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giovedì 6 gennaio 2022

Il concetto di etenismo, analisi dell' origine del termine e suoi utilizzi in ambito europeo





Introduzione

L'indagine di questo articolo riguardo il termine eteno, intende dare informazione non solo inerente il significato etimologico, ma anche riguardo le fonti documentali ed i suoi utilizzi nei secoli.

Nasce non solo da un interesse scaturito verso il vocabolo, da quando diversi anni fa ne lessi l'etimologia - in un post che mi fece scoprire un termine a me ignoto - ma anche all'interno di un maggiore fermento scaturito in seguito ad un mio viaggio in Slovenia ed all'incontro con il folklore, quando mi sono imbattuta nuovamente nella voce, in quanto parte del titolo di una leggenda, che fondamentale nella narrazione locale, apre ed introduce al mito sloveno per eccellenza quello dello Zlatorog, il Camoscio dalle Corna d'Oro.

La Slovenia, stato slavo con cui ad est confina l'Italia, pur all'interno delle sue piccolissime dimensioni è una perla culturale, archeologica, storica e folklorica di rara bellezza. Il mito fondamentale ruota intorno alla morte del Camoscio dalle Corna d'Oro e di come la sua morte diventi maledizione per l'area del Monte Triglav- Tricorno rendendola rocciosa ed arida come oggi la conosciamo.

Un tempo l'animale viveva invece, fra cime innevate dove se cadeva una goccia del suo sangue nascevano rose profumatissime. A causa di chi aveva tentato di ucciderlo, decise di distruggere tutto intorno a sé, lasciando i versanti montuosi di nuda roccia e di scomparire. 

Da tempo immemore, con lo Zlatorog vivevano fra quei monti in quella che oggi è la Valle dei Laghi, Tre Dame Bianche, ed è da una di queste che verrete introdotti al mito di questa montagna considerata in qualche modo sacra. Ma è soprattutto dal titolo inglese di questa iniziale leggenda che nasce la necessità di questo scritto. La leggenda di Ajdovska Deklica viene tradotta in Inglese con The Heathen Maiden. L'incontro con il termine heathen all'interno della narrazione popolare slovena, ha reso utile dal mio punto di vista, un approfondimento sul tema, anche per chi ne leggerà il racconto.


Primi utilizzi del lessema eteno

Devo dire che per quanto si possa fare ricerca sulla parola, vi è veramente poco che descriva in maniera dettagliata attraverso forme e rimandi storico-linguistici, quanto culturali e cultuali, atti a circostanziare un lessema che va senza dubbio conosciuto, soprattutto per chi oggi segue le Antiche Divinità autoctone europee. All'interno di questo lavoro affiancherò l'analisi etimologica di diverse parole create dai Cristiani per scindere ciò che non apparteneva al loro Credo. Conoscere l'origine fondamentale (a livello almeno greco e latino) di alcuni vocaboli dedicati – definiamoli così - ci permette di conferire loro il valore che avevano per i nostri Avi all'interno dei contesti in cui sorsero secoli fa, prima di attribuzioni secondarie, in uso oggi, che non permettono però di analizzare le questioni correttamente poiché lette con una visione odierna.

Per indicare chi seguiva gli Antichi Culti indigeni, noi oggi usiamo termini come politeista o pagano, ma c'è un preciso termine con cui i circoli di matrice accademica etichettarono i popoli dell'Europa occidentale e centro settentrionale, a partire sin dal Medioevo, quel termine è eteno o etheno laddove se ne voglia mantenere un richiamo grafico all'anglosassone heathen. Questa parola oggi è usata in special modo da persone impegnate nella ricostruzione delle Tradizioni Germaniche di matrice pre-cristiana.

Il vocabolo apparve per la prima volta nella traduzione in lingua gotica dei libri del Nuovo Testamento, ad opera del Vescovo Wulfila (o Ulfila 310-383). La prima menzione assoluta del termine compare nel capitolo sette del Libro di Marco, ed è riferita ad una donna greca, nata nella Siria Fenicia e che supplicò Gesù di scacciare un demone che albergava nel corpo della figlia.


Etimologia del termine

Riguardo l'origine e l'etimologia della voce esistono due teorie contrastanti che la riguardano.

La prima e ampiamente accettata è che il lessema heathen tragga origine dal vocabolo heath (brughiera), la cui radice indoeuropea è kait con il significato di foresta incolta. Tale definizione è variata poco e la si ritrova nel gotico femminile haiþi, nel genitivo haiþjōs con significato di pascolo, campo, aperta campagna, terra incolta. Lo stesso significato hanno: l'Antico Inglese hǽð, il Medio Basso Tedesco hêde, così come il Medio Olandese hêde, heide, l'Olandese heide, hei, l' Antico Alto Tedesco, il Medio Alto Tedesco, ed il Tedesco heide oltre all'Antico Norreno heiðr. Un eteno quindi è letteralmente una persona che vive in terre desolate e selvagge.

Si presume che Wulfila abbia scelto una parola gotica che fosse sinonimo del latino dotto paganus con il significato di infedele. Che si tratti di una trasposizione di significato dei Cristiani di lingua latina da paganus – utilizzato sia come aggettivo che come sostantivo – tratto da pagus con valore di villaggio e quindi con accezione di abitante del villaggio sin dai tempi di Cicerone non vi è dubbio. La trasformazione del significato da abitante del villaggio a non cristiano, avvenne con probabilità a seguito del fatto che nei villaggi coloro che seguivano gli Antichi Culti erano di gran lunga maggiori che non nelle città, essendo la Tradizione più saldamente radicata; una seconda ipotesi è data anche dal fatto che i primi cristiani si definivano miles cioè militi di Cristo, facenti parte cioè della grande Militia Christi, in antitesi a coloro che definivano in maniera alquanto dispregiativa borghesi. La parola che deriva dal Tardo Latino burgu(m), ben prima di indicare gli appartenenti ad una classe sociale (chi non indossava uniformi ecclesiastiche o militari come ultimo significato in ordine di tempo), in origine definiva gli abitanti del borgo, come sobborgo fuori dalle mura cittadine. Quindi venivano definiti pagani i borghesi perché separati dalla città e di fatto separati dal cristianesimo. 

La stessa parola latina burgu(m) (185 d.C) originò dal greco pyrgos con il significato di torre, a sua volta influenzata dal germanico da cui - come si può evincere dalla stessa pronuncia dura della g - derivò dall'Antico Alto Tedesco Burg (gotico Baurgs – celtico Borg) con il significato di qualcosa di chiuso e protetto sebbene fuori appunto dalle mura urbane. Ma il borgo non è mai stato un luogo fortificato, a maggior ragione derivabile da un'antica torre. Erano invece luoghi popolari ed aperti seppur radicati nella tradizione, per questo l'origine della parola borgo così come dei suoi derivati è parallela al latino vulgus, con significato di volgo e popolo, e questo è ancora presente con passaggi fonetici, ben presenti nei dialetti della Toscana e dell'Italia centrale con trasformazioni letterali del tipo v > b e lg>rg. Si pensi appunto al Toscano boce per voce, bacca per vacca, balle per valle ecc.

