Nel
mio percorso, ho già dedicato articoli a luoghi di culto cristiani
intrecciati a leggende locali o chiaramente legati a Tradizioni e Culti precedenti. Tuttavia, mi sono resa conto che, durante le mie
escursioni, mi imbatto spesso in chiese, talvolta parrocchie,
chiesette, cappelle o piccoli siti sacri che testimoniano una fede
antica e radicata, ma che restano fuori dagli itinerari più noti.
Questi luoghi, talvolta situati in posizioni inaspettate, emergono
come sentinelle tra i fitti boschi o vigilano da alture remote e
isolate.
Alla
semplicità delle loro facciate, quasi sempre spoglie, si
contrappone, non di rado, un interno sorprendentemente ricco, persino
inusitato per luoghi rurali spesso situati in alta montagna. Ma
queste strutture non sono soltanto luoghi di culto cristiani: in parecchi casi, la loro storia, come accennato sopra, rivela un passato più remoto, segnato da
stratificazioni che raccontano di epoche pre-cristiane e di
successive trasformazioni storiche e simboliche.
Se
fino ad oggi ho privilegiato chiesette, cappelle o santuari più
noti, d’ora in poi desidero raccontare anche delle “altre”
chiese, quelle meno conosciute ma altrettanto affascinanti. Ho
realizzato, inoltre, quanto sia importante riordinare i dati
raccolti su questi luoghi di culto, per creare una sorta di mappatura
delle loro peculiarità: dalle dedicazioni ai simboli che li
contraddistinguono, passando per tracce di animali o figure che
richiamano iconografie particolari, fino ai rapporti che legano i
Santi a cui sono intitolati.
Seguendo
questo itinerario — che più che un tracciato lineare si configura
come un intricato dedalo di vie che si intersecano — significa
anche imbattersi in opere d’arte di rara bellezza. Si tratta di
tesori che, in molti casi, restano nascosti dietro mura modeste e
candide, e che, all’apparenza sembrano quasi inaccessibili,
collocati in luoghi impervi o distanti, sparsi in contesti rustici e montani, spesso ad un primo sguardo inarrivabili. Sovente, inoltre, queste realtà sono trascurate dai visitatori e neglette da chi non
appartiene alla comunità locale, poiché situate lungo sentieri che
conducono a malghe o lungo strade che le escludono dallo sguardo, per
noncuranza o ignoranza.
Negli
ultimi vent'anni circa ho avuto l’occasione di visitare molti di
questi siti. Tuttavia, ho realizzato che ora più che mai sento
il bisogno di riordinare non solo le immagini raccolte nel tempo, ma
anche tutta una serie di osservazioni e frammenti storici — una
sorta di censimento — che mi aiuti a mettere ordine nei dettagli,
nelle sensazioni, e nelle domande che inevitabilmente emergono,
accumulati lungo il percorso. Dati che, a volte, sono scarsissimi,
frutto di racconti frammentari o della sola osservazione diretta;
altre volte, invece, rivelano connessioni affascinanti, quasi
inaspettate, capaci di offrire chiavi per nuove letture. Ogni luogo
avrà comunque il suo spazio e il suo valore, sia esso grande o
piccolo.
Credo,
però, che questo lavoro possa essere utile anche a chi, in
privato, spesso mi chiede lumi su quali luoghi vedere in una
determinata area, con l'interesse volto agli intrecci nati fra
antiche religioni e credo cristiano, ma anche a chi, imbattendosi in un’immagine o in una breve descrizione troverà
l’ispirazione per mettersi in cammino, esplorando un itinerario
insolito, percorrendo sentieri poco battuti, o anche solo scoprendo
un luogo ideale per una breve sosta. Tra opere d’arte inaspettate,
antichi richiami simbolici e la quiete di una fede che attraversa i
secoli si possono incontrare le tracce di un passato che ancora
vibra, eco
di un tempo che non svanisce.
Questo
viaggio — fatto di passi, scoperte e suggestioni — sarà per me,
e spero anche per altre viaggiatrici e altri viaggiatori, un cammino che attraversa la religiosità,
l’arte e la storia, scavando nelle sue radici più arcaiche, alla
ricerca di quei legami che seppur trascurati, riescono ancora oggi a
raccontarci storie sospese tra Santi e Antichi Dei.
