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mercoledì 31 luglio 2019

Metti una sera d'estate a Schloß-Castel Welsperg con Elisa Manzutto e Judith Stoll








Metti una sera d’estate, avvolta dalla bruma che sale dal bosco e da una fine e persistente pioggia che cade da plumbee nuvole. Metti un castello medievale la cui parte più antica, il mastio, è datata 1126, e che sorge fra boschi di abeti; maniero che nella sua maestosa bellezza apre il suo portone al termine di un ponte che fu levatoio ed immagina una Sala, quella dei Cavalieri che anche in questo 2019 offre il suo palco ed i suoi dipinti dei Signori di Welsperg come cornice di incontri musicali, in un giubileo, quello trentennale che vede da sempre il Kuratorium Schloß Welsperg, impegnato nella salvaguardia ed offerta culturale.




Rappresentato con classe dalla Signora Brunhilde Rossi Agostini, che nell’introdurre la serata, ha sottolineato questo importante traguardo a cifra tonda, e di come da ben tre decenni il Kuratorium proponga a valligiani e turisti, nei mesi estivi, manifestazioni musicali e culturali in una rinnovata offerta che si sussegue di anno in anno.




Sabato 27 luglio, due artiste si sono cimentate in un repertorio, che ha avuto come asse portante due giovani Donne le quali hanno suonato arie e ballate scritte per Donne, da compositori che rientrano in quel filone definito celtico, ma anche più ampiamente folk, attraverso il quale sono stati raccontati sentimenti ed emozioni, che Elisa Manzutto e Judith Stoll hanno rappresentato magistralmente nelle quasi due ore di performance.


Di Elisa Manzutto all’arpa celtica, ne parlai già nell’articolo del luglio 2018 dopo il suo concerto solista che aveva affascinato l’intera platea. Triestina (1991), una formazione come musicista prima all’arpa classica successivamente a quella celtica a partire dal 2008, che l’ha portata a studiare e conseguire importanti traguardi anche nel Regno Unito. Annovera fra le sue esibizioni concerti in varie parti d’Italia. Iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Trieste è docente di arpa celtica presso l’Accademia di Musica Ars Nova di Trieste e presso l’International School sempre del capoluogo friulano.




Judith Stoll, una vera e propria rivelazione in questo Duo con Elisa. Nata a Innichen-San Candido (BZ), inizia a suonare sin da bambina il flauto presso la Scuola Musicale di Toblach-Dobbiaco, ma è a otto anni che il suo amore per il violino le fa scegliere questo strumento in via preferenziale. Dai suoi studi superiori al Liceo Pedagogico di Bruneck-Brunico si dedica a vari progetti musicali oltre allo studio del pianoforte. Dopo la Maturità nel 2014 supera l’esame per accedere all’Università di Innsbruck, iniziando al contempo un percorso di studi di pedagogia musicale al Mozarteum dove frequenta lezioni di violino, pianoforte e canto.
Con i colleghi universitari dà origine a progetti musicali di generi diversi favorendo la passione per la musica tradizionale tirolese oltre che folkloristica. Dal 2017 fa parte dell’Orchestra Universitaria di Innsbruck; insegna inoltre privatamente violino.


Dei tredici brani che componevano la scaletta, la maggior parte sono stati un tributo a Turlough O’Carolan (Irlanda 1670-1738), colui che  fu definito l’Ultimo Bardo. Divenuto cieco all’età di diciotto anni, a causa del vaiolo, visse una vita da arpista itinerante, componendo e suonando per i nobili del suo tempo, percorrendo in lungo ed in largo la sua Terra. La sua produzione fu ampia, contando circa 220 arie.





I brani introdotti in lingua tedesca da Judith ed in quella italiana da Elisa, hanno incluso fra gli altri pezzi:
Fanny Power composta prima del 1728 per la giovane Frances o Fanny che O’Carolan soprannominò The Swan of the Shore ( Il Cigno della Riva) in quanto la proprietà del padre si adagiava lungo la riva di un lago chiamato Lough Riadh.
Greensleeves di cui la leggenda narra che fu scritta da Re Enrico VIII, noto ai più per le sue vicende matrimoniali, che portarono allo scisma dalla Chiesa di Roma ed all’origine della Chiesa d’Inghilterra, per colei che divenne la sua seconda moglie. Anna Bolena infatti, agli inizi del corteggiamento del sovrano si era mostrata riluttante e questo aveva fatto scaturire quello che è fra i brani più conosciuti di Tradizione inglese, mostrandoci anche le doti compositive e musicali di Re Enrico. 

Le due musiciste ci hanno spiegato come le melodie arrivate sino a noi, spesso originino da una scrittura musicale priva di grandi spartiti, i brani generalmente brevi, nascono e si tramandano da arpista ad arpista, in un rinnovamento ed eredità orale della Tradizione.

Il pubblico è stato condotto in un viaggio immaginario, attraverso approdi musicali da una riva all’altra di Terre come l’Irlanda, l’Inghilterra, il Galles. Un viaggio in cui l’armonia del suono è stata resa ancora più preziosa da passaggi in cui Judith Stoll ha cantato con una voce che si è rivelata tanto melodiosamente inaspettata quanto gradita.


Fra gli altri, anche il compositore irlandese Thomas Moore (1779-1852) è stato ricordato nella sua Believe me, if all those endearing young charms dedicata alla moglie, che afflitta dal vaiolo non si reputava più bella ed attraente agli occhi del consorte. Attraverso quella melodia il Moore riuscì a farle sentire tutto il suo amore, così che la donna si rese conto di essere amata e desiderata come prima della malattia, e nella coppia si rinnovarono sentimento e passione.
Tra i pezzi suonati anche The Queen’s March- Morfa'r Frenhines della Tradizione Gallese e The Mountain of the Women- Sliabh na Mban. In questo brano si narra di un eroe epico della Tradizione Irlandese, Fionn MacCumhaill e del momento in cui decise di sposarsi per la seconda volta organizzando una gara a cui avrebbero potuto gareggiare tutte le ragazze del Regno. La competizione che consisteva nel raggiungere la cima della montagna nel minor tempo possibile, vide la partecipazione di tutte le fanciulle delle terre vicine. Ma il guerriero aveva già adocchiato la sua preferita, Grainne, che aiutò a vincere.