Riguardo la seconda teoria non mi dilungherò molto proprio perché lacunosa di una base etimologica a suo supporto. Nacque ad opera di Sophus Bugge nel 1896 che tentò di fondarla su una presunta attinenza fra fonti bibliche e termini norreni. Per questo studioso tutto derivava dal mondo classico o cristiano ed il termine in questione era solo il prodotto del mondo classico mediterraneo e di una derivazione dall'Armeno het'anos. Nella sua visione pensava che le persone di origine germanica non avessero né un sistema mitologico né uno religioso proprio. Il suo pregiudizio e la mancanza di un fondamento linguistico però lasciarono che la prima definizione trovasse il suo giusto riconoscimento. Del resto le parole portate a supporto della sua tesi linguistica, per comparare le origini del lessema eteno, non manifestarono nessuna correlazione con le peculiarità semantiche insite nel vocabolo stesso e che abbiamo visto più sopra.


Breve sintesi dell'utilizzo del vocabolo all'interno di fonti storiche dal IV secolo in avanti

Dopo il IV secolo e l'utilizzo che ne fece Wulfila, la presenza del termine eteno scomparve dall'uso di documenti per alcune centinaia di anni, ad eccezione dell'utilizzo fatto in riproduzioni di Bibbie gotiche. Non sappiamo se perché registrato su supporti deteriorabili o se non fosse stato utilizzato all'interno di documenti ufficiali, da parte di genti germaniche che vivevano all'interno o alla periferia dei territori romani. Ad esempio se prendiamo in considerazione la popolazione dei Goti - di cui lo stesso Wulfila faceva parte – vediamo come diventò parte del tessuto romano e le cui testimonianze sono in Latino, anche perché lo stesso lavoro degli scrittori di origine germanica subiva l'influsso quasi esclusivo di altre tribù fortemente romanizzate.

Ritroviamo di nuovo il vocabolo in uso nel 616 all'interno delle Cronache Anglosassoni, in riferimento alla morte del primo re cristiano del Kent Æthelbert. La voce si rifà all' Historiam Ecclesiasticam Gentis Anglorum: Liber Secundus (Ecclesiastical History of the English People, Book Two), scritto da Beda il Venerabile, essendo la voce della cronaca una glossa della sua opera al cui interno il vocabolo eteno, lo utilizza due volte nella traduzione dal Latino all'Anglosassone. Dopo aver narrato della morte di Æthelbert, entrambi i testi, pongono l'attenzione sul fatto che suo figlio Eadbald non volesse convertirsi al monoteismo cristiano. Mentre Beda si riferisce a Eadbald come a chi viveva in maniera peccaminosa e di essere così tanto corrotto da non essere nemmeno ascoltato dalle Gentes (i Gentili). Il passo all'interno delle Cronache Anglosassoni riferisce semplicemente che viveva in hæðenum (heathendom). Merita un'analisi etimologica anche la parola Gentile dal Latino Gens-Gentis che nella terminologia cristiana antica indicava chiunque non fosse Ebreo o Cristiano, originario dall'aggettivo greco ethnikos da ethnos razza/gente ed utilizzato in maniera propria dall'ebraismo con il significato di popolo paganoGentile indicava perciò chi appartenesse alla stessa stirpe, alla stessa famiglia, da qui il comportamento amichevole fra i propri simili che diede poi luogo al significato ultimo che oggi usiamo ancora quando indichiamo una persona gentile.

Beda continua poi nella narrazione della partenza dei Vescovi Mellito e Giusto, dai Barbaros (Barbari) del Kent che avevano rifiutato di convertirsi. Usò Barbari dal latino Barbaru(m) a sua volta dal greco Barbaros, voce che alludeva alla lingua di coloro che appartenevano ad altra stirpe e che secondo i Greci ed i Romani sembrava un balbettio. Non usò quindi il termine Gentes in questo contesto e descrisse le loro pratiche come quelle di Daemonicis Cultibus (culto demoniaco). Il traduttore anglosassone che tradusse Beda scelse di non differenziare tra il termine Gentis e Daemonicis Cultibus ed usò il termine eteno per la seconda volta. La spiegazione di ciò nasce dal fatto che Beda scelse il termine per riferirsi alla Gente di Eadbald come ad un Popolo che era parte estranea di una nazione dove il Cristianesimo era religione istituita, e la definizione Daemonic Cultibus fu usato con l'intento di condannare la venerazione di Deità che nella visione di Beda erano chiaramente maligne.

Il metafraste anglosassone fece confluire così le due visioni nello stesso soprannome di hæðen. Il termine assunse in questo modo non più la valenza di straniero o abitante della brughiera, ma di chi si poneva al di fuori di uno stato cristiano ed aveva una condotta religiosa condannabile raggruppando questi due significati in un unico nuovo e più ghettizzante vocabolo.

Alla fine dell' VIII secolo il termine vide un aumento del suo utilizzo in vari documenti, con significato di estraneo sia al paese anglosassone che alla religiosità cristiana, tale definizione nacque fondamentalmente in relazione ai Danesi che minacciavano con continue incursioni l'isola anglica, terra sulla quale i re locali avevano provato a porre fine alle pratiche autoctone, non solo vietandole ma rendendole illegali a tutti gli effetti e definendole hæðenum.

I reggenti anglosassoni mano a mano che si cristianizzarono iniziarono una vera e propria azione volta ad estinguere pratiche religiose lontane dal cristianesimo. Le cronache e gli annali di questo periodo riportano come gli eteni praticassero stregoneria, effettuassero sacrifici, lanciassero maledizioni contro pozzi, pietre e alberi, ed anche effettuassero incanti di vario genere. Erano state istituite anche multe per chi facesse offerte a demoni. Questo in visione di misure sempre più restrittive e coercitive volte a bloccare l'adorazione di pietre, di pozzi, alberi o idoli. Tutto ciò confluì nella denominazione hæðenðom. Siamo intorno all'anno 1000 quando con la definizione di Cnut/ Canute I (altri titoli Canute II, Canute the Great, Knut den Mektige, Knut den Store - Canuto il Grande) Re d'Inghilterra, Danimarca e Norvegia e Governatore di Schleswig e Pomerania, l'etenismo evolvette da pratica indigena religiosa propria dei Danesi a quella delle persone dell'Europa del Nord che dovevano ancora essere cristianizzate. Il significato originale del termine come straniero fu pressoché perso e diventò più specialistico e riferito alla religione di genti germaniche. Questa prerogativa venne mantenuta e rafforzata all'interno degli scritti attraverso l'Europa del Nord e della Scandinavia, nei quali la parola eteno è sempre relata all'Antica Religione.