Credo
di non aver mai sperimentato tutte le variabili meteorologiche
possibili in una sola giornata. Partita con il gelo e una strada
completamente ghiacciata, mi sono presto ritrovata in una nevicata
che, in direzione di Sterzing—Vipiteno, si trasformava in una vera e
propria coltre bianca. Giunta a Bozen—Bolzano, ecco il sole:
impensabile fino a pochi istanti prima, subito seguito, lungo la
strada per Meran—Merano, da pioggia mista a sole. Salendo verso la
Vinschgau—Val Venosta ho attraversato tratti innevati intervallati da
improvvisi spiragli di luce, mentre nuvole minacciose incombevano
all’orizzonte, annunciando una nuova nevicata. E invece, dopo tre
ore di viaggio, da un capo all’altro, attraverso l’intera
Provincia, sono giunta alla porta medievale di Glurns—Glorenza,
cittadina a soli dieci chilometri dalla Svizzera, sotto un cielo nuvoloso che incorniciava il suo incantevole mercatino di Natale.
1.„Alphornbläser
Gargazon“ — Suonatori di "Alphorn" (corno delle Alpi)
di Gargazzone
Si
svolge esclusivamente nei giorni intorno all’ 8 dicembre e
quest'anno era previsto da venerdì 6 a domenica 8. Ho scelto, così,
di visitarlo il primo giorno per evitare la folla, che durante questo
fine settimana, si riversa particolarmente nei mercatini tipici non
solo del Sudtirolo, ma anche dell’Austria e della Germania, Terre
unite da questa antichissima tradizione.
Accedo
alla città dal Malser Tor—Porta Malles,
la più settentrionale delle tre che ne permettono l’accesso, insieme al Schludernser Tor—Porta Sluderno
e al Tauferer Tor—PortaTubre.
2.
Malser Tor—Porta Malles, una delle
tre Porte che introducono a Glurns-Glorenza
Appare
assonnato il centro medievale, nonostante sia ormai mezzogiorno
passato, e penso che questo mi offrirà la giusta quiete per
osservare non solo le merci esposte, ma anche per godere di una
visione d’insieme del borgo, che avevo visitato in estate, più di
dieci anni fa. Un’insegna in ferro battuto, che apprezzo sempre
molto, cattura la mia attenzione: è quella del Gasthof
Zur Post—Locanda alla Posta,
accompagnata dalla scritta gotica che spicca sull’edificio.
3. Scorci
di Glurns-Glorenza
4. Frauenkirche
— Chiesa di Nostra Signora,
illuminata da una torcia stilizzata, una delle tante che rischiarano
l'oscurità cittadina.
Avvicinandomi
alla chiesa centrale di Frauenkirche—Nostra
Signora, comincio a intravedere qualche turista, e da lì Glurns—Glorenza si
svela in tutta la sua accogliente bellezza. È nella
Stadtplatz—Piazza Città che si erge l’abete, pronto a
illuminarsi nel pomeriggio.
5. Verso
la Stadtplatz—Piazza Città
6. Visioni
dalla Stadtplatz—Piazza Città con
l’abete
7. Meridiane
risaltano sui bianchi muri di abitazioni medievali
8.Dalla
Stadtplatz—Piazza Città, con
lo sguardo verso la Frauenkirche—Chiesa
di Nostra Signora
9.Il
Boutiquehotel Belvenu, costruito in un
antico ex- monastero di epoca gotica, affascina con le sue suggestive
alte mura candide.
10. Sempre
sulla Stadtplatz—Piazza Città un
grande ippocastano regala giochi di luce tra i suoi rami
Da quel punto il mercatino si offre ai
visitatori con un carattere unico, mettendo subito in evidenza
produzioni esclusivamente locali: dalla gastronomia ai prodotti in
lana, soprattutto cotta, passando per articoli in ceramica,
composizioni floreali, porta candele artigianali intagliati nella
betulla, oggetti scolpiti in legno e, naturalmente, presepi.
11. Tra
le produzioni artigianali in lana, fiore all’occhiello di questa
Provincia, uno "scaldabottiglia" in lana è davvero una
sorpresa
12. L’intaglio
del legno, tradizionalmente caratterizzato da linee classiche, si
rinnova con rappresentazioni stilizzate ed essenziali, come questi
angeli
13. 14.15.La
lana cotta, fiore all’occhiello dell’artigianato alpino, si
trasforma in opere di creatività: dalle tradizionali e calde
pantofole in feltro a cappelli, guanti e adorabili topini che
sbirciano dai loro cesti
16. Un
tavolino rotondo e una sedia, posti ai lati di un banchetto e vestiti
con un drappo impreziosito da rami sulla sedia, creano un espositore
originale per liquori e prelibatezze
Non
mancano nemmeno le eccellenze casearie a base di latte di capra e le
specialità realizzate con la Pera Pala (nota
localmente come Palabira, nel dialetto tirolese), un’antichissima varietà
autoctona con cui si producono succhi, marmellate e persino un pane
unico nel suo genere. Proprio quest’ultimo sarà uno dei souvenir
che porterò con me da questa giornata, insieme, ovviamente, al succo
e alla marmellata, conoscendo e apprezzando da tempo questo
straordinario frutto.