Ancora una volta il palco è divenuto, grazie alla capacità evocativa dell’arpa e del violino, un orizzonte che ha portato i presenti verso lontane Terre che si sono trasformate in profondità interiori.
Un sipario ideale è calato dopo il secondo bis suonato, una musica che ha concluso il concerto, riportandoci fra le Dolomiti con il brano scritto dalla compositrice Johanna Dammert nel 2012, durante un viaggio proprio fra questi monti e scritto per arpa tirolese, Die Quelle- La Fonte. In brano riadattato per il Duo è stato di grande impatto emotivo. Composizione ispirata dalla magnificenza della natura dolomitica, che immerge l’ascoltatore in una imperturbabile quiete che ha il sapore della libertà assoluta.




Elisa Manzutto e Judith Stoll acclamate da lunghi applausi, hanno sciolto la loro tensione alla fine del concerto, in un abbraccio che ha suggellato l’avvio della loro collaborazione artistica. Donne hanno narrato musicalmente di Donne, hanno ricercato la figura femminile nella letteratura musicale folk, emozionando, coinvolgendo, ed ammantando d'incanto il pubblico che gremiva la Sala dei Cavalieri. Speriamo che anche questo concerto possa essere solo un arrivederci ad una prossima stagione concertistica.











Immagini

*2,3,4,6 Tratte dall’archivio personale

*1,5,7 Per gentile concessione di Massimiliano Baccanelli


domenica 23 giugno 2019

'Per l'eternità sacrificato agli Dei' - Il singolare caso delle palette votive di Steinhaus-Cadipietra (Ahrntal-Valle Aurina)






‘Per l’eternità sacrificato agli Dei’ con questa introduzione scritta in tre lingue (Tedesco, Italiano ed Inglese) viene accolto il visitatore che entra la Sala del Comune di Ahrntal-Valle Aurina nell’omonima Valle e situato nella frazione di Steinhaus-Cadipietra. La raccolta ospitata presso la sede del Municipio è ubicata al piano terra del Pfisterhaus, l’edificio che oltre all’area espositiva è sede appunto anche degli uffici municipali.
La Valle fu abitata sin da tempi antichissimi, i primi abitanti individuabili in quest’area furono proto-Illiri e quindi popolazioni di origine balcanica a cui si aggiunsero i proto-Celti. Gli oggetti di cui vi parlerò, sono databili fondamentalmente intorno al primo millennio a.C. e rappresentano un unicum a livello offertorio, oltre a testimoniare una condivisione di tipo rituale e tradizionale, radicata fra popolazioni diverse, unite nella Pratica a Genti ancora più lontane del Nord Europa, come vedremo in seguito.




L’ Alpe di Göge è una porzione di territorio situato a 2197 m. di quota, non lontano da Steinhaus-Cadipietra. E’ la fine degli anni ’90 quando Joseph Ausserhofer, il casaro proprietario del Maso Oberschöllberg di Weissenbach-Rio Bianco, notò l’affiorare di alcuni oggetti in legno, in un’area paludosa non lontana dalla sorgente del torrente. Gli oggetti si rivelarono fin da subito molto particolari, dotati di manici che li facevano assomigliare a palette, a mestoli. Ma il contadino non ne fece parola con nessuno. Fu solo dopo la sua morte avvenuta, a causa di una valanga nel 2005, che il fratello Adolf avvertì l’Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Bolzano.




La zona divenne oggetto di una campagna di scavi, iniziata dagli organi competenti nel 2008, che vide nel 2009 un incremento della ricerca, con una seconda e più approfondita attività archeologica, che si pose come intento quello di dare una collocazione non solo temporale, ma anche culturale e cultuale al ritrovamento.
La prima situazione da risolvere fu come fare defluire l’acqua in eccesso che continuamente si infiltrava nel terreno, che una volta prosciugato, mostrò agli archeologi qualcosa di veramente raro. Su un’area poco estesa erano apparsi circa centocinquanta manufatti, palette e mestoli sia integri che frammentari, oltre a scarti di corteccia, evidenti resti di lavorazione in loco, esiti di un luogo rituale che fu usato per lungo tempo.




L’ambiente costituito da due zone paludose con al centro un dosso, indicò inequivocabilmente, anche attraverso i resti di offerte riscontrati, la presenza di un santuario databile grazie ai ritrovamenti di resti animali. Uno spillone con capocchia oltre ad un frammento di pendaglio a forma di ruota raggiata, costituiscono i rinvenimenti più antichi, riconducibili al periodo del Bronzo Recente e Finale e collocabili fra il 1400 ed il 1000 a.C. La zona si inserì così sin da subito per le sue peculiarità nel contesto locale dei Brandopferplätze, luoghi di offerte rituali immolate in roghi votivi.




L’attenzione maggiore però fu sicuramente catturata dai singolari oggetti dotati di manico che si stendevano ai piedi dei ricercatori, che furono datati con due metodi, per conferire loro una attribuzione cronologica la più attendibile possibile: il carbonio 14 e la dendrocronologia.
Se il primo metodo è il più conosciuto, il secondo permette di attribuire ad oggetti lignei una datazione con estrema accuratezza, in quanto si avvale di verificare gli anelli di accrescimento annuale degli alberi, e le loro differenza fra un anno ed un altro. Per l’arco alpino la continuità calendariale di cui si dispone è quella relativa agli ultimi 9100 anni, per questo si è in grado di offrire un riferimento temporale preciso ed affidabile.
L’analisi quindi portò a collocare i reperti più antichi a prima dell’anno Mille a.C., come abbiamo visto più sopra, e legarli al Bronzo Recente oltre che alla Urnenfelderkultur-Cultura dei Campi d’Urne. La maggior parte invece furono collocati nell’Età del Ferro corrispondenti alle Culture di Hallstatt e La Tène, in un periodo che riportò fin da subito a 2500-3000 anni fa.




Questo può significare solo una cosa e cioè che la zona fu utilizzata come area rituale e celebrativa durante la preistoria e come luogo ampiamente riconosciuto per la sua valenza sacra. Il numero di ritrovamenti riconduce a ritualità collettive che secondo gli usi del tempo, includevano anche suoni, canti, danze sacre alle Divinità oltre a preghiere, offerte ed infine a un banchetto cerimoniale.
L’offerta rituale comprendeva animali domestici (bovini, caprini, ovini), che venivano utilizzati nel convivio, altra parte fondamentale della celebrazione, e che secondo tradizione venivano offerti agli Dei, in maniera simbolica ed attraverso parti, quali il cranio e le zampe, donati sull’altare dove avrebbe avuto luogo il rogo votivo.