La ricchezza di un antico termine

Da ciò si evince riguardo la parola heath (brughiera) - nelle sue variazioni linguistiche in tutte le lingue germaniche - non solo l'antichità della parola stessa ma anche il fatto che al suo interno è contenuto uno dei concetti germanici innati. Così si definisce eteno colei o colui che vive nella brughiera, intendendo con questa parola terreni alluvionali quindi paludosi e poveri di humus, che non permettono vegetazione se non quella di arbusti e graminacee. Troviamo come sinonimo landa o steppa, quindi grandi appezzamenti appartenenti per lo più al nord Europa, ma tipici anche di zone per lo più pianeggianti, nelle quali è difficile la coltivazione di qualsivoglia pianta, vasti terreni brulli e selvaggi.

Il periodo di letteratura indagato da Rood (2008) termina con il corpus di opere relative all'Islanda del XIII secolo. Quella letteratura procura la più fine produzione letteraria all'interno della quale il termine eteno viene usato per descrivere specifiche genti e le loro pratiche religiose.

L. Heid (2015) nella sua opera prima, evidenzia come in secoli più recenti il movimento eteno abbia avuto radici nel Romanticismo, cioè verso la fine del XVIII secolo, quando la ricerca di molti che avevano volto il loro sguardo verso le Antiche Vie pre-cristiane portò ad una crescita della ricerca e rivivificazione delle antiche Tradizioni germaniche. Molti nomi noti di scrittori ed esoteristi quali – in ordine cronologico - Madame Blavatsky, Guido Von List, Aleister Corowley e Dion Fortune fecero parte di questo movimento. Movimento che in Inghilterra vide anche la nascita della Wicca.

L'etenismo manifesta così di avere numerose e variegate ramificazioni, con differenziazioni venutesi a creare in base al luogo di origine, alla Tradizione a cui si annette piuttosto che ad evoluzioni della stessa. Questo non deve fare pensare però ad un tutto uguale a tutto, perché se le comparazioni e le osservazioni anche di Divinità talvolta condivise di pantheon pur diversi, evidenzia proprio questa fase comune e primigenia dell'origine del termine, non si può fare un pastone che appiattisca le ramificazioni del Grande Albero dell'Etenismo.


Conclusioni

Il termine eteno o etheno che trova la sua espressione sinonimica in pagano, ha la sua prima assoluta attestazione, a partire dal IV secolo nelle traduzioni del Nuovo Testamento in gotico del Vescovo Wulfila, con riferimento al Libro di Marco ed a una donna etena di origine greca che chiede aiuto al Cristo per liberare la figlia da un demone che albergava nel suo corpo. Il vocabolo trova poi attestazioni successive prima in maniera meno uniforme e continuativa, sino ai tempi più recenti con una rivivicazione del termine e soprattutto del suo significato profondo. Il lessema vide risemantizzazioni successive che si avvicendarono nei secoli, partendo dal suo significato originario di straniero con valenza di infedele, a comunità rurali che stavano fuori dalle mura cittadine, portando una separazione di fatto fra il Cristianesimo espanso all'interno di mura cittadine ed un Ethenismo sviluppato ma soprattutto radicato in aree verdi e rurali. Abbiamo così una transizione dal significato di chi è straniero a chi vive in ampi spazi desolati e selvaggi. L'ampiezza, il respiro dello spazio ed il suo essere selvaggio ha forgiato, quanto è diventato insito al termine stesso. Intorno al 1000 designò prevalentemente Genti di Tradizione germanica. Essere eteni assunse così il valore non meramente di credo personale o dell' essere questione di centralità religiosa. Era molto più un aspetto legato alle comunità che praticavano. Poiché il concetto germanico di religione fu inseparabile da terra, legge, comunità e poteva essere compreso soprattutto in termini di frontiere concettuali.

Un'abitante delle lande per un membro di una prima tribù germanica o filo-germanica non sarebbe soltanto un individuo che vive nella sua area. Quell'individuo sarebbe un' estraneo, al di fuori della propria identità culturale, dei propri costumi, delle proprie leggi e della propria morale. Perché nulla è più vicino al Vero della Radice di una Stirpe, che siamo chiamati a recuperare attraverso ciò che abbiamo di disponibile in termini scritti e se ciò non c'è a cercare e a studiare, ad esempio attraverso l'archeologia ed attraverso ciò di cui ci parla tramite i suoi reperti, ma anche attraverso il folklore che non narra, a differenza della storia, quella esclusiva dei vincitori, ma quella di tutti. Il Culto delle Antenate e degli Antenati che io sento particolarmente, si lega inscindibilmente a quello di Stirpe perché prima di significare l'origine di una famiglia o discendenza, il termine latino stirpem, nella sua veste dotta, significava proprio famiglia di vegetali e radice come anche il suo allotropo sterpum.

Guardare quindi alla Stirpe significa guardare al Fondamento, all'Origine Primaria del Politeismo Autoctono Europeo, alle origini dell'Etenismo, scisso e protetto da qualsiasi concezione monoteistica












Immagine

*Tratta dall'archivio personale


Articoli e monografie on line

*Federico Pizzileo Vanatrù Italia

Sacro ed Etenismo la Custodia del Fuoco

*Joshua Rood

Heathen: Linguistic Origins and Early Context, 2008


Bibliografia

*Laugrith Heid

La Stregoneria dei Vani

Anael Sas Edizioni 2015

*Alinei Mario Benozzo Francesco

DESLI Dizionario etimologico-semantico della lingua italiana

Pendragon 2015

*Cortellazzo Manlio Zolli Paolo

DELI Dizionario Etimologico della Lingua Italiana

Zanichelli 2021

*AA.VV.

Lo Zingarelli 2022

Zanichelli 2021


Sitografia

*tommaseobellini.it

*etimo.it

*treccani.it

mercoledì 29 settembre 2021

E' davvero importante solo il tempo del fare?

 


La nostra esperienza umana si sviluppa in virtù di due elementi: lo spazio ed il tempo che di fatto incorniciano il nostro vivere. In assenza di uno di questi due elementi è come vagassimo senza un'effettiva coscienza dell'esistere. Ma ognuno di noi conosce quanto le nostre giornate siano piene di un agire che spesso non permette. Quando realizziamo questo diveniamo consapevoli di quanto la nostra vita ci regali l'illusione di sentirci vivi solo se sovraccarichi di impegni, di cose da compiere. Ma c'è oltre al tempo cronologico, anche un tempo psicologico. 