Al
centro della piazza, un chiosco offre panini tipici con salsicce e
würstel, ma due aspetti attirano subito la mia attenzione: la grande
griglia centrale, completa di braciere per la cottura, che richiama
con forza tempi medievali, e i contenitori per le salse. Questi
ultimi, appesi all’esterno della struttura e riempiti di maionese,
ketchup e senape, sono in realtà bottiglie per l’allattamento dei
vitelli, dotate di tettarelle, che trasformandosi in modo simpatico e
originale, divengono dosatori della salsa scelta dall’affamato
avventore.
17. Come
in un dipinto medievale, il calderone sul braciere e la cornice che
lo racchiude trasportano chi guarda in un tempo leggendario
18. Non
si può fare a meno di sorridere davanti all’originale scelta delle
bottiglie per l’allattamento dei vitelli, con tanto di tettarella
da strizzare per condire il proprio panino.
Con
il freddo e la stanchezza del viaggio che si fanno sentire, scelgo di
pranzare in un locale affacciato sulla piazza, attratta, a primo
acchito, dalla merlatura della facciata, che in qualche modo richiama
quella di un castello. Parlo del Gastof zum Grüner Baum—Locanda
all’Albero Verde, un rinomato locale storico, ospitato al primo
piano di un edificio a tre piani che funge anche da hotel. Salendo la
scala, non posso fare a meno di sorridere fra me e me: le volte a
botte, con la loro eleganza antica, hanno un fascino capace
di incantarmi.
19. Gasthof
zum Grüner Baum, la tradizionale Locanda
all’Albero Verde
Le
tre sale da pranzo della Locanda,
utilizzate al mattino per la colazione degli ospiti, offrono
un’atmosfera accogliente e curata. Ogni ambiente, rivestito in
legno, combina stili che alternano un carattere ora più antico, ora
più moderno. In due di queste sale, il cuore del calore è
rappresentato da stufe tradizionali: una Kachelofen,
l’elegante stufa in maiolica, e una Bauernofen,
l’essenziale e robusta stufa contadina. Dopo un ottimo pasto, mi
affaccio dal balcone che dà sulla piazza, regalando una vista
privilegiata sul mercatino, ancora tranquillo e poco affollato. Ora
che ho trovato ristoro e calore, mi sento pronta per riprendere il
mio giro e immergermi nell'atmosfera, che con il calare della luce
diventa più intensa.
Il
mercatino si snoda non solo nella piazza principale, ma anche lungo
la Laubengasse—Via
dei Portici,
una strada dall’architettura unica, caratterizzata da porticati
bassi e irregolari, punteggiati da attività artigianali. Per
l’occasione, alcune di queste spostano i loro prodotti su
banchetti, trasformando ogni angolo degli asimmetrici portici in uno
spazio espositivo. Alcune arcate, dotate di muretti, diventano esse
stesse banchi improvvisati, che ne esaltano l’artigianalità e
creano un’atmosfera autentica. Bancarelle si trovano anche nei
dintorni della Porta
Taufers—Tubre,
e in Sankt
Pankratius Gasse—Via San Pancrazio,
dove altri espositori si distribuiscono lungo la via.
20.21.22.
Tra le arcate degli antichi porticati del Laubengasse — Via dei
Portici, questa attività ha creato una suggestiva esposizione
esterna
Fra
tutte, mi colpisce un cartello scritto a mano che recita:
Waldweihrauch
Räucherwerk vom Berg
— Incenso
del bosco, prodotti per fumigazioni dalla montagna. Il
banco è semplice, forse il più essenziale di tutti, con pochissimi
articoli: erbe per fumigazione e pezzi di lana cotta. La venditrice, impegnata con alcuni acquirenti, mi induce quindi a
passare più tardi. Intanto, continuo il mio giro, soffermandomi
anche su banchi già visitati per cogliere dettagli che, magari,
prima mi erano sfuggiti.
23.