Veniamo alle palette ed alla loro deposizione in area paludosa. Il sito dell’Alpe di Göge è collocabile nell’ambito storico ed archeologico dei luoghi di culto palustri, che si estendono non solo in ambito alpino, ma anche germanico e baltico oltre che britannico. Questa pratica, i cui resti sono stati trovati in un’area di una valle isolata, creano un legame fra le popolazioni di questa regione ed altre popolazioni celtiche e non, ubicate in stati come il nord della Germania, la Danimarca, la Polonia, i Paesi Bassi, l’ Irlanda, il Regno Unito. Ciò di cui parlo sono i cadaveri mummificati delle torbiere, ritrovati nel numero di centinaia, che ancora oggi rappresentano un mistero non completamente svelato per gli archeologi, esattamente come le palette votive di Steinhaus-Cadipietra. 

In effetti luoghi lontani manifestano una ritualità collettiva, i cui tratti principali fanno sì che il ritrovamento dell’Alpe di Göge, sia ascrivibile per tradizione, ad altri ritrovamenti sempre dell’Età del Bronzo e fondamentalmente del Ferro, ma collocati a centinaia di chilometri di distanza, e riconducibili a questo punto, come già detto, non solo a popolazioni celtiche, ma anche appartenenti chiaramente ad altri gruppi etnici. In questi casi però parliamo di cadaveri, offerti alle acque di torbiera, e che sono meglio conosciute come le ‘mummie di palude’. 

Se teniamo conto che la mummia più antica risale al 6000 a.C., questo potrebbe relazionare l'usanza di utilizzare aree paludose per cerimonie ed offerte rituali anche di tipo umano, ad una popolazione autoctona europea; la consuetudine sarebbe stata successivamente acquisita dai nuovi arrivati facendo sì che i più numerosi ritrovamenti siano appunto raggruppabili nell’Età del Ferro.




Ma la torbiera, l’area paludosa cosa rappresentava per le popolazioni della Preistoria? Innanzitutto tali aree sono costituite da un ambiente anaerobico che anche grazie a basse temperature permette una conservazione ottimale non solo dei tessuti umani ma anche degli oggetti lignei, come nel caso delle palette votive, in quanto non permette la proliferazione dei microrganismi che generano la decomposizione. La palude così era vista come porta per l’Altromondo, come accesso per altri piani metafisici. La deposizione palustre acquisisce ed intreccia il valore della porta solstiziale.

La Natura in generale con i suoi doni, era anche il luogo dove offrire i propri alle Divinità, e fra le offerte figurava ciò che era più caro e importante: manufatti, oggetti personali, monili, abiti, corone di fiori, animali ed in alcuni casi anche corpi umani.

In Ahrntal-Valle Aurina si offrivano cereali che crescono solo alle alte quote come spelta, miglio e farro, ma anche pani o pappe ed i cocci di recipienti in ceramica attestano anche l’offerta di calici per bevande. Oltre alla donazione comune, quella personale, provata dai reperti più antichi (spillone e porzione di pendaglio di cui sopra) manifestano la richiesta - offerta sacra individuale anche a livello locale, che sicuramente includeva doni che non sono giunti sino a noi perché deteriorabili.
Inoltre l’ubicazione del luogo di culto, ad un’altitudine elevata fa pensare che venisse utilizzato durante periodi degli spostamenti in alpeggio, quindi a riconferma della ritualità riconducibile al Tempo del Solstizio d’Estate.



E’interessante leggere all’interno della mostra come anche lo scrittore greco Pausania (VIII, 42.11) ci testimoni che fra i doni alle Divinità comparissero anche favi di miele e lana grezza, che sarebbero stati unti con un olio particolare e dedicato solo alla celebrazione. Sebbene queste offerte al pari di altre a titolo personale come indumenti, fasce, fiori o artefatti in cera d’api tipici del periodo, non sono giunte sino a noi poiché troppo fragili e deperibili per durare millenni, mi riportano alla mente quando trattando della pratica annuale del transumanza che fra monticazione (dal 15 al 30 giugno) e demonticazione (dal 24 agosto al 29 settembre) occupa ancora oggi, per gli abitanti delle vallate locali non solo gran parte dell’anno, impegnando tutto il periodo estivo, ma rimane anche come eredità di antichissime consuetudini offertorie svolte lungo la strada verso gli alpeggi, come testimoniano i ritrovamenti di forbici da tosatura e fusi in Vinschgau-Val Venosta.

La Natura che si rioffre alla Natura, il Dono della Madre riofferto alla Madre, che mi ricorda come nel periodo del Solstizio d’Inverno l’impasto preparato per lo Zelten, in parte fosse ridonato con un abbraccio simbolico agli alberi stretti dal gelo, che dal giorno del minimo solare venivano cinti ed imbrattati dello stesso impasto che avrebbe costituito il dolce per eccellenza del periodo, con tutta una serie di passaggi tradizionali annessi, arrivati fino ai giorni nostri e forieri di nuovi frutti rigogliosi. 

Allo stesso modo, durante il Solstizio d’Estate, presso l’Alpe di Göge, venivano offerti doni riconducibili ai quattro elementi. L’artefatto in legno, la paletta, veicolava un intento legato ad un determinato momento rituale e cerimoniale, i semi, i pani e le varie preparazioni culinarie oltre alle parti di animali offerte sul rogo, rappresentavano l’elemento Terra; il torrente e la palude non lontano simboleggiavano l’elemento Acqua; il rogo era ovviamente connesso all’elemento Fuoco, e l’elemento Aria era dato da ciò che bruciando all’interno delle stesse palette fumigava l’ambiente. In questo caso i manufatti lignei fungevano a tutti gli effetti da brucia essenze, solo di maggiori dimensioni, ma non dissimili da modelli che oggi usiamo noi. Peraltro è significativo come fra le piante disponibili sul territorio, fosse proprio il ginepro ad essere bruciato, in quanto sin dall’antichità era riconosciuto come pianta che sapeva ripulire e proteggere l’ambiente da forze ostili che potessero compromettere in qualche modo l’offerta agli Dei.

