonie e occulte di questo sito.

Nel caso di Heilig Geist una concezione arcaica che consacrava le pietre come guaritrici o portatrici di fertilità, diviene elemento di espiazione dei peccati. Se nei tempi remoti si affidava alla pietra e più di tutto a Chi la abitava, la propria difficoltà ad avere figli o il proprio malessere fisico, nella riattribuzione di significato le si affidano i propri peccati. Lo sfregamento diviene una sorta di pulitura da essi, la ruvida roccia gratta via, in senso figurato nella percezione del credente, lo strato di errori e mancanze che lo avvolge. Il fatto che anche la Via Crucis abbia quindici stazioni, come anticipato più sopra, e che proprio la quindicesima legata alla Resurrezione, sia l'unica che è all'interno dell'area delimitata dai massi, evidenzia la funzione rigenerativa del luogo. La capacità di rinnovamento che connotava quest'area includeva in tempi preistorici, celebrazioni legate a periodi solstiziali ed al loro essere varchi su dimensioni metafisiche, che ponevano i celebranti in contatto con la Morte. 


Luogo di ritualità, luogo occulto

L'area in questione e la chiesa ci parlano di un culto luni-solare, quanto di un luogo di pratiche esoteriche. Partiamo dalla chiesa e da un affresco di cui in nessuna guida o libro della zona ho trovato minima traccia. Entrando, sulla parete di sinistra, lo sguardo viene colto da un affresco di una Madre che poggia un piede su una falce di luna.



 18. Affresco da me soprannominato ' La Madre dalla falce di luna'


19. Particolare dell'affresco

Heilig Geist-Santo Spirito sorge su un'area dove nei pressi si trovano un corso d'acqua, fontane, sorgenti e paludi, capiamo che già solo per tali peculiarità, questo luogo ebbe grande valenza rituale ed offertoria. Sappiamo come le aree paludose fossero luoghi di culto legati ai Solstizi, in quanto porte per l'Altromondo, avendo analizzato nella stessa Valle, ad alcuni chilometri da qui, l'area della Malga Göge Alm e della grande quantità di ritrovamenti delle palette lignee riferibili all'Età del Bronzo. Oggetti che si inseriscono in ritualità preistoriche di comune matrice, diffuse non solo in area alpina ma anche nord europea.


Diversi elementi utili a collocarla quale area rituale legata ad energie solstiziali, si sono mano a mano resi visibili. Sebbene la chiesa sia orientata lungo un tipico asse Ovest-Est, all'esterno una delle cose che mi ha colpita è un altare in pietra, non so riferibile a quale periodo storico, posto verso il lato montagna e disposto lungo un asse Nord-Sud. Se i minatori venivano qui a celebrare una delle figure patrone legate al loro lavoro e cioè Santa Barbara, con una messa solenne il 4 dicembre, sappiamo anche che gli stessi effettuavano riti, con forte probabilità mantenuti vivi in una Tradizione locale, nelle domeniche estive e prima di entrare in chiesa e forse da qui l'utilità di un altare esterno. Quali i motivi di tali celebrazioni non ci è dato saperlo, ma potremmo anche immaginare che siano avvenute per ingraziarsi o scacciare forze ostili, prima della messa vera e propria, in una commistione di usanze antiche e ritualità cattolica, che in molte feste è arrivata sino ai nostri giorni.



20. Altare litico esterno allineato lungo un asse nord-sud, guarda all'area paludosa che separa il sito dove sorge la chiesetta dalla montagna


Un altro riferimento legato sempre al Solstizio d'Inverno è dato dalla presenza di San Giovanni Evangelista, posto a lato del crocifisso stillante sangue. Che a questa roccia fossero attribuiti poteri particolari è chiaramente mostrato da una serie di incavi sparsi, su una parete verticale e disposta a nord, di chiara origine meccanica, che uniscono questo luogo ad altri sparsi per la Provincia e riconosciuti prima che a livello religioso cattolico, come luoghi di chiara impronta taumaturgica e pre-cristiana. Qualche granello di questa pietra veniva asportato, per essere probabilmente impastato con la farina, al fine di esaudire un desiderio, benedire una richiesta. Mangiare un po' di questa roccia, significava interiorizzarne il potere e la capacità trasformativa dell'elemento sacro e diffonderlo su coloro che se ne cibavano. Avevamo già visto qualcosa di simile anche al Santuario di Maria Weißenstein-Madonna di Pietralba, dove la devozione portava a baciare la statuina della Madonna ed a asportarne schegge attraverso piccoli morsi. I piccoli frammenti venivano così impastati con il pane, al fine di permettere ad ogni componente della famiglia di godere della benedizione dell'immagine. L'azione univa così Spirito e Materia in un gesto dal chiaro valore apotropaico. 