Il cartello che promuove gli incensi di montagna per le Rauchnächtenon poteva passare inosservato
E
poi un banco, però, suscita la mia attenzione più di altri: espone
collane e monili molto particolari, realizzati in marmo di Laas—Lasa.
Il marmo per me, confesso, non è mai stato
un materiale affascinante. L’ho sempre percepito come freddo,
distante, quasi ostile. Le sue venature e varianti cromatiche così
amate da molti, non hanno mai incontrato i miei gusti, se non nelle
sculture d’arte. Non l’ho mai apprezzato né nelle pavimentazioni
di casa, né come materiale per lapidi.
24.
Amo come questa Terra sappia coniugare arte e natura. Il marmo di
Laas diventa gioiello, un regalo prezioso da accompagnare con un
dolce o una marmellata di albicocche di montagna, fiore all’occhiello
della Vinschgau — Val Venosta
Tuttavia,
tutto è cambiato quando ho scoperto il marmo di Laas,
una pietra di un bianco purissimo, con una concentrazione di
carbonato di calcio pari al 99%. Estratto da cave situate a 1.500
metri sul livello del mare, nel cuore delle montagne, è considerato
uno dei marmi più belli e pregiati al mondo.
Questo
marmo non è solo materia, ma un’emozione visiva. Il suo candore
immacolato evoca in me l’immagine della neve fresca, l’essenzialità
di un bianco osseo e, soprattutto, le leggende alpine che riportano
alla figura della Bianca Signora del
Tempo, la Donna
di Veggenza, eco di antiche storie
alpine, tramandata attraverso vari nomi, come Willeweiß
o Wilwiss
che permea l’immaginario di chi vive fra queste montagne.
In
quel momento, di fronte a quei monili, mi rendo conto che la mia idea
del marmo è cambiata. Non è più solo un materiale. È una storia.
È un simbolo. E in questo bianco perfetto, trovo un riflesso della
purezza e della forza delle Alpi che lo custodiscono.
Il
mercatino di Glurns—Glorenza non è solo un insieme di espositori,
ma un luogo dove anche la musica ha un ruolo fondamentale. A dare il
via ai contributi musicali sono stati due ragazzini — probabilmente
fratello e sorella — che si sono esibiti su un palco posto sotto un
grande ippocastano. Questa prima performance ha introdotto con
semplicità e autenticità il ricco programma musicale, che ha
contribuito a rendere il mercatino ancora più particolare.
A
seguire, si sono esibiti due gruppi di strumenti a fiato, sebbene in
punti opposti della città ed in ore diverse. Il primo, il Quintett
„Gebläse“ aus Nauders (A) — Quintetto "Gebläse" di
Nauders (A), ha
iniziato con un brano strumentale, proseguendo poi con la versione
cantata e a cappella.
Il
secondo gruppo: „Eppan Blech“— i "Suonatori di Trombe di
Appiano", invece, ha incantato gli avventori radunati, a
pomeriggio inoltrato, intorno a un banco che offriva Glühwein —
vin brulé — e dove anch’io mi trovavo.
In quell’occasione, però, ho
preferito un ApfelGlümix — brulé analcolico a base di mela
— che ho gustato accanto a una delle tante stufe a legna sparse per
il mercato. Era servito in tazze, ovviamente in vendita, e la mia, di
un bel verde bosco intenso, l’ho acquistata per portare con me un
prezioso ricordo di questa esperienza. Anche adesso, mentre scrivo e
sorseggio una tisana, mi accompagna con la memoria a quei momenti.
25. Il fumante ApfelGlümix, un brulé analcolico a base di mela, ha
riscaldato il mio pomeriggio, sorseggiato accanto al fuoco che
ravvivava gli avventori
Era
curioso osservare l’addetto che, munito di carriola piena di
ciocchi, si spostava con precisione e cura da una stufa all’altra
per alimentare i focolari accesi affinché non si spegnessero e
potessero, così, riscaldare coloro che vi si avvicinavano. Il suo
lavoro, apparentemente semplice, contribuiva a mantenere vivi i punti
di calore, anima calda dell’atmosfera del mercatino.
Non
da meno, e suggestivi alla vista quanto affascinanti da ascoltare,
sono stati „Alphornbläser Gargazon“ — i Suonatori di "Alphorn"
(corno delle Alpi) di Gargazzone. Al termine delle loro
esibizioni, è stato sorprendente vederli muoversi con disinvoltura
tra i banchi, portando i lunghi strumenti in spalla con una
leggerezza inaspettata.