Il primo può svuotare o riempire sia i sentimenti che l'esperienza umana in generale. Il secondo è invece il tempo interno, il tempo dell'ascolto, quell'ascolto che non ho potuto regalarmi per lunghi anni - o almeno non per come avrei voluto e necessitato - ed al quale il mio corpo mi ha obbligata in qualche modo negli ultimi nove mesi. Non è stato un tempo di ozio, ma un tempo vacuo, in cui la vacuità – che non è il niente - ha avuto ed ha la capacità di contenere in sé una (nuova) creazione, che percepisco ancora in fase primaria e per certi aspetti latente, ma che osservo e dalla quale al contempo attingo per rinascere a me stessa. Il vuoto può fare paura, ma a quella paura ho guardato con la consapevolezza di chi conosce essere l'unica strada per dare al tempo una sua lettura, che si discosta completamente dai trastulli e dai vari divertimenti (o pseudo tali), con i quali quasi compulsivamente siamo abituati a pensare di combattere il dolore, la sofferenza, la mancanza. Il vuoto richiede nella sua infinità capacità di trasformazione e rinnovamento la forza dell'attesa, non intesa come ansiogena aspettativa o speranza ma come ferma osservazione di ciò che sorge. 

Ed è in questa visione che io ritorno a scrivere, e che vi narrerò soprattutto dove in questi ultimi dodici mesi quella vacuità creatrice e che dà forma mi abbia condotta, e che comunque anche in questo silenzio è sempre stata connotata da uno sguardo alla ricerca oltre che alla lettura di trame che arrivavano a me inaspettate. Oggi il tempo psicologico si accompagna al tempo del fare, in quel tempo che i Greci definivano Kairos, il tempo opportuno, che diviene tempo di qualità per manifestare qualcosa di quella rigenerazione così profonda ancora in atto.

Mia madre un giorno parlando della mia vita osservò: 'Questa tua vita è scandita da morti interiori e rinascite continue. Mai come in te, ho visto morire e rigenerarsi dalle proprie ceneri.'

Ed è, ancora una volta, da quelle ceneri che ritorno alla scrittura ed a chi amerà leggermi.




* Immagine 

Tratta dall'archivio personale. Tramonto in Salento

domenica 27 settembre 2020

Nella Morte e Oltre di Essa




'Non vorrei che questo 2020 si portasse via mamma' Questo sorse in me nel pomeriggio del 3 gennaio e questo dissi a chi mi era vicino, una sensazione pulita, nitida, tranchant, e mai lo hai saputo. Tu stavi ancora benino e nulla faceva presagire che quello che avevo sentito, ancora una volta si sarebbe verificato con tanta puntualità, seppur io non lo volessi.

Quando giunge la Morte, quella fisica e reale, quella che disgrega il corpo, vorrei che il vuoto fosse colmato dal ricordo.

Ricordo luglio quando nella casa pulita ed intonsa, tu appena lavata e profumata di olii che dovevano idratare il tuo corpo stanco, percepii la Sua presenza, in una maniera quasi fisica e mai provata prima e poi un odore di marcescenza mista ad una dolcezza acre e nauseabonda. Capii che Lei si avvicinava, che prima di quanto immaginassi ti avrebbe condotta nel Suo Mondo.

L'estate hai provato freddo sempre, dicevi di avere solo freddo per quanto strati di lana ti vestissero da testa a piedi, quando fuori le temperature bollenti segnavano picchi e dicevi di avere estremità gelate mentre così non era. Comprendevo che Lei era già nella tua Anima e quello che sentivi era la Sua Presenza sempre più vicina.

Ti ho affiancata in lunghi anni di sofferenza, tempo che a quasi nessuno è concesso. Tu devastata da un male per il quale ti avevano dato pochi mesi di vita, hai vissuto quasi otto anni. Da tre non avevi nessun supporto farmacologico, nessuna terapia, a parte la morfina giornaliera con la quale convivevi da oramai sei anni. Impossibile vivere in quelle condizioni così, dicevano, eppure tu hai sconvolto anche la Medicina, la Scienza che non trovava ragioni utili a giustificare la tua vita.

Ricordi quando ti lavavo e poi baciavo la tua pancia avvizzita e rugosa, e tu mi dicevi 'Ma cosa fai?' ed io ti guardavo con gratitudine e ti dicevo 'Bacio la mia prima casa terrena' e ti facevo sorridere?

Ricordi quando ti guardavo, tu seduta in poltrona ed io in interminabili ore di fronte a te sulla sedia a vegliarti e ti dicevo 'Sei bellissima!' e mi chiedevi quale fosse la mia visione della Vita quasi a cullarti di essa?

Ti rispondevo che questa società ha fallito e la dimostrazione è sotto gli occhi di tutti. Che il mio Credere contempla comunità dove ci si affianca e la vecchiaia è un valore aggiunto, ma che può essere vissuto come tale, solo da chi coeso ne condivida anche l'onere perché la solitudine che ho provato sulla mia pelle per lunghi anni, nel prendermi cura di te, di fatto non vivendo io, ha scavato solchi profondi. Anche se come dicevi 'Tu da sempre accompagni tutti nella Morte' ed io sapevo sin dall'inizio che gli Impegni hanno un prezzo che talvolta è altissimo.

Sapevo che quella discesa sarebbe stata sempre più impervia, sempre più difficile, che l'aria sarebbe diventata più rarefatta, e che ad un certo punto avresti dovuto proseguire da sola, come tutti.

Ti ho accompagnato sino a poco prima della Soglia, tu con cui rimarrà sempre quella telepatia che sin da quando ero bambina ci ha sempre accompagnate. Ricordi? Ogni tanto senza preavviso una diceva esattamente ciò che l'altra pensava e questo capitava più volte alla settimana, da sempre.

Noi così distanti per mentalità spesso eravamo in contrasto, tu per la quale una donna può esistere solo in relazione e come ombra di un uomo, figlia della mentalità che ti aveva cresciuta. Io con un'indipendenza mentale che a te spesso arrivava come uno schiaffo in pieno volto.

'Non si può sempre dire la Verità' mi dicevi, e quanto non comprendevi perché sin da bambina quando dicevi una bugia io ti chiedevo candidamente e di fronte a tutti ' Perché dici una bugia?' e tu da sotto il tavolo scalciavi a zittirmi ed io rincaravo con 'Perché mi tiri calci?'. Mi hai poi osservata in questo Mondo in cui cerco di affiancare il più possibile Vero, con ammirazione da una parte e sempre non comprendendo dall'altra, il perché io non sentissi il bisogno di piacere a tutti i costi, tu che hai sempre cercato il plauso altrui.

Bada bene Mamma, non sto dicendo di essere stata una figlia perfetta, ammesso che esistano figli o genitori tali. Come dicevo sempre io 'Non ce lo danno mica il manuale di comportamento da figlio e da genitore, quando nasciamo' strappandoti un sorriso.

Io quella schietta, per te troppo, che figlia del bianco e del nero ho lavorato anni per cercare dentro e fuori di me sfumature di colore ma anche quella del 'non stiamocelo a raccontare' perché poi Mamma l'Affetto quello vero, quello con la A maiuscola è roba rara anche fra genitori e figli e giusto per il non stiamocelo a raccontare, me lo hanno dimostrato le decine di anziani soli ed ammalati incontrati negli anni, perché i figli lavorano e hanno le proprie vite, e se non sono utili a fare i nonni che peso diventano.