Le palette venivano create da parti di legno di pino cembro, di foggia e grandezza differenti; erano utilizzate per trasportare braci ove annerite, e quelle senza segno di bruciatura probabilmente venivano usate come contenitori per le carni del banchetto. Il fatto che fossero create strettamente in loco, le pone fra le procedure artigianali dei manufatti, tipiche di una ritualistica dai canoni ben precisi, ed il loro utilizzo era strettamente monouso, prima di essere affidate alla palude.

Oggi debitamente ospitate in una teca di forma circolare adagiata a terra, le palette votive dell’Alpe di Göge si offrono a noi come rara testimonianza di un antichissimo culto che connotava quest’area similmente ad altre più lontane in Provincia, unite da luoghi preposti a rogo votivo in area alpina.

Possiamo presupporre quindi che la ritualità  fu svolta da comunità che abitavano stabilmente la Ahrntal- Valle Aurina o l’area di Sand in Taufers-Campo Tures.

Questa scoperta che viene definita sensazionale è esposta al pubblico dal 2015.
Tradizioni solstiziali fondate sull’equilibrio dell’Offrire per Ricevere giunte sino a noi, varchi aperti su domande e perplessità che la Preistoria ci lascia.


















Immagini

*Tutte tratte dall’archivio personale


Sitografia

Miei articoli 2018

*Lo Zelten il dolce della Tradizione del Solstizio d’Inverno che si mangiava il 6 gennaio

*Roghi votivi. Il Sonnenburger Kopf il colle fra ritualità e celebrazioni

*Il rientro dagli alpeggi fra storia e tradizione

*Hubert Steiner, Kurt Nicolussi, Andrea Thurner, Thomas Pichler
Schaufeln für die Götter—Vorgeschichtliches Heiligtum auf der Schöllberg-Göge in Weißenbach (Gemeinde Ahrntal)

*L’ultimo viaggio di una ragazza dell’Età del Bronzo

*Le misteriose mummie di palude

*Il mistero delle mummie del Nord

Fonti locali

*Esposizione permanente ‘Palette votive in dono agli Dei’, c/o Pfistehaus Steinhaus-Cadipietra Comune di Ahrntal-Valle Aurina

venerdì 15 marzo 2019

La Bissa Bianca





Questa è la storia di un’antica Valle che si snoda lungo il sinuoso scorrere del Rio Tegnas, che nel suo fluire guarda al Monte Agner ed alle Pale di San Lucano. Questa è la leggenda di una Valle che fu conosciuta in un tempo remoto dagli abitanti di Taibon, come la Val Bissera, per il grande numero di serpi che la abitavano, oltre a basilischi e rettili di varia natura e che tenevano lontano chiunque volesse mettere radici in quel luogo, che oggi è chiamato con il nome di Valle di San Lucano.[1]
Solo i più impavidi decidevano nonostante la torbida fama che la contraddistingueva di attraversarla per arrivare agli alpeggi più alti, oppure per fermarsi nel fondovalle per lavorare nelle fornaci [2].
Nei discorsi degli abitanti di Taibon però c’era sempre il timore, c’era sempre quella ritrosia a pensare di costruire case in quella conca, fra le loro parole si agitava sempre e solo la paura dei serpenti. E fu proprio in uno di questi dialoghi che furono ascoltati da un viandante. Un tipo strano, arrivato chissà da dove, abbigliato in modo singolare. Sicuramente il forestiero dava nell’occhio, non solo per i suoi abiti stravaganti ma anche per i modi che ne definivano l’originalità. Non era la prima volta che arrivava a Taibon, nessuno ne conosceva il nome, ma tutti sapevano chi fosse, e più di uno in paese aveva avuto modo di ricevere i suoi consigli e verificare sulla propria pelle l’arte della guarigione che lui sapeva esercitare. Si, perché lui sapeva guarire vari malanni; tirava fuori da una sacca consunta dal tempo, delle erbe che ogni volta che utilizzate, portavano sollievo al malato o alla malata di turno, oltre che agli animali.  
Si imbatté così in quel dialogo, era impossibile non prestare l’orecchio a quella storia di così tante bisce che terrorizzavano chiunque le osasse semplicemente nominare, rendendo la Valle quasi inaccessibile.
Decise quindi di dire la sua, e propose ai valligiani, anche in questo caso, il suo aiuto per risolvere un problema che si protraeva da un tempo di cui nessuno ricordava l’inizio. Chiese solo una conferma, che fra le bisce che abitavano la Valle non vi fosse quella bianca gigante.
Gli abitanti si guardarono l’un l’altro, ma nessuno aveva mai sentito parlare della Grande Biscia Bianca, gli garantirono quindi che poteva essere sicuro e che loro lo avrebbero aiutato nel suo operato.
Il forestiero invitò quindi la popolazione a creare una grande calchera al centro della valle e di riempirla di così tanta legna che potesse ardere per lungo tempo. Al resto ci avrebbe pensato lui e si accomiatò.
Gli uomini del villaggio iniziarono a tagliare un gran numero di faggi ed abeti, raccolsero pietre per creare il fondo della fornace, quando tutto fu pronto, accesero il fuoco che arse per tre giorni e tre notti, illuminando sin da lontano il paesaggio.
Arrivò quindi il forestiero, in quei giorni era rimasto nel villaggio, ma non aveva disturbato in nessun modo la creazione della calchera, anzi si era concentrato su quello che avrebbe fatto successivamente, ed intanto da lontano nelle sue passeggiate ai limiti del bosco, aveva accompagnato con lo sguardo l’alacre lavoro degli uomini intenti nella fatica di scavare, tagliare, trasportare e sistemare il tutto.
Giunto vicino alla fornace scintillante di fuoco da tre giorni, tirò fuori dalla sua sacca un piffero ed iniziò a suonarlo, non prima di essersi messo al riparo sui rami di un abete, che lo nascondeva alla vista di chiunque. Un ammaliante suono iniziò a diffondersi attraverso la foresta, che improvvisamente era diventata muta, immobile, quasi tesa all’ascolto di quella musica. Dopo pochi istanti iniziarono a comparire centinaia o forse migliaia di serpenti di ogni dimensione, alcuni condotti dalle acque, altri fuoriusciti da massi e rocce, altri ancora saltando da rami su cui erano a riposare e come incantati da quel suono, si gettarono nel fuoco vivo, ad uno ad uno, fra sibili di morte e fiamme che si levavano alte a riverberarsi sulle pareti rocciose circostanti. Questo continuò per tutta la notte e sino all’alba. Quando il giorno era oramai cominciato e non si vedevano più serpi in giro, il cielo divenne plumbeo, l’atmosfera intorno si caricò di una strana energia. Dagli alberi, strisciando il suo corpo dalle grandi dimensioni e con fischi e sibili che nulla di buono lasciavano presagire, arrivò Lei, la Grande Biscia Bianca. Il suo sguardo magnetico intercettò subito il forestiero fra i rami , con le sue spire lo raggiunse, lo tirò giù e lo condusse con lei fra le fiamme. Pur ipnotizzata da quel suono che aveva ascoltato per ore, non aveva perso la lucidità per compiere quell’ultimo atto, in cui sarebbe perita lei ma anche chi, aveva organizzato la distruzione sua e della sua Stirpe.