I
musicanti, hanno contribuito, davvero, a creare
un’atmosfera unica e indimenticabile.
È
ormai tempo di ritornare al banchetto che vendeva erbe da fumigazione
per le Raunächte.
Finalmente, ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con la
venditrice, Sandra, una tedesca che ha scelto di vivere fra le
montagne della Vinschgau—Val Venosta e con la quale ho avuto una
piacevole conversazione sulla pratica della fumigazione nelle "Notti
fumose".
Incensieri, braci, resine, erbe e demoni sono stati al centro del nostro
dialogo.
Uno
scambio gradevole e intenso, al calare della sera, che mi ha lasciato
un piccolo bagaglio di saperi e conoscenze, sul quale ho riflettuto
per gran parte del tempo del ritorno.
Glorenza,
anche quest’anno, con il suo mercatino, si è confermata la cornice
perfetta per gli artigiani e i produttori della Valle. Mentre mi
lasciavo le sue luci alle spalle, uscendo dalla stessa Porta da cui
ero entrata, mi sono resa conto che il mio era solo un semplice
"arrivederci".
Immagini
*
Tratte
dall'archivio personale
Sitografia
*cfr. La Willeweiß, l'Antica Signora delle Profezie delle Montagne
(Schlern—Rosengarten/Sciliar—Catinaccio, BZ)
Il
primo novembre rappresenta, a tutti gli effetti, uno spartiacque
all’interno del calendario agricolo. Termina un anno, completato il
tempo del raccolto, la terra entra in un profondo sonno, avvolta dal
silenzio della stagione fredda.
Secondo
il calendario cristiano cattolico, questa data introduce un periodo di
riflessione e memoria: il primo e il due novembre sono dedicati alla
celebrazione dei Santi e dei Morti. Ma queste ricorrenze affondano le
loro radici in un passato più remoto. Del resto, il “culto degli
antenati” rappresenta l’origine di ogni religione (Spencer 1877).
Lo stesso culto degli eroi deriverebbe dalla divinizzazione degli
antenati, e le Divinità trarrebbero origine da un processo affine.
Tra i Celti, infatti, questo momento dell’anno aveva un’importanza
centrale nella vita comunitaria: Samonios o Samhain — come oggi è
meglio conosciuto — rappresentava il Capodanno, una festa in cui si
rinnovava il legame profondo tra vivi e morti. Non esisteva una netta
demarcazione fra il mondo dei vivi e quello dei defunti, ed un morto
non era mai completamente morto, poiché morire non era lasciare la
vita ma solo mutare uno stato all’interno di essa. Le celebrazioni
iniziavano il 31 ottobre e si prolungavano per undici giorni, fino a
quello che oggi è noto come il giorno di San Martino. Con l’avvento
del Cristianesimo, molte di queste tradizioni furono assorbite e
rielaborate nel calendario liturgico.
La
Chiesa seguì diversi passi per giungere alla celebrazione che
conosciamo oggi. Nel VI secolo fu istituita una giornata dedicata
alla commemorazione dei martiri della Chiesa latina, fissata in
prossimità della Pasqua per richiamare il legame della sofferenza —
comune ai martiri e a Cristo — al tema della resurrezione.
Durante
il pontificato di Papa Bonifacio IV (608-615), questa celebrazione fu
spostata al 13 maggio. Solo due secoli più tardi, Gregorio IV,
pontefice dall’827 all’844, stabilì che la festa fosse celebrata
il primo novembre, sperando di portare un cambio di passo nel diffuso
“anno celtico”. Sebbene questa festa, dedicata a tutti i Santi,
esistesse già in alcune aree, con Gregorio IV fu estesa a tutta la
Chiesa Cattolica. Questa ricorrenza pur essendo rivolta ai Santi,
evoca già il ricordo dei Defunti.
La
prima celebrazione del Giorno dei Morti si attribuisce a Sant’Odilone
di Cluny, che il 2 novembre del 998 introdusse questa ricorrenza nel
monastero omonimo con l’intento di pregare per le anime dei
defunti, soprattutto per quelle che si trovavano in Purgatorio, in
modo da favorire il loro passaggio verso la salvezza eterna.
Tuttavia, secondo il teologo e scrittore Isidoro di Siviglia, le
origini di questa festa risalirebbero già alla prima metà del VII
secolo. La celebrazione fu poi ufficialmente istituita nel 1006 da
Papa Giovanni XVIII.