21.22.23 Esempi di incavi sparsi sulla roccia, che sottolineano, a livello tradizionale, di quale riconoscimento taumaturgico godesse la pietra presso le popolazioni locali.


Tradizioni odierne richiami di un' antica memoria cultuale

A San Silvestro, il 31 dicembre, è tradizione recarsi ad Heilig-Geist a pregare affidandosi alla Trinità, per lasciarsi alle spalle l'anno che volge al termine e nella speranza che quello nuovo sia foriero di serenità e quiete.

Viene inoltre svolta annualmente una processione, che da secoli unisce la piccola chiesetta ad un'altra distante una cinquantina di chilometri. Il piccolo edificio di culto, chiesa parrocchiale della frazione, contiene un affresco dedicato alla Kornmutter–Madre del Grano e la cui venerazione ha sempre propiziato i raccolti. Il pellegrinaggio origina da una leggenda secondo la quale all'inizio del XIV secolo la famosa immagine della Kornmutter era conservata nella chiesa di San Martino nella frazione di St.Johann-San Giovanni, nel Comune di Ahrntal-Valle Aurina. Purtroppo un'alluvione colpì la zona ed anche la chiesa fu distrutta, il dipinto venne ritrovato però ad Ehrenburg-Casteldarne. Da quel momento, la processione, alla quale oggi possono partecipare solo gli uomini, viene svolta ogni anno, con qualsiasi tempo e sebbene in totale di 108 chilometri fra andata e ritorno, lo rendano un pellegrinaggio faticoso, i partecipanti che fanno tappa ad ogni chiesa posta lungo il cammino, hanno età molto differenti, partendo dai tredici anni per arrivare sin oltre gli ottanta. Agli inizi anche le donne facevano parte del gruppo di pellegrini, ma incidenti non meglio specificati, occorsi nel tempo, hanno fatto propendere per la scelta di non farle più partecipare. Questa processione potrebbe essere esito di un'altra ben più antica che univa appunto Prastmann-Pratomagno dove oggi sorge Heilig-Geist a San Martino, luogo in cui evidentemente era custodito inizialmente il dipinto, che con probabilità illustrava semplicemente la Madre del Grano venerata in quella zona. Un eventuale pellegrinaggio fra i due luoghi in tempo preistorico – come spiega anche Marija Gimbutas - rappresentava la traccia di pratiche antiche legate a determinati cerimoniali che connettevano due aree che venivano unite da rituali di tipo stagionale.


Holda ed i suoi simbolismi solstiziali

Anche ad un osservatore disattento, che abbia però un minimo di conoscenza della spiritualità pre-cristiana, in questa chiesa e nell'area in cui sorge, appaiono come lapalissiani elementi riconducibili alla figura della Madre di Morte e Rigenerazione, in un connubio unico e molto potente, che ingloba anche quello del rinnovamento che passa attraverso la guarigione e la gravidanza. Sebbene l'area evidenzi tratti luni-solari, marcati elementi conducono fondamentalmente al Solstizio d'Inverno ed al Culto di Holda-Perchta senza incertezza. Elementi che ritroviamo nella conformazione del luogo, ma anche nelle caratteristiche scultoree e pittoriche della chiesa. 

Gli antichi mastri conoscevano molto bene l'atavico legame che univa simboli e santi, o simboli e triadi, sapevano rappresentare un principio in un contesto adeguatamente cattolico, ma che aveva radice, in un non meglio specificato antico passato, agli occhi dei fedeli. Così il simbolo veniva degradato ed interpretato alla luce della nuova religione, ma in questa Regione - e l'evidenza di ciò rimane estremamente marcata data la mole di tradizioni ancora molto vive - la variazione di attribuzione simbolica, non depaupera la sua consistenza cosmologica e primigenia e così il simbolo giunge sino a noi velato, celato, ma mai privato della sua forza iniziale, per chi lo sappia riconoscere.

Partiamo, quindi, da come viene chiamato popolarmente il masso, Saukopf-Testa di Scrofa. La scrofa è un simbolo importante ancora oggi, sebbene se vogliamo ridotto a dono di consuetudine locale, quando nel Tempo del Solstizio d'Inverno viene regalata come maiale portafortuna e piccoli animali in marzapane si vendono ovunque. Taluni li collezionano anche, sono di buon auspicio per l'anno nuovo, attirando ricchezza e fortuna. Il fatto che il grande masso sia definito come un animale legato al periodo solstiziale invernale, lo collega anche a ciò di cui ho scritto più sopra, in merito a tradizioni ancora vive, come quella dell'andare a pregare in questo luogo, proprio nel giorno di San Silvestro, per chiedere benessere per l'anno che verrà.