Note:

[1] L’Agordino o Val Cordevole, dal torrente che scorre nel fondovalle, è una valle dolomitica veneta, costellata da imponenti cime come la Marmolada (3342 m.), il Monte Civetta (3220 m.), il Gruppo del Sella (3152 m.) l’Agner (2872 m.) ,il Monte Tamer (2547 m.), ed I Monti del Sole (2248 m.). Queste cime svettano a cornice delle sue valli laterali che sono: Val del Biois, Val Pettorina, Val Fiorentina e la Valle di San Lucano con le sue omonime Pale, la cui cima più alta è il Monte San Lucano (2406 m.).

[2] La calchera fu un antico tipo di fornace che si usava per la cottura della calce.

Il racconto appartiene alla Tradizione veneta come riporto dalle fonti citate, che ricalca un cliché narrativo che si ritrova uguale identico in molte aree non solo dolomitiche ed alpine ma anche europee. Così, sebbene le storie si sviluppino con lievi declinazioni legate alla regione in cui vengono raccontate, condividono un filone di base intorno al quale, si snoda una linearità narrativa che in maniera lapalissiana unisce il racconto in una radice comune che la diffuse a chilometri di distanza.

La fine del racconto in tutti i casi, vede la sparizione di tutte le bisce, ma il forestiero che doveva liberare la valle, in effetti diviene vittima anch’esso del rogo appiccato per distruggerle. Come in un meccanismo simile alla legge del contrappasso, anche il distruttore perisce fra le stesse fiamme che hanno sterminato l’intera popolazione di serpenti. E quando pensa che tutto sia finito, è con la Madre delle bisce, prima a nascere ed ultima a perire, che finisce anche lui nella trappola che egli stesso aveva pensato di usare come liberazione.

Si unisce così ai valligiani, che oramai hanno dimenticato da molto tempo il significato della Dea Serpente, e della quale non riconoscendo gli aspetti forieri di fortuna e benessere, pensano solo a distruggere ciò che non hanno compreso. La non comprensione, ha distrutto così la Stirpe dei Serpenti ma vede la fine anche il suo artefice, che in senso figurato, pensando di estinguere ciò che crede di riconoscere come un problema, in effetti, getta nel fuoco dell’ignoranza anche la sua vita e quella di tutti coloro che verranno, che non sapranno più realizzare il valore della Saggezza Serpentina. 















Immagine

        *Valledisanlucano.it



Bibliografia

*Tersilla Gatto Chanu, Saghe e leggende delle Alpi, Newton &Compton Editori 2011


*Dino Dibona, Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle Dolomiti, Newton&Compton Editori 2001


*Bruna Maria Dal Lago Fiabe del Trentino Alto Adige, Mondadori 1997 


Sitografia


*Valle Di San Lucano – Taibon Dolomiti valledisanlucano.it

lunedì 18 febbraio 2019

La Serpe Bianca




Ogni giorno, da sempre, lo stesso rituale si svolgeva nella sala da pranzo di un ricco e saggio signore. Al termine di ogni pasto, il padrone di casa si faceva portare un piatto di portata coperto da una campana d’argento. A servirlo era il suo servitore più fidato, che veniva subito congedato affinché il signore rimanesse solo. Con cautela, il sovrano sollevava la cloche, tagliava un piccolo boccone e lo portava alla bocca. Nessuno sapeva cosa contenesse quel piatto, e questo alimentava il sospetto di tutti. Finché, un giorno, il servo personale, incaricato di portare via il vassoio, non seppe resistere. Di nascosto, lo portò nella propria stanza e, trattenendo il fiato, sollevò il coperchio.

L’uomo ebbe un sobbalzo di fronte a ciò che si celava sotto la cloche: nel piatto giaceva una serpe bianca. Un appetito incontenibile lo travolse a quella vista, tanto che decise di imitare il suo padrone: ne tagliò un pezzetto e lo mangiò. Appena la carne del serpente sfiorò le sue labbra, il servitore comprese all’istante il linguaggio degli uccelli fuori dalla finestra, rendendosi conto di aver acquisito la capacità di capire gli animali.

Quella stessa giornata di meraviglia si rivelò, però, anche un giorno di tristezza. La regina perse uno dei suoi gioielli più preziosi: un anello stupendo. Il sospetto che attanagliò tutti ricadde subito sul servo più vicino ai sovrani. Il re lo fece immediatamente chiamare e, con tono intimidatorio, gli disse che, se entro quel giorno non avesse rivelato chi fosse il ladro, sarebbe stato condannato.

Il servo, in preda a una profonda inquietudine, uscì in cortile e, nei pressi di un ruscello, udì due anatre chiacchierare durante una pausa dalle loro nuotate nel rio. Una delle due disse: «Ho un peso sullo stomaco, ho inghiottito il grosso anello della regina.» A quelle parole, l’uomo la afferrò per il collo e la portò di corsa nella cucina del castello, imponendo al cuoco di decapitarla prima di ogni altro animale. Era ben grassa e si prestava perfettamente a essere cucinata.

Appena le fu aperto lo stomaco, l’anatra rivelò al suo interno l’anello della regina, che fu subito riportato al sovrano. Il re ne fu talmente felice che, per farsi perdonare il comportamento avuto poco prima nei confronti del servitore, gli disse: «Chiedi ciò che desideri, quale carica vorresti e cosa ti renderebbe felice a corte.» Ma il servitore non volle nulla di ciò che il re gli offrì; preferì invece un cavallo e del denaro: voleva girare il mondo.