Oggi,
tra le montagne del Sudtirolo e nelle regioni germanofone, il Giorno
dei Morti è un’occasione per rinnovare il legame con coloro che
non ci sono più, attraverso tradizioni che coniugano fede, memoria e
comunità.
Il
Giorno dei Morti, o Commemorazione dei Defunti, è conosciuto in
Sudtirolo e nel mondo germanofono come Allerseelen,
che significa letteralmente “Tutte le Anime”. Questo momento
dell’anno rinnova una tradizione molto particolare: quella del "cero
commemorativo" per i defunti dell’ultimo anno. Fra queste montagne,
i cimiteri sono particolarmente curati, e il periodo dei Morti
esprime un forte senso di comunità.
Le
bacheche esterne alle chiese sono ornate con le foto di coloro che
hanno lasciato questo piano d’esistenza, decorate con foglie secche
o rametti di sorbo, e accompagnate da scritte che, con delicatezza e
profonda malinconia, esprimono il senso della morte all'interno della
vita. Tra queste si leggono frasi come: “Leise
weht ein Blatt vom Baum und nichts ist mehr so, wie es einmal
war”(‘Una
foglia cade piano dall’albero e nulla è più come prima’),
oppure “…und
bis wir uns wiedersehen, halte Gott Dich fest an seiner Hand”(‘…e
finché non ci rivedremo, possa Dio tenerti stretto nella sua mano).
In
questo giorno, gli altari delle chiese espongono un cero per ogni
defunto dell’anno passato, che al termine di una celebrazione viene
donato a figli o parenti per essere acceso sulla tomba.
Ricordo
ancora molto bene quella mattina di fine ottobre, mentre ero
indaffarata a svuotare la casa di mamma, circa un mese dopo la sua
morte. Suonò il campanello: era una signora che già conoscevo. Dopo
aver rinnovato le sue condoglianze, mi porse un bigliettino,
spiegandomi che il 2 novembre, nella chiesa parrocchiale, ci sarebbe
stata una liturgia della Parola per ricordare i defunti dell'ultimo
anno. Presi il biglietto, immaginando una messa simile a quelle a cui
ero abituata.
Così,
puntuale, il 2 novembre mi recai all'appuntamento e, entrando, notai
subito dei piccoli ceri bianchi disposti in fila, di cui ignoravo la
funzione. Non c'erano molte persone, sparse tra i banchi della chiesa
barocca dedicata a Heiligen Margareth (Santa Margherita). La prima
cosa che mi colpì fu che l'intera liturgia era officiata al
femminile: furono donne a leggere le Scritture e a ricordare, mese
per mese, chi ci aveva lasciato, in un silenzio carico di malinconia
che rendeva ancor più intenso il senso della Morte.
Al
termine della celebrazione, mi avvicinai alla signora che mi aveva
invitata. Intanto osservavo come, man mano che i parenti dei defunti
si avvicinavano all'altare, venisse loro consegnato un piccolo cero
collocato in un semplice vasetto di vetro. Nessuna scritta, nessuna
immagine, solo un cero bianco, il cui stoppino, annerito, indicava
che era già stato acceso.
La
signora mi spiegò che quella piccola candela era stata accesa con la
fiamma del cero pasquale e che, secondo la tradizione, doveva essere
portata sulle tombe. Sebbene mia madre non fosse sepolta in questo
paese, anziché tornare subito a casa, seguii il piccolo corteo di
una decina di familiari che si dirigevano al cimitero; ero curiosa di
vedere di cosa si trattasse. Nel frattempo era calato il buio più
completo. Arrivati al cimitero, deserto a quell'ora, i familiari dei
defunti dell’anno – coloro che erano mancati tra il 2 novembre
dell'anno precedente e quello corrente – accesero il cero e lo
aggiunsero alle altre candele che qui illuminano quotidianamente le
tombe, raccogliendosi poi in preghiera. Nel periodo dei defunti,
queste luci si uniscono a composizioni di piante simboliche — come
l’abete, il melograno e il cardo selvatico — diffuse in tutta
l'area germanofona, dal Sudtirolo all'Austria e alla Germania. Con
il tempo, ho notato come la tradizione del “cero commemorativo”
si diversifichi da una chiesa all’altra. In alcune, i ceri
bianchi lasciano spazio a versioni più grandi, decorate con croci
dorate o colorate, con i nomi dei defunti e, talvolta, con scritte legate al
periodo, come preghiere o pensieri dedicati.