Perché come dicevi io sono quella sensibile, ma nella mia infinita sensibilità quella maledettamente profonda, di quella profondità che tu stessa sebbene con ammirazione facevi fatica a comprendere, perché spesso e paradossalmente appare astrusa nella sua semplice essenza.

La dolcezza per me è cura, attenzione sensibile, mai nauseabonda melensaggine che non ha concretezza. E la concretezza ha un piglio deciso che spesso può anche intimorire.

Lo stesso timore misto a stupore che ti suscitavo quando ti dicevo le cose guardando nel vuoto. E quelle cose che puntualmente si verificavano. 'Non è facile la tua Vita!' mi dicevi e poi ' Vedere, che onere! Come fai a reggerlo?' Ed io ti rispondevo che lo puoi fare solo cercando di farlo con onore nei confronti di questo passaggio terreno e con senso di servizio verso ciò che c'è di molto più articolato, per definirlo così nell'Oltre.

Mi fa sorridere che in questi due giorni mi sono ritrovata a rincuorare io persone singhiozzanti che non accettano che tu sia andata, mentre io chiedo loro di lasciarti andare.

In questa vita mi rendo conto che sono stata più io la madre e tu la figlia, oggi affianco per come so Elena che non è più. Oggi che non sei più quel corpo freddo pur ancora a cavallo fra questa dimensione e l'Altra, ti accompagnerò perché tu abbia pace. Sei ancora legata a questa fase terrena ma spero tu possa acquisire consapevolezze nuove, che il tuo Nuovo Viaggio possa arricchirsi di questo appena terminato e che la Saggezza delle nostre Antenate e dei nostri Antenati possa supportarti.

Sei andata nel sonno, da giorni lucidamente chiedevi 'Come si fa a morire?'  

Ti ho detto che non c'era un modo ma che visto che la dignità dell'essere non c'era più avrei pregato secondo ciò che vivo, e così giovedì sera ho fatto. Hai avuto la più bella Morte, quella che tutti ci auguriamo. Nel sonno e senza dolore alcuno, il tuo corpo stanco e consumato è spirato poche ore dopo ciò che avevo chiesto e che tu desideravi.

'Ti voglio bene' - mi hai detto pochi giorni fa - 'E credo che tu nel profondo sappia quanto'.

'Anche io, come sempre nel mio modo essenziale e complesso.'

Quello rimane, come quello che ho fatto scrivere nella tua epigrafe


Le Mamme sono.

Ovunque siano.

Le Mamme sono e restano.

Per sempre.


Vai pur restando, buon viaggio Mamma.



sabato 13 giugno 2020

Il Nano Venediger di Villanders — Villandro (Eisacktal — Valle Isarco)





Tutti lo conoscevano in paese, puntualmente con l'estate arrivava anche lui, vestito con una giacchetta rossa e dei pantaloni celesti, il piccolo ometto dal singolare aspetto, compariva all'improvviso fra gli immensi prati dell'Alpe. Guardando un pastore tirare piccole pietre al bestiame per tenerlo unito al pascolo e per scoraggiare alcuni animali ad allontanarsi, gli urlò “Quei sassi, quelli che butti dietro alle tue bestie, valgono più di tutta la mandria”.


Lui le conosceva le pietre e meglio conosceva i metalli preziosi in esse custoditi. Era gentile e disponibile il piccolo ometto, si fermava di fronte alle povere persone e tirava fuori da una tasca che sembrava non avere fondo pepite luccicanti d'oro e le regalava, lasciando spesso coloro che le ricevevano senza parole di fronte a tanta generosità.


Il mattino di buon'ora si metteva in cammino, lo si poteva trovare spesso lungo un percorso che si inerpicava sino ad un punto che si chiamava Oaglas Bleis, lì metteva un secchiello sotto una fontana da cui sgorgava limpida acqua di montagna e se ne andava. Passava poi in autunno a ritirare quel secchiello e se ne tornava da dove era venuto.


Su quel prato c'era sempre un pastore con le sue capre, un giorno il Venediger gli fischiò per attirare la sua attenzione e gli disse Hei tu! Sei qui per tutta l'estate fino a che le tue bestie non rientreranno nella stalla. Come puoi vedere, ho messo un secchiello sotto quella fonte, ti chiedo di non toccarlo e di tenerlo d'occhio. In autunno potresti portarlo sino a Venezia dove abito?”


Fatta questa richiesta lasciò al pastore indirizzo e le indicazioni su come raggiungerlo e gli promise una lauta ricompensa, detto ciò scomparve dall'Alpe. Il pastore era attonito, non era riuscito a contare sino a cinque che il piccolo ometto non c'era più.


Arrivò l'autunno ed il secchiello messo sotto la fontana era colmo di polvere gialla, lo prese e si mise in viaggio verso Venezia. Non aveva mai abbandonato le sue montagne, non conosceva il mare e la bellezza della città lagunare. Quando arrivò iniziò a girare per le calle, aveva l'indirizzo della casa dove dirigersi, ma sebbene avesse anche cercato indicazioni da alcuni passanti incontrati, faceva fatica a orizzontarsi il quel dedalo di viuzze, lui che era abituato alla sconfinata montagna.


Ad un tratto però fu richiamato dalla voce di un uomo, affacciato dalla finestra di una ricca casa. Il pastore salì e consegnò il secchiello, il Nano gli chiese quale ricompensa volesse, ma l'uomo semplice borbottò qualcosa, ed il Nano capì che non aveva pretese l'uomo, così gli donò 200 Gulden. Il pastore non credeva ai suoi occhi, il Nano però lo colpì ancora di più dicendogli che alla fontana dell'Alpe la polvere gialla d'oro originava da una radice profonda, e che se non gli avesse portato quel secchiello lo avrebbe ucciso.


L'onestà del pastore era stata molto apprezzata dal Nano che gli chiese se voleva vedere cosa facevano e come stavano sua moglie ed i suoi figli, cosa facessero mentre lui era lontanoPrese così il suo specchio magico ed il pastore vi guardò dentro, vide la sua famiglia a giorni di cammino da lui, che mangiava minestra e serenamente attendeva il suo ritorno. Il suo senso di stranezza aumentava verso il Venediger, chi era quel piccolo uomo che conosceva dove trovare oro da una fontana e che disponeva di uno specchio magico? Ma non sapeva ancora che la sua profonda lealtà ed il rispetto dell'impegno preso sull'Alpe nell'estate precedente, gli avrebbe serbato la sorpresa più grande.