Se ne andò così dal castello e iniziò a girovagare per il mondo con il suo stallone. Ben presto si imbatté in tre pesci che, impigliati tra i giunchi, boccheggiavano fuori dall’acqua, lamentando che presto sarebbero morti. Il servitore, ormai divenuto un uomo libero e comprendendo perfettamente le loro parole, li soccorse, rimettendoli in acqua. I pesci, riconoscenti, lo ringraziarono dicendogli: «Ti ricorderemo e ti ricompenseremo!»

Proseguì il suo viaggio e, di lì a poco, udì il re delle formiche esclamare: «Se quest’uomo stesse lontano da noi con la sua bestia, non morirebbero così tante di noi!» L’uomo abbassò lo sguardo e vide che il suo cavallo stava affondando gli zoccoli in un formicaio; immediatamente lo allontanò da lì. Il re, felice della sua scelta e della dimostrazione di buon cuore, lo ringraziò subito, ripetendo esattamente le parole dei pesci: «Ti ricorderemo e ti ricompenseremo!»

Sempre lungo il cammino, si addentrò in un bosco. Su un albero vide due corvi, madre e padre, che avevano fatto il nido tra quei rami e che, da lì, cercavano di spingere giù i loro piccoli: «Siete grandi abbastanza per procurarvi il cibo da soli.» Ma i piccoli, pur tentando di spiccare il volo sbattendo le ali, li imploravano: «Questa è la nostra condanna a morte! Non siamo ancora in grado di badare a noi stessi, né di volare.»

L’uomo, di fronte a quella scena, scese da cavallo, estrasse la spada e sacrificò la sua bestia per offrire cibo ai piccoli corvi. Questi, saltellando, gli andarono incontro e, dopo essersi cibati, intonarono in coro il loro ringraziamento, proprio come avevano fatto i pesci e le formiche. Ancora una volta, l’uomo si sentì dire: «Ti ricorderemo e ti ricompenseremo!»

Il viaggio continuò, questa volta a piedi, fino a una grande città. Qui si imbatté in un cavaliere che cercava il pretendente giusto per la principessa del luogo. Ma chiunque si candidasse doveva avere grande coraggio, poiché avrebbe dovuto portare a termine un compito assegnato dalla principessa per ottenere la sua mano. Se avesse fallito, avrebbe perso la vita. Nessuno osava presentarsi, troppi erano già morti, e la notizia si era diffusa in tutta la città. L’uomo, invece, pensò di non avere nulla da perdere e si presentò al cospetto del re e della nobile fanciulla come pretendente. Subito gli venne assegnata la prova: fu condotto di fronte al mare, dove, tra le onde, fu gettato un anello appartenente all'erede al trono. Il suo compito era recuperarlo. Se fosse riemerso senza l’anello, lo avrebbero ributtato in acqua per lasciarlo affogare. Così, fu abbandonato lì, da solo.

Mentre pensava a come recuperare l’anello, vide avvicinarsi i tre pesci che aveva salvato qualche giorno prima. Il pesce che nuotava al centro teneva in bocca una conchiglia; la depose ai piedi dell’uomo che, aprendola, scoprì al suo interno l’anello della principessa. Felice, si recò a palazzo e riportò il gioiello alla giovane sovrana, reclamandola come sposa. Tuttavia, quando la ragazza scoprì che non era un principe, si negò e fuggì in giardino. Prese dieci sacchi pieni di miglio e li rovesciò sull’erba, poi si rivolse all’uomo e gli disse: «Se vorrai davvero sposarmi, dovrai dimostrarmi il tuo valore. Entro domattina dovrai raccogliere tutti i chicchi di miglio che vedi, non ne dovrà mancare nemmeno uno.» Detto questo, si allontanò.

Come avrebbe potuto riuscire in un’impresa tanto ardua, ben più impegnativa della precedente e ai limiti dell’impossibile? Un aiuto inaspettato giunse dal re delle formiche che, seguito da migliaia di operaie, lavorò alacremente tutta la notte per riempire i dieci sacchi. Eppure, la mattina seguente, pur vedendo che i sacchi erano stati tutti riempiti, la principessa non si ritenne ancora soddisfatta e sottopose l’uomo a una terza prova: avrebbe dovuto portarle una mela dall’Albero della Vita. I corvi che l’uomo aveva salvato poco tempo prima non solo erano sopravvissuti, ma erano ormai cresciuti e in grado di volare alto e di percorrere distanze inimmaginabili. Fu così che uno di loro tornò con una mela del mitico Albero stretta nel becco e la posò tra le mani dell’uomo, che la offrì alla principessa. A quel punto, dopo averlo sottoposto a prove tanto ardue, la nobile fanciulla acconsentì a sposarlo. Alla morte del re, il giovane ottenne la corona e governò al fianco della sua sposa, in un regno prospero e giusto.



Note

La fiaba dei Fratelli Grimm è la numero 17, sia nella prima versione delle loro Fiabe (1812-1815), dove compare con il titolo Il serpente bianco, sia nella versione edita nel 1936 e rinarrata nel 2010 dalla professoressa Dal Lago Veneri con la variante La serpe bianca. Il colore bianco accomuna molti racconti celto—germanici in cui la protagonista è sempre una biscia, un serpente o una serpe, rendendo quindi affini, già a partire dal titolo e dal concetto centrale, narrazioni apparentemente lontane. Inoltre, il tema del serpente che dona conoscenza e facoltà magiche dopo che se ne è mangiata la carne viene introdotto in questo racconto, mutuandolo chiaramente da animali leggendari e mitologici come l’Haselwurm.

Una leggenda del tutto simile alla narrazione dell’Haselwurm è quella inglese, di probabile origine celtica, legata a Farqhar. Essa narra di un uomo che, su consiglio del proprio medico, catturò e mangiò un serpente bianco, ma non uno qualunque: doveva essere uno che abitasse tra le profonde radici di un albero di nocciolo. L’uomo riuscì nell’impresa e, dopo averlo catturato e cotto su un fuoco alimentato da rami dello stesso albero sacro, se ne cibò, acquisendo cultura, conoscenza e coscienza infinita, fino a diventare egli stesso un medico di grande fama.