Le
usanze legate alla morte testimoniano il profondo legame tra vivi e
defunti, specialmente nel contesto sudtirolese, dove i cimiteri,
generalmente, sorgono intorno alla chiesa parrocchiale, la quale è
parte integrante del tessuto comunale e comunitario.
Questa
zona non si uniforma alle disposizioni dell’Editto di Saint-Cloud,
emanato da Napoleone Bonaparte nel 1804, che impose l’obbligo di
collocare i cimiteri fuori dalle mura comunali per ragioni
igienico-sanitarie, estendendo la norma dalla Francia ai territori
sotto il suo controllo. In Sudtirolo, invece, i cimiteri restano nei
centri abitati, intorno alle chiese, rappresentando una particolarità
storica e culturale che differenzia questa Provincia dal resto d’Italia.
La
particolare conformazione climatica e territoriale dell’area,
soprattutto nei piccoli centri e nelle zone di montagna, ha
contribuito a evitare problematiche sanitarie legate ai luoghi di
sepoltura, rendendo inutile uno spostamento forzato. Inoltre, in
questa Provincia come in Austria, Germania e Svizzera, separare i
cimiteri dalle chiese avrebbe significato rompere il legame tra i
defunti e la loro comunità, una scelta ritenuta inaccettabile. I
cimiteri, infatti, rappresentano un’estensione del rapporto tra
vivi e morti, un vincolo che li unisce come parti di una stessa
collettività.
Dopo
aver descritto questa tradizione legata al Tempo dei Morti, è
interessante riflettere su alcuni simbolismi più ampi in un’ottica
di tipo culturale. Da tempi antichissimi, infatti, il fuoco ha
ricoperto un ruolo centrale nei rituali e nelle credenze dei popoli, simboleggiando non solo la luce, ma anche la
purificazione, la trasformazione e la protezione.
Ogni
azione di tipo rituale, qualunque sia la sua matrice, racchiude una
serie di valenze che rivelano lo "stato" profondo delle
cose. Esaminiamo ora il termine, concentrandoci sui riti funerari da un punto di vista strettamente
antropologico, indipendente da collegamenti liturgico-religiosi, già introdotti in precedenza.
Un
rito è un insieme di comportamenti, parole, canti e oggetti
utilizzati o trattati in modo specifico — creati o distrutti —
che possiedono virtù intrinseche e producono effetti simbolici o
reali. Derivante dal latino ritum,
a sua volta di origine indoeuropea, con il doppio significato di
“cerimonia religiosa” e “costume, abitudine” (Zanichelli
2022). Come evidenziato dalla Treccani,
è semanticamente affine al greco ἀριθμός, termine con il
significato di numero, che richiama i concetti di ordine e
regolarità, elementi che ritroviamo nei riti come atti stabiliti e
ripetuti. In Sanscrito, il termine
ha una doppia valenza: indica sia “misurato” sia “ordine
cosmico”. Questo significato sia oggettivale che nominale, rimanda
a un “ordine” stabilito dalle Divinità, che funge da legge
universale per regolare il Mondo.
Da
tempi antichissimi, il fuoco ha rappresentato un simbolo universale,
associato a molteplici significati: purificazione, rigenerazione,
protezione e continuità. Elemento materiale e insieme simbolico,
funge da ponte tra mondi diversi, creando punti di connessione capaci
di generare trasformazioni. Questo simbolismo si riflette anche nella
tradizione cattolica locale del “cero commemorativo”, acceso con
la fiamma del cero pasquale. Questo gesto richiama la luce di Cristo
e il rinnovamento spirituale, ma riecheggia anche i fuochi rituali
arcaici diffusi tra le popolazioni europee, invocati per protezione
divina e trasformazione, aspetti cui accenniamo senza addentrarci
oltre in questa sede. Ogni
rito, in ogni epoca, ci ricorda che la nostra esistenza è
intrecciata in un ordine universale che connette il visibile e
l’invisibile. I "ceri commemorativi" non sono esclusivamente ricordo:
sono trasformazione, continuità e il filo che unisce in maniera
indissolubile noi e la nostra ascendenza. Il fuoco ci ricorda che la
memoria non appartiene solo al passato: è una fiamma viva che brucia
nel presente, unendo ciò che, solo all’apparenza, sembra distante
e separato. Ancora una volta unisce, creando un legame profondo tra
vivi e defunti, tra materia e spirito, tra umanità e divinità.