L'acqua è da sempre mezzo e veicolo che porta alle profondità dell'Altromondo. Elemento purificatorio ed iniziatico. Origine e fine della vita. Associata al principio femminile della Grande Madre primigenia, ed alla prima forma della materia. L'acqua riconduce al grembo materno ed è trasformativa. In questo sito tra l'Ahrnbach-Aurino, le fonti e l'area paludosa, possiamo dire che l'acqua cinge e potenzia la sacralità del cerchio litico. Pensiamo alla fiaba dei Grimm che narra di Frau Holle. La ragazza che giunge da Holle ci arriva tuffandosi in un pozzo (luogo che conduce a profondità oscure ed inesplorate come la palude di cui non si vede il fondo) e quel tuffo la porta a casa della Vecchia Divinità come è rappresentata nel racconto. Quindi l'acqua veicola, e accompagna anche l'accesso a piani metafisici, verso l'ignoto, verso ciò che non è visibile e non ha forma, oltre il piano dei cinque sensi, diviene soglia per la precognizione e la veggenza.

La presenza di una statua di Giovanni Evangelista, esattamente come le antiche celebrazioni dei minatori, in onore di Santa Barbara, che è una delle Sante che conduce proprio verso il periodo di fine dicembre, sono altri due elementi che conducono al Solstizio.

L'area cimiteriale, induce ad una riflessione visto che accoglieva i cadaveri sia dei minatori che dei viaggiatori che perivano durante il passaggio fra le alte cime. Perché proprio in quella zona creare un cimitero, dato che la parrocchiale di Prettau-Predoi, era di gran lunga più vicina alla miniera? Non aveva un senso né un'utilità. La chiesa di San Valentino, sebbene fu consacrata nel 1489, e quindi ben 34 anni dopo quella di Prastmann-Pratomagno, era quella più fruibile data la vicinanza alle gallerie, a maggior ragione che l'attività mineraria sarebbe continuata per altri secoli. Questo mantenere il cimitero dei minatori così lontano, mentre si poteva utilizzare un'area cimiteriale più vicina fa pensare ad una sola risposta logica, che il cimitero di Heilig Geist fu utilizzato sin dagli albori dell'attività mineraria datata all'Età del Bronzo. La sua posizione acquisirebbe quindi una linea coerente, in un contesto dove le prime estrazioni avvennero a circa 2000 metri di altitudine, dove il rame affiorava.


Il dipinto della Madre di bianco vestita, sebbene abbia anche un leggero drappo azzurro chiaro, mi ha riportato subito ad uno dei modi con cui è definita Holda: la Bianca Signora;i bambini morti ai suoi piedi altro elemento fondamentale legato a Lei che ne custodisce le anime, specialmente di quelli non battezzati o di coloro che che erano trapassati poiché prematuri. Ma il dipinto offre anche altri elementi. Il suo piede sinistro poggia su un'apertura nera che è chiaramente infera con dei neonati che da quel varco fanno capolino, mentre il destro poggia sulla falce di luna. La sua testa è circonfusa da un'aureola bianca di luce, e qui ci sembrerebbe tutto normale poiché facente parte dell'iconografia cristiana. Ma in effetti l'aureola da dove origina? Dal libro XVIII dell’Iliade traiamo: «Atena gli mise l’egida [ad Achille] ornata di nastri intorno alle spalle possenti, intorno alla testa gli effuse una nube dorata la divina tra le dee, e ne fece brillare una fiamma radiosa […]. Così dalla testa d’Achille i raggi si alzavano al cielo […] » . Quindi quello che per i Cristiani sarà poi manifestazione di santità, ed utilizzato con questa connotazione solo a partire dal IV secolo d.C. in origine era un qualcosa attribuito da una Dea ad un Eroe, e quel qualcosa era legato all'elemento Fuoco. 


La Bianca Madre del dipinto si mostra quindi come connessione fra l'Acqua infera ed il Fuoco del Sole che in cielo splende, e nulla come gli elementi appena citati sembrano antitetici, ma Lei è Oscura e Luminosa al contempo, quindi in questa immagine può tenere il piede sulla Luna ed avere la testa nel Sole, Lei si mostra come fra un apice del Sole e della luminosità dell'aureola e il baratro oscuro su cui la Luna dorata poggia. Lei è asse fra la Morte e la Ri-nascita. 