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*Tratta da weheartit.com

Bibliografia

Miglio Camilla (a cura di), Grimm Jacob e Wilhelm, Tutte le fiabe. Prima edizione integrale 1812-1815, Donzelli Editore 2015

* Dal Lago Veneri Brunamaria (a cura di), Grimm, Tutte le Fiabe, Newton Compton Editori, 2010

* Cattabiani Alberto, Florario, Mondadori 2017

Sitografia

*Cfr. Haselwurm, il Serpente del Nocciolo

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2019/02/haselwurm-il-serpente-del-nocciolo.htm

* Cfr. La Dea Serpente di Bianco Cristallo

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/02/la-dea-serpente-di-bianco-cristallo.html


domenica 17 febbraio 2019

Haselwurm, il Serpente del Nocciolo





Che il Serpente, animale totemico peculiare della Dea Brigit, legata al periodo di Imbolc, sia un simbolo antico come l'umanità è risaputo, e che lo stesso simbolo poi, all'interno di culture che a loro volta hanno sviluppato spiritualità e religioni diverse abbia acquisito valenze differenti anche. Ma per la Cultura celtica e pre-celtica ha un valore fondamentale tanto che molte leggende e racconti ne parlano. 

La Regina dei Serpenti, come la definì Brunamaria Dal Lago Veneri nel suo racconto Il serpente con la corona d’oro del 1989, e di cui nell’articolo dal titolo: Brigit la Dea Serpente della Trasformazione e del Mutamento, della Conoscenza e della Fortuna, chi scrive inserì un breve video che ne parlava, mostra come pure in ambito alpino-germanico sia figura foriera di fortuna e favori.

Tendenzialmente dalle grandi dimensioni è peculiarmente bianca, fra le figure mitologiche dell’area a cavallo fra le alte vette alpine e l’area germanofona in una variante, che andrò ad analizzare, la simbologia articolata e profonda della serpe si potenzia, nel contesto narrativo, di un altro potente simbolo celtico e druidico, il nocciolo. E’ proprio da questo albero che esce solo di notte, abita fra le sue radici per nutrirsi del cuore delle sue foglie. E sono le lacerazioni del fogliame di cui si ciba che segnalano la sua presenza al pari del cespuglio di vischio che spesso è ospitato sull’albero, è l’Haselwurm (letteralmente il verme del nocciolo).

Anche in campo celto-germanico la rassegna di animali leggendari si veste così di una figura fondamentale, definita come il Serpente della Conoscenza.
Di questo animale però oltre a conoscere che è bianco, sappiamo che dispone di una carne che fa acquisire a chi se ne nutre proprietà magiche come apprendere i segreti di erbe, piante e fiori, oppure la capacità di comprendere il linguaggio degli animali, o ancora l’abilità a rendersi invisibile. Leggenda vuole che anche il famoso alchimista svizzero Paracelso che a lungo svolse la sua opera in Tirolo se ne cibò. La profonda trasformazione che trasmuta in comprensione magica un solo boccone di carne, riporta alla trasformazione che vive il serpente a partire dal primo accenno di primavera e che muta la sua pelle, trasformandolo di anno in anno, rinnovandolo, eppure lasciandolo sempre uguale a sé stesso.

Il nome tedesco Haselwurm oltre alla sua traduzione letterale ha come sinonimo italiano il  termine Milauro. Figura di un bestiario che principalmente appartenente  alla zona che giunge sino a Brixen-Bressanone, Bozen-Bolzano, Ritten-Renon e la Fleimstal-Val di Fassa La sua forma può variare da quella di una semplice biscia albina dal grande aspetto, a quella di un animale dalle sembianze di drago, essere umano e bambino; in altre apparizioni ancora, invece avrebbe manifestato la testa di un bambino ed un corpo dotato di aculei, ed anche nelle varianti possibili esce sempre dalla base di un nocciolo dove dimora.

La Tradizione vuole che chi ha l’opportunità di incontrarlo debba essere nato di domenica, ed il suo incontro porta con sé il dono di un sacchetto d’oro. Da questo origina il detto trovare Milauro per dire che si è incontrata la fortuna. Notare come il giorno festivo, implichi la fortuna del non lavorare nel giorno di riposo e festa, e l’essere nati in quel momento corrispondeva già a qualcosa di particolarmente propiziato dalla sorte, a cui si aggiungeva l’oro della conoscenza e del buon auspicio che porta con sé il Milauro.

In questa narrazione la valenza della serpe della Dea Brigit con attributi trasformativi, forieri di buoni auspici e fortuna, amplifica e potenzia i suoi significati attraverso il nocciolo e dal suo essere albero che genera nutrimento di saggezza. Il pensiero inevitabilmente ci conduce alla mitologia irlandese che all’interno dei propri tratti peculiari, ci offre confronto fra diverse figure creando intrecci molto interessanti.



                                  
Note:

Il fiume irlandese Boyne, che prese il suo nome dalla Dea Boann, porta con sé il ricordo mitologico della sua sorgente in un pozzo della saggezza, chiamato Pozzo di Connla o di Segais, da cui originano sette corsi d’acqua fra cui quello dedicato a Boann appunto, considerato il primo e più importante di tutti i fiumi, quello in cui lo Spirito della Dea dimora. La pozza, racconta il mito, fu una cavità in cui nuotavano cinque Salmoni, i Salmoni della Conoscenza, che si nutrivano ogni giorno di nove nocciole ciascuno, che cadevano in acqua da nove alberi di nocciolo, le cui fronde si protraevano verso la cavità stessa. Cibandosi di sapienza i pesci acquisivano nelle loro carni la stessa qualità e di conseguenza chi avesse mangiato la loro carne, avrebbe assimilato le stesse peculiarità di Saggia Conoscenza del Mondo, esattamente come chi si fosse cibato dell’Haselwurm. La leggenda narra che Boann, desiderosa di aumentare i suoi poteri si avvicinò al Pozzo per abbeverarsi delle sue acque per fare sua la Conoscenza anelata da molti, ma le acque di fronte alla sua presenza non autorizzata, esplosero inondando la terra e fluendo verso il mare, quel momento coincise con la nascita di sette corsi d’acqua sacri fra cui il Boyne che originò dal suo nome e che custodisce la sua essenza. Ma il Boyne a livello mitologico, fu considerato il primo a nascere in una sorta di origine prima di tutte le acque. E sebbene ad una prima lettura sembra che il mito veda la tragica fine di Boann, c’è invece da osservare come quell’acqua divina, tesoro sacro, inondando la Terra, regala le sue caratteristiche di sapienza e conoscenza al mondo, così come la Dea Boann diventa lei in primis nutrimento dal prezioso valore, per la Terra.