Salutò il Venediger e si rimise in camino sulla via di casa, quando vi giunse trovò tutte le sue capre con i denti d'oro. Quello fu il grazie del Venediger, l'uomo che avrebbe potuto ucciderlo per mancanza di rettitudine, o renderlo ricco di fronte alla sua integrità.




Nota

La rinarrazione di cui sopra è tratta da una versione originale del 1642 di Matthias Burglechner, avvocato, storico, cartografo austriaco (Innsbruck 1573-1642) ripresa dallo Zingerle e poi dalla Dal Lago Veneri.

Il Gulden fu una moneta d'oro tedesca dal XIV sec. in poi. Successivamente divenne moneta anche di altri stati come Danimarca, Svezia, Polonia, e Paesi Bassi. (Fonte Treccani)










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*Tratta dal web, invaluable.com heinrich-schlitt-1849



Bibliografia


Bruna Dal Lago Elmar Locher, Leggende e racconti del Trentino-Alto Adige Newton Compton Editori, 1983

giovedì 11 giugno 2020

I Venedigermandln, i Nani Veneziani della Tradizione alpino-dolomitica






In questa disamina affronteremo una particolare razza di Nani, in un viaggio che unisce più luoghi e regioni alpine italiane ma non solo, perché la tipologia che ne andremo a conoscere la si ritrova in province diverse del nord est, e ci riporta, sebbene le ambientazioni di molte leggende siano relativamente recenti, ad una stirpe che era molto abile nella lavorazione dei metalli, i Venetici, prestigiosa popolazione indoeuropea, citata da Omero nell' Iliade ed i cui riferimenti si ritrovano pure in molti autori classici. Infatti i piccoli esseri di cui tratterò uniscono una figura tradizionale della leggenda quali i Nani appunto, mescolata ad uno degli aspetti, comprovato storicamente e legato ad una delle più peculiari tradizioni ed abilità degli Antichi Veneti: la metallurgia.


Indagando alcune sfaccettature storiche di ambito venetico, i tasselli di un puzzle che a primo acchito sembrava non avere una forma, hanno assunto invece tratti precisi e circostanziati che evidenziano come il nome con cui sono giunti sino a noi, non riporta, sebbene molte leggende ne parlino, alla città di Venezia in sé, piuttosto quanto ai suoi antichi abitanti ed alla loro abilità nell'estrazione e lavorazione delle rocce metallifere. Nelle differenti versioni, sono chiamati con nomi diversi ma che foneticamente evocano e richiamano la città lagunare: sono i Venödiger o Venediger, denominati anche Venedigermannlein o Venedigermandl in Tedesco, mentre in Italiano sono semplicemente conosciuti come i Veneziani o gli Ometti di Venezia.


La questione che ha destato la mia curiosità quando ho analizzato le aree della Ahrnatal-Valle Aurina sotto questo aspetto leggendario, è come fosse stato possibile che il termine veneziano fosse stato attribuito a questi esseri leggendari narrati in luoghi così lontani dalla città lagunare. Un'analisi storica e in particolar modo linguistica attinta da Alessandro Mocellin docente di Lingua Veneta, mi ha supportato in tal senso. Veneti è l'etnonimo con cui da sempre la popolazione è denominata, e Venezia che oggi è il nome dell'attuale capoluogo di Regione, originariamente definiva la totalità del territorio relativo alla Civiltà Venetica. Riporta infatti lo stesso Mocellin: “Se avessimo chiesto al primo Imperatore Romano, Caesar Octavianus Augustus chi fossero i Venetiani, ci avrebbe probabilmente detto che sono gli abitanti della regione Venetia.” 

Innanzitutto bisogna parlare dell'estensione dei territori venetici che a cavallo dell' Età del Bronzo - inizio secondo millennio a.C. - quando si insediarono in territorio lagunare e l'Età del Ferro, periodo di massima espansione, subirono variazioni fino ad includere tutta la Regione come propriamente la conosciamo oggi, oltre la Lombardia orientale, il Friuli con i territori della Livenza e del Tagliamento, la Venezia Giulia e l'Istria tanto che nel 31 a.C si costituì con la romanizzazione del Popolo dei Veneti la X RegioVenetia et Istria.


Sebbene oggi la tesi sostenuta da Erodoto che considerò i Paleoveneti originari da una filiazione Illirica, sia stata scardinata totalmente a favore di quella che li vede originari della Paflagonia, regione anatolica della Turchia affacciata sul Mar Nero, i Paleoveneti territorialmente furono estremamente vicini all'area balcanica abitata dagli Illiri, popolazione che si stanziò per prima in Ahrntal-Valle Aurina (ancor prima dei Celti) e che oltre alle influenze per vicinanza territoriale in area balcanica, entrò in contatto con gli Antichi Veneti anche a seguito dei commerci alla ricerca di materie prime ed alla diffusione e vendita delle situle, i famosi vasi potori peculiari della Cultura Venetica. Secchi che costituiti di lamina in bronzo venivano lavorati sapientemente a sbalzo a cesello, dando luogo ad opere di rara bellezza, che fortunatamente in molti casi sono giunte sino a noi. Questi tratti portano a pensare alla trasmissione di modelli culturali che non si riverberarono solo in una acculturazione reciproca che incluse anche e principalmente i Celti dell'area alpino-dolomitica, ma che per come i racconti sono giunti sino a noi, abbiano influenzato anche la narrazione di una delle figure cardine della miniera, i Nani appunto.


Di origine divina, i piccoli uomini che nascono dalla pietra, assumono peculiarità tipiche del piano metafisico. Così come appaiono non si sa da dove, possono scomparire alla stessa maniera. Giungono con la primavera e ritornano da dove erano venuti in autunno. Sanno trovare vene metallifere, così come se non rispettati le occultano nuovamente nelle profondità della terra, esaurendo di fatto l'opportunità estrattiva.


Sono fondamentalmente molto socievoli e gentili, chiedono ospitalità nei masi, e laddove la trovano, offrono al pastore ed alla sua famiglia benessere e ricchezza. Guardiani dei tesori che originano dal più profondo della montagna, conoscono i minerali e le gemme, sanno estrarli ed in questo si pongono come conoscitori e trasmettitori dell'attività mineraria. Poiché la loro competenza è senza limite, la loro Arte si completa nella fusione dei metalli e nella loro forgiatura, in quanto sono anche abili fabbri.


Se appunto come visto sopra sono cordiali di norma, possono divenire anche punitori di alterigia e mancata fiducia, possono infliggere castighi ad intere comunità, o creare le cause per la morte del minatore o dei minatori che non si siano comportati in maniera onesta. Si dimostrano in grado così di lanciare maledizioni, anche e specialmente nei casi in cui siano torturati per carpire i loro segreti, come emerge in alcuni racconti. Dispongono di uno specchio, che permette di vedere cosa accade anche lontano da loro nel tempo e nello spazio. Ma anche di una sfera attraverso la quale riescono ad individuare la posizione di una vena metallifera.