Conclusioni

La chiesa di Heilig Geist- Santo Spirito in Ahrntal-Valle Aurina rappresenta un unicum non solo territoriale ma anche simbolico e rituale connesso ad antiche Genti originarie di un'Antica Europa, i cui culti sono confluiti poi nelle tradizioni proto-illiriche e proto-celtiche, e giunte sino a noi attraverso un'opera di risemantizzazione degli stessi simbolismi.

La sua ubicazione al limite di una profonda valle isolata, confine fra territori, ai piedi di montagne di origine vulcanica che in alcuni casi rasentano in altri superano i 3000 mt. di altezza, la pongono già in una posizione che rafforza i significati liminali vagliati sinora.

L'antropologia ci insegna come la Morte presso gli Antichi rappresentasse un rito di passaggio o meglio il Rito attraverso la metafora del viaggio e del flusso da una condizione ad un'altra.

Questo sito, contiene due volte il concetto di tramite, luogo che poteva favorire il passaggio da uno stato non fertile a fertile, o da uno malato ad uno di guarigione, comunque trasformativo della salute; e passaggio in cui la Morte veniva riconosciuta ed onorata, attraverso gli elementi esaminati, come fulcro di una molto probabile ritualità collettiva che diveniva al contempo esperienza e tramite necessario ad avvicinarsi a quella soglia liminale che era sacralità pura.

Marija Gimbutas scrisse 'Nelle società del Neolitico i rituali di morte costituivano un'enorme forza che stava alla base dell'interazione sociale', anche perché i rituali di Morte rappresentavano la via per esplorare realtà che erano ai margini e quindi di confine, proprio come il passaggio che la stessa Morte evoca e di cui mostra espressione. Attraverso quel momento liminale si rafforzava il sentimento di identità personale ma anche comunitario, che aveva condiviso quel preciso rituale nella certezza che quell'apice della vita, sarebbe stato raggiunto, quella soglia, prima o poi varcata, da ogni componente del gruppo.

La Morte anche dal punto di vista biologico implica mutazione e nulla è più trasformativo di Lei, se pensiamo alla metamorfosi che un cadavere subisce, quella stessa trasformazione poteva avvenire al contrario guarendo da sterilità o malanni di varia natura, e nessuno come la figura di Holda-Perchta chiaramente richiamata dal dipinto della Madre di bianco abbigliata, attorniata da anime di bambini defunti, può comprendere la richiesta di una guarigione, il desiderio di una gravidanza. Proprio Lei che essendo Padrona della Morte è al contempo Colei che elargisce Vita.






Le virtù della pietra compenetrano quelle del luogo e viceversa. Amplificando di fatto le potenzialità reciproche ed il senso di forza. Heilig Geist, un luogo di confine, non solo territoriale e geografico, ma cultuale, spirituale, catartico, Emanazione e Soglia del Principio Primo della Vita, Madre Morte.








Immagini

*Tratte dall'archivio personale


Bibliografia 

*Mircea Eliade, Trattato di Storia delle Religioni, Bollati Boringhieri 2008

*Marija Gimbutas, Le Dee viventi, Medusa Edizioni 2005

*Fiorenzo Degasperi, CAVAE Miniere e canopi del
Trentino Alto Adige tra storia e leggenda,
Curcu&Genovese 2006

*Lucio Alberto Fincato, Itinerari nelle Valli Pusteria & Aurina.
Tra luoghi di culto, malghe e rifugi, 
Athesia Spectrum 2006

*Leo Andergassen, Sudtirolo. Arte e luoghi, 
Athesia Tappeiner 2003


*Leo Munter-Joseph Profanter-Rudolf Tasser, Santo Spirito
Guida per pellegrini Athesia-Tappeniner Verlag 2015

*J.C. Cooper, Enciclopedia illustrata dei simboli, Franco Muzzio & C. Editore 1982

*Clare Gibson, Leggere i simboli, Logos 2010

*Sabine Heinz, I Simboli dei Celti, 2000



Sitografia

*cfr.Burg-Castel Karneid-Cornedo ed il Santuario di Maria Weiβenstein - Pietralba, I varchi della Morte della Eisacktal-Valle Isarco.
*cfr.Per l'eternità sacrificato agli Dei – Il singolare caso delle palette votive di Steinhaus-Cadipietra (Ahrnatal-Valle Aurina)
https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2019/06/per-leternita-sacrificato-agli-dei-il.html 

*cfr.Lo Zelten, il dolce della Tradizione del Solstizio d'Inverno che si mangiava il sei gennaio

*http://kulturmeile.it

*http://www.seelsorge-oberesahrntal.eu