Nell’analisi, interesechiamo con la sua figura quella della Dea Brigit, che è colei che unisce in sé gli elementi del fuoco e dell’acqua e del polivalente simbolismo serpentino. Dea solare, figlia di Dagda, attinge forza dall’acqua del freddo e del gelo che ancora ammantano il suolo, ma grazie al cui scioglimento, permettono alle profondità oscure di iniziare a trarre il loro alimento che con il rafforzamento delle ore di luce e di sole, consentirà il primo germogliare e lo schiudersi della manifestazioni della primavera. Quindi in questo intreccio Boann e Brigit sono entrambe Divinità che portano purificazione attraverso le acque profonde, che rappresentano il primo elemento vitale per la creazione, un altro legame lo hanno anche con colui che per la seconda è padre e per la prima amante, il Dio Dagda.

L’aspetto della guarigione è susseguente quello della purificazione per Brigit. La rigenerazione che attinge dalle acque primordiali che connotano entrambe le Dee, aprirebbe ad una disquisizione sull’elemento, di cui questa non è la sede. Ritorniamo alla valenza del serpente come purificatore e rigeneratore. Questo attributo che si è protratto anche nella mitologia greca e romana, accompagna ancora i nostri giorni visto che il Caduceo, bastone alato lungo il quale si intrecciano due serpenti, oltre a manifestarsi come sinonimo di prosperità, acquisisce in questa accezione il significato di riequilibrio che i farmacisti attraverso i loro rimedi e le loro cure offrono, riportando armonia fra le energie dei due serpenti che rappresentano le forze che si integrano a creare salute, e che avvolgono le loro spire lungo la verga simbolo del Mercurio romano o dell’Hermes-Ermete greco. Allo stesso modo dei simbolo dell'Ordine dei Farmacisti, il simbolo dell’Ordine dei Medici è rappresentato dal Bastone di Asclepio o Esculapio, in questo caso il serpente è uno solo che avvolge la sue spirale intorno all’asta simbolo del Dio greco.

Tornando al nocciolo, l’albero ha un così forte valore che per la sua sacralità il legname è utilizzato ancora oggi per creare le bacchette che servono al rabdomante per individuare vene d’acqua sotterranee, esattamente come si pensava che le sue verghe fossero utili a individuare tesori nascosti, e quindi non solo portasse fortuna in senso lato, ma anche in senso molto materiale. Inoltre l’Ogham, l’alfabeto arboreo celtico, secondo cui ad ogni lettera è legato un albero, era inciso su tavole dello stesso legno. E sempre dello stesso legno si dice anche fosse fatto il bastone dei pastori, in quanto li avrebbe protetti dall’eventuale morso dei serpenti.

Simbolo di nutrimento della vita ed anche della morte, fu il primo albero a sfamare gli abitanti del Neolitico dopo l’ultima glaciazione, in effetti le nocciole hanno alti contenuti di acidi grassi, in particolar modo di Omega 9. Come simbolo di fecondità, i suoi frutti si offrivano ai matrimoni insieme alle noci, ma li si è ritrovati anche in tombe, lasciati ai defunti come cibo rituale. Sempre legato al discorso morte, si diceva che i maghi usassero un coltello nuovo per recidere un ramo di nocciolo, per mezzo del quale avrebbero comunicato con i defunti. A questo aspetto si aggiunge che i rami di nocciolo venivano utilizzati anche negli altri ambiti rituali e religiosi. 

Proviene dalla Conoscenza profonda e ad essa conduce, se solo si riesce ad andare oltre il suo guscio (esteriorità/apparenza) per accedere al suo frutto vero e proprio (centro delle manifestazioni).

Una leggenda del Tirolo narra che la Sacra Famiglia nella sua fuga in Egitto si riparò all’ombra di un nocciolo, da quel momento (o forse molto prima n.d.r.) l’albero venne considerato immune da fulmini. Presso i Germani esisteva il divieto di fare legna di noccioli e querce, in quanto abitati da entità di beneficio a tutto il bosco. L’associazione nocciolo-serpente, unione dalle peculiarità guaritrici appartiene anche alla cultura greco-romana. Solo dal Medioevo inizia ad acquisire proprietà malefiche, in quanto la saggezza e la fertilità delle attribuzioni antiche, ebbe con l’avvento del cattolicesimo una trasformazione in negativo, come del resto per molti altri animali e piante. 

Il nocciolo, in ultimo si lega ad un numero: il nove. Può arrivare sino a nove metri di altezza ed impiega nove anni per raggiungere la sua massima estensione ed oggi le ricerche recenti ci dicono anche che l’Omega di cui offre maggiore disponibilità e come scritto più sopra sia proprio il nove. 

Varco, soglia fra la fine di un ciclo e l’inizio di uno nuovo, porta nel simbolo del tre che moltiplica se stesso, il potenziamento del simbolo serpentino, che amplifica.
Rompere il guscio del nocciolo per gustarne il frutto affianca il liberarsi della vecchia pelle della serpe. Ciò che sta per sbocciare è celato all’interno, e la loro figura liminale, a cavallo fra termine ed inizio, fra completamento e rinnovamento, volge lo sguardo verso Est e verso la primavera che verrà.

I Fratelli Grimm, narrano in più fiabe di serpi bianche ma in una sola si  riferiscono a questa Serpe candida della Conoscenza e del suo riparo, le radici del Sacro Nocciolo.










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*depositphotos.com


Bibliografia

*Tersilla Gatto Chanu Saghe e Leggende delle Alpi Newton Compton 2011 

*Dino Coltro  Gnomi, anguane e basilischi, Cierre edizioni 2012

*Alberto Cattabiani Florario, Mondadori 2017 

*Kondratiev Alexei Il tempo dei celti. Miti e riti: una guida alla spiritualità celtica, Apogeo 2005    

*J.C. Cooper Enciclopedia illustrata dei simboli, Franco Muzzio Editore 1987

Sitografia

Miei articoli 2016

*Anagantios il Tempo celtico di Febbraio e del Fuoco Sacro di Brigit la Triplice


*Brigit la Dea Serpente della Trasformazione e del Mutamento, della Conoscenza e della Fortuna 28-5-2016