Se la figura del Nano a qualsiasi latitudine è connaturata ad aree dedite ad estrazione mineraria, quella del Venediger la troviamo peculiarmente in aree ben precise: in talune descrizioni nelle miniere di Calisio nella parte orientale di Trento dove però cambiano provenienza divenendo i Nani Lombardi (sempre in richiamo a parte di quella che fu territorio dei Venetici); anche nell'area di Trambileno che confina con la Vallarsa, area cimbra, come quella degli Altipiani di Folgaria, Lavarone e Luserna, dove leggende parlano di certe piazze di Venezia, con riferimento a queste piccole creature mitologiche della montagna; numerosi sono pure i riferimenti nella Valle germanofona dei Mocheni, sempre in Provincia di Trento. Loro tracce le troviamo anche nelle leggende in un piccolo ed isolato cantone della Svizzera orientale il Kanton Glarus-Cantone Glarona, in Austria nel Land della Kärntern-Carinzia. In Provincia di Bolzano nelle aree della Villanderer Alm-Alpe di Villandro, fra Barbian-Barbiano, Sarntal-Sarentino, Klausen-Chiusa; St. Vigil in Enneberg- San Vigilio di Marebbe in Gadertal-Val Badia, ma la zona in cui abbiamo maggiore traccia di questa tipologia di Nani è l'area tirolese e sudtirolese di cui fa parte la Ahrntal-Valle Aurina, dove il Venediger diviene eponimo del Venedigergruppe-Gruppo del Venediger negli Hohe Tauer-Alti Tauri, con la sua cima più alta il Großvenediger (3674 metri).


Il loro abbigliamento varia a seconda dei racconti, fondamentalmente il loro colore preferito è il rosso, con possibili varianti in verde o grigio. Il loro abito è costituito da lunghe giacche e pantaloni aderenti, che in talune versioni sono celesti. Indossano un cappello a punta ed un grembiule in cuoio esattamente come i primi minatori.














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*Tratta dall'archivio personale. Venödiger, Museo DoloMythos Innichen-San Candido (BZ)


Bibliografia

*Banzato D. (Cur.) Veronese F. (Cur.)Venetkens.Viaggio nella terra dei Veneti antichi(Catalogo della mostra, Padova 6 aprile-17 novembre 2013), Marsilio 2013 

* Brunamaria Dal Lago Veneri, Alto Adige Südtirol. Una guida curiosa, Edition Raetia 2016

*Dino Coltro, Gnomi, anguane e basilischi, Cierre Edizioni 2012

*Lucillo Merci, Le più belle leggende dell'Alto Adige, Manfrini Editori 1989

*Umberto Raffaelli, Leggende, fiabe e figure immaginarie delle Dolomiti, Editoriale Programma 2019

*Giuseppe Sebesta, Fiaba-leggenda dell'Alta Valle del Fersina e carta d'identità delle figure di fantasia, Museo Provinciale degli usi e costumi della Gente Trentina 1973


Sitografia

*cfr.Trumusiate Sainate la Divinità del Santuario di Lagole di Calalzo (BL)https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2016/03/trumusiate-sainate-la-divinita-del.html

*https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.com

*https://venetostoria.wordpress.com

*http://instoria.it

*www.archeoveneto.it





mercoledì 10 giugno 2020

Aspetti folklorici della montagna quale varco ctonio, come introduzione ai suoi abitanti per eccellenza, i Nani







Il racconto leggendario, specie in ambito dolomitico e alpino si confronta molto spesso con quelle che rappresentano gli elementi più visibili, poiché le più imponenti in ambito montano, cioè le alte vette. Se nella loro parte distinguibile si protraggono verso il cielo, attraverso aperture fungono da accesso al mondo sotterraneo, abitato da guardiani, che in ambito folklorico assumono non solo il ruolo di protettori dello spazio-montagna in quanto numinoso, ma quello di protettori e difensori dei tesori che in essa sono custoditi.

La montagna, diviene così, il luogo dove si possono trovare pietre e metalli, ma anche il contenitore dove può avvenire una trasmutazione, manifestazione di un vero e proprio processo esoterico, approcciando il quale si ha l'accesso ad un piano di Conoscenza più ampio. 

Il tesoro è quindi non solo metallifero o minerario per ciò che riguarda il visibile, ma da un punto di vista più sottile è la manifestazione di un qualcosa profondamente trasformativo a livello interiore.

Nella narrazione, sebbene questa matrice si sia tramandata in modo fedele, il tesoro è però divenuto esclusivamente materiale, con grotte le cui pareti sono di diamante o di cristallo di rocca oppure deposito di immense quantità di argento, oro, e gemme dall'inestimabile valore.

La montagna-utero si manifesta così come Regno dell'Aldilà, dotato di tutte le peculiarità proprie di un luogo di potente trasformazione, per chi la sappia avvicinare con un adeguato atteggiamento connotato da profondo rispetto. La non accettazione di questo principio comportamentale, fa sì che che la ricchezza materiale e conoscitiva possa trasformarsi in un funesto epilogo.

Il varco per eccellenza che offre l'accesso alle profondità della montagna è la miniera, ed è in particolar modo a questo luogo che guarderemo nell'analisi delle figure che inscindibilmente ad essa sono collegati: i Nani.












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*Tratta dal web, Andrea Berto verticalemotions.blogspot.com
La magia delle Tre cime e del Monte Paterno durante le notti di luna piena









martedì 31 marzo 2020

La leggenda del toro e del crocifisso (Prettau — Predoi, BZ)





Si narra che un tempo, a Krimml una località del Pinzgau, oltre gli Hohe Tauern-Alti Tauri, si tenne l'annuale festa contadina con tanto di tiro al bersaglio, riguardo questa sagra soprattutto si parlava di un grande premio per chi avesse ottenuto il migliore risultato. Quella notizia arrivò anche a Gunter, un ragazzo della zona di Prettau-Predoi. Lui spavaldo, usava andare in giro per le locande a magnificare quanto fosse abile a sparare, quando un giorno un oste gli disse quasi in tono di sfida: “Gunter, ci sarà a breve la festa contadina del Pinzgau, quella che si tiene tutti gli anni, ma quest'anno dicono che il primo premio sarà particolarmente ricco, un toro!”- Gunter ascoltò con interesse, poi esordì “Quel toro sarà mio, del resto sono un provetto tiratore, cosa ci vorrà mai per vincerlo e per portarlo nella mia stalla? Un toro non potrebbe che essermi utile per il lavoro nei campi”. Nel tono della sua voce i suoi modi, ancora una volta, erano emersi in tutta la loro arroganza, per la quale era conosciuto da tutti.

1. Cranio di bovino esposto su stalla con funzione apotropaica, in località Kasern-Casere


Dopo pochi giorni si mise così in cammino verso l'area del Pinzgau, sapendo che avrebbe dovuto percorrere il Tauernweg- Sentiero dei Tauri e soprattutto oltrepassare le creste che separavano le vallate; certo, sarebbe stato più sicuro condividere il percorso con qualche conoscente, ma non voleva eventuali rivali e così salutata la famiglia si mise in viaggio.