Immagini
* Tratte dall’archivio personale
Bibliografia
*Cortellazzo
Manlio e Zoli Paolo (a cura di), DELI
Dizionario Etimologico della Lingua Italiana,
Zanichelli 2022
*Dal
Lago Veneri Brunamaria, Alto Adige.
Terra di feste, riti e tradizioni, Giunti
2002
*Eliade
Mircea, Dizionario dei Riti,
Jaka Book 2020
* Eliade
Mircea – Couliano Ioan P. (a cura di), Dizionario
dei simboli, Jaka Book 2020
*Eliade
Mircea – Ries Julian, Dizionario
delle Feste, Jaka Book 2021
*Greger
Michael J., Brauch und Jahr,
Verlag Verein Schloss Trautenfels 2008
*Mangold
Guido – Griessmair Hans, Usi e costumi
del Sudtirolo, Athesia 2001
Sitografia
*cfr.
Samhain,
la Porta di Eternità di ciò che non è mai separato
Una
volta, diverso tempo fa, il social network funzionava anche
discretamente bene. Parlo nello specifico di Facebook, che con gli anni è diventato macchinoso: mostra temi che non mi interessano,
imponendomi video e reel di personaggi e argomenti che non cercherei
mai. Purtroppo, i contenuti hanno perso qualità. Questo vale per il
profilo personale, ma per le pagine la situazione è ancora peggiore.
La cosa più sconcertante è che anche per quella di cui sono
titolare — Fra Sacro Femminino e Celti
nella Terra senza Tempo le Dolomiti — le
notifiche di studiose e studiosi, ricercatrici e ricercatori che seguirei
volentieri vengono eclissate, così come le notifiche relative agli
articoli e alle immagini che pubblico sulla mia pagina, perfino a me
stessa. Per
non dire di follower che mi dicono di non vedere la mia pagina da
mesi, nemmeno quando, ovviamente, pubblico un contenuto. Anche questo,
purtroppo, non è una novità.
Dal
momento che ho notato questo “meccanismo alterato” ormai da anni,
ho finito per abbandonare quasi completamente il mio profilo, usando
Facebook solo per gestire la pagina. A lungo andare, però, mi sono
stancata di questa malagestione e ho deciso di cercare
un’alternativa. Non amo particolarmente i social, ma riconosco che
Internet può essere una risorsa straordinaria per lo scambio, lo
studio e la cultura, se ben strutturato anche per questi scopi.
A
maggio ho aperto, proprio per i motivi di cui sopra, una pagina su X
(ex Twitter), dove credo mi troverò più a mio agio nel condividere
i miei lavori. Sto ancora cercando di comprenderne bene le
funzionalità per imparare a utilizzarlo al meglio; per ora,
nell'ultimo mese, ho pubblicato solo il mio articolo più recente
sull’Equinozio d’Autunno. Inoltre, ho deciso di creare un canale
Telegram per condividere testi e contenuti provenienti anche da altre
fonti. Non intendo certo inviare notifiche a raffica, ma oggi, con un
numero crescente di social e piattaforme, trovo fondamentale
scegliere luoghi che, seppur virtuali, risultino il più possibile affidabili
e accurati, per
chi desidera uno spazio di scambio serio.
Sia
su X che su Telegram, il nome rimane invariato: Il
blog di Lujanta. Rimane attiva anche la
mia pagina di ricerca su Academia.edu, dove potete trovarmi con il
mio nome completo, Daniela Isa Albero
(ho aggiunto, da tempo, il mio secondo nome di nascita per
distinguermi da un archeologo spagnolo con cui condivido, curiosamente, sia nome che cognome, al fine di evitare di ricevere notifiche relative alle sue citazioni). Su
Telegram sarà più semplice instaurare uno scambio diretto, sempre
con la discrezione che mi contraddistingue e senza abusare né del
mezzo né dell’interesse delle persone che avranno l’opportunità
e il piacere di seguirmi.
Comprendo
perfettamente che non tutti possano o debbano essere presenti su
tutti i social o su ogni piattaforma esistente; tuttavia, ritengo
importante scegliere con cura gli spazi più adatti per la
divulgazione dei miei scritti. Questo significa che non ho intenzione
di abbandonare Facebook, ma piuttosto di ampliare le possibilità per
le mie lettrici e i miei lettori, permettendo loro di scegliere tra
opzioni selezionate per qualità e pertinenza. Restano sempre
benvenuti su Facebook, ma, ricevendo notifiche dalle altre
piattaforme che considero più adeguate al tipo di condivisione che
desidero, avranno modo di accedere ai miei materiali attraverso
canali diversi.