Lungo il sentiero si imbatté nella chiesetta di Heilig Geist-Santo Spirito ai piedi del Dreiherrenspitze-Picco dei Tre Signori, meta privilegiata anche e soprattutto da chi decideva di oltrepassare le alte vette ai piedi delle quali si adagiava il piccolo luogo di culto, ma Gunter sebbene venisse da una famiglia estremamente religiosa, non si sentiva affine a nessun discorso di tipo spirituale e la sua fede era inesistente. La sua spavalderia così lo porto ad oltrepassare la cappella, ed a lasciarsi alle spalle i posti dove viveva.

Non molto lontano da quella stessa piccola chiesa era stato collocato un Cristo in croce, la cui immagine doveva accompagnare chi si sarebbe trovato a scalare poco dopo le alte vette che lo attendevano. Ma per Gunter l'immagine di quel Cristo non rappresentò altro che un bersaglio utile a mostrare a se stesso, la sua abilità traboccante della sua nota presunzione. Prese la mira e partì il primo colpo dal fucile, poi un secondo, quindi un terzo. Soddisfatto del suo gesto, Gunter pensò che poteva rimettersi in viaggio e così fece, arrivando a destinazione anche prima di quanto avesse previsto. Il mattino dopo vi sarebbe stata la festa contadina e lui già pregustava una vincita ai suoi occhi certa.

Vi fu la manifestazione, e nelle gare che si susseguirono Gunter sbaragliò ad uno ad uno i vari tiratori che si avvicendavano durante la gara. Alla fine, fu il vincitore, acclamato dalla folla che era venuta ad assistere alla competizione. Un premio importante ed imponente lo attendeva. Uno splendido toro che come promesso avrebbe portato nella sua valle, e che all'interno della sua proprietà lo avrebbe aiutato nei lavori agricoli. Si misero sulla via della ritorno, lui davanti e legato ad una corda il toro che lo seguiva. Il viaggio di ritorno si mostrò più lungo del previsto, visto che l'andamento cadenzato e lento dell'animale non permetteva il passo spedito che Gunter aveva tenuto all'andata.

L'idea di mostrare il suo trofeo agli amici ed alla borgata intera, gli rese il viaggio di rientro più gradevole di quanto potesse immaginare. Arrivato di fronte al crocefisso sul quale aveva scaricato tre proiettili del suo fucile lungo il tragitto dell'andata il toro si bloccò, non ci fu verso di farlo avanzare. Gunter iniziò ad innervosirsi ed a tirarlo per la corda che lo teneva legato per il collo. L'animale improvvisamente mutò lo sguardo che si era fatto terrificante ed incornò con un solo colpo di testa Gunter.


2. Copia del crocifisso-reliquia di cui si parla nella leggenda e trafitto da tre proiettili, custodito nella Chiesetta di Heilig Geist – Santo Spirito

Il corpo del giovane rimase a terra, sino a quando pochi giorni dopo, su invito degli anziani genitori, alcuni uomini del villaggio si misero in cammino per vedere se fosse successo qualcosa lungo la strada, dato che il giovane non era ancora rientrato. Si incamminarono non pensando minimamente di poter trovare Gunter morto.

Quando a loro si presentò lo spettacolo che si trovarono davanti erano increduli e sgomenti. Il toro che Gunter era andato a vincere era impazzito e poco distante il loro amico infilzato dal toro giaceva al suolo, di fronte al crocifisso forato da tre colpi di arma da fuoco.

Si racconta che più e più volte si tentò di tappare i fori con del legno che restaurasse l'opera, ma i tasselli apposti cadevano sempre a terra da soli, da quel momento il crocifisso fu riconosciuto come oggetto sacro.


3. Veduta dell'insieme dell'altare e della collocazione del crocifisso all'interno della chiesetta



Nota

La leggenda arriva a noi in un'unica versione raccolta dal lavoro dello scrittore locale Konrad Steger, che l'ha registrata fra quelle raccolte in Ahrntal – Valle Aurina e facenti parti di un patrimonio orale e tramandato di generazione in generazione. Nella versione ufficiale il tiratore non ha un nome specifico, che invece io ho deciso di attribuirgli.

Il Cristo posto lungo il percorso della leggenda in effetti una volta era situato non lontano dalla Malga Prastmann Alm e ci riporta ad altri luoghi ed agli oramai noti capitelli in cui il Cristo in croce è l'elemento principale e nei quali nelle aree rurali sappiamo essere dislocati nei pressi o lungo tracciati che in questa Regione erano riconosciuti come pre-cristiani e quindi in qualche modo da riconvertire anche solo con un'immagine, in quanto con fondata probabilità e data la loro conformazione territoriale - per la presenza di elementi peculiari quali: fonti o corsi d'acqua, aree paludose, pietre dalla tipica conformazione, aree rituali, aree adibite a necropoli, e comunque tutte zone riconducibili ad antiche pratiche politeiste - furono nei millenni passati aree dalla forte componente ritualistica.

Il crocefisso con i fori ben visibili oggi è esposto nella chiesa di Heilig Geist-Santo Spirito, o meglio quello conservato è la copia di quell'originale a cui farebbe riferimento la leggenda e che è conservato nella parrocchiale di Prettau-Predoi dedicata a San Valentino. Viene portato, in quanto considerato sacra reliquia, in processione a maggio verso Ehrenburg-Casteldarne nella Processione della Kornmutter-Madonna del Grano.

Il toro, simbolo di questa leggenda, ha sicuramente un simbolismo complesso, di cui non approfondirò in questa sede ma di cui vorrei evidenziare alcuni tratti. Condivide il simbolismo della mucca, riportando ad una Cultura di stampo primordiale e matriarcale. Nell'Antica Europa questo animale era sacro alla Dea di Morte e Rigenerazione e rappresentava fondamentalmente il suo potere rivivificante. Nel contesto analizzato potenzia il significato già analizzato dell'area di Heilig Geist- Santo Spirito e della Madre di Morte e Rinnovamento presente nei vari elementi valutati nell'articolo dedicato a questa chiesa.





Immagini

*Tratte dell'archivio personale


Fonti locali

*Konrad Steger, Raccolta fonti orali di Valle Aurina

*Hans Fink Sul leggendario mondo della Valle Aurina. Contributi storici locali.

*Ed. speciale 'Der Schlern' n°7/8 1978 Qui raccontiamo storie della Valle Aurina. Opuscolo della classe 3E della M.S. St. Johann 1989/1990


Sitografia

*cfr. Il potere della pietra, un antico luogo di culto litico Heilig Geist im Ahrntal-Santo Spirito in Valle Aurina (Prettau-Predoi BZ)