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martedì 13 agosto 2019

Cronaca di uno scempio annunciato





Mancano pochi giorni ad un evento che qui, abitanti, turisti ed organizzatori attendono da mesi e che lascia l’amaro in bocca, sembra solo alla sottoscritta, ben prima del suo verificarsi; sto parlando del Jova Beach Party 2019, che si terrà a Kronplatz-Plan de Corones il prossimo 24 agosto. Sono stati venduti 25.000 biglietti, un numero inimmaginabile di persone che verrà anche da fuori Provincia per assistere ad un evento unico, fra le date di questa serie di concerti estivi di Jovanotti tenuti sulle spiagge italiane, con l’unica eccezione montana del tour.




Kronplatz-Plan de Corones è un monte Sacro, con la maiuscola, di quel Sacro che se comune a tutta la Natura, connota però alcuni luoghi come speciali e di cui molti organizzatori per primi non sembrano curarsi, in nome del business e del guadagno facile e di massa.




Il 17 marzo di questo 2019, la serie di concerti in quota è iniziato con Tom Walker, che radunò 10.000 fans e per il quale pensavo ad un approccio soft in uno dei luoghi più belli delle Dolomiti. Per approccio soft intendo ad esempio, quello che da trentanove anni porta il giorno di Ferragosto l’Orchestra Bruni di Cuneo, sulle montagne cuneesi, in un concerto atteso da molti appassionati di musica classica e montagna, evento trasmesso anche dalla Rai che permette di condividere un evento ad alta quota, anche per chi non abita nella Provincia piemontese; o come nella rassegna dolomitica trentina, I Suoni delle Dolomiti, che dal 1995 porta in tour attraverso le Valli della Provincia di Trento, musicisti e cantanti che si esibiscono in paesi, piazze, presso malghe e rifugi, in maniera semplice ed essenziale, come semplice ed essenziale è la montagna.




I concerti su Kronplatz non sono una novità in effetti, i 2275 metri della famosa cima pusterese ne ha già visti alcuni sparsi negli anni, a partire dal 1995, e che portarono anche Zucchero nel 1996 con un seguito di 23.000 fans e tanto di riprese con elicottero. I concerti del 1995, 1996, 1998, 2018 ed in ultimo quello di Tom Walker hanno però un comune denominatore, si sono tenuti in pieno inverno (marzo in alta montagna significa ancora gelo e neve). La data di Jovanotti quindi crea un precedente nella stagione estiva, quando tutti gli animali abitano i boschi e molti non sono certo in letargo come nella stagione fredda.

Non seguo il cantante romano, e non so su quale base siano stati scelti i luoghi di questa serie di concerti, ma una cosa è certa, su un pianeta fragilissimo e vulnerabile, che registra giornalmente eventi distruttivi in Italia ed in Europa, eleggere come palco esclusivo, un’area che è tutelata come Patrimonio dell’Umanità, crea un divario insanabile fra ciò che la montagna è, i Valori di cui si nutre e questo nuovo di cui penso il peggio possibile.




Il primo ad insorgere contro questo concerto, salvo fare un passo indietro solo in questi ultimi giorni fu proprio Reinhold Messner, che ad aprile denunciò come portare un evento di queste dimensioni potesse essere solo lesivo della montagna, e che non aveva il potere di impedirlo ma se lo avesse avuto, sarebbe intervenuto, asserendo in controtendenza solo pochi giorni fa, che Jovanotti è un grande e spera di potergli stringere la mano.




Mi sorgono quindi domande, la questione non nasce dalla musica, ma dalla scelta di organizzare un concerto da stadio, in un luogo che tutto è meno che uno stadio.

E’ vero che su quel Monte convergono molte cabinovie, che fa parte di uno dei più grandi comprensori sciistici al mondo, che passano milioni di sciatori all’ anno, ma per quanto rumore possa esserci e per quante persone possano salire in cima, durante il tempo invernale, non sarà mai paragonabile alla follia rumorosa di un concerto che aggreghi migliaia di persone a cantare, ballare e saltare.

L’organizzazione ha ricevuto anche il sostegno, sempre a partire da aprile, del WWF che sul suo sito offre una pagina a sponsorizzazione dei concerti del musicista, in quanto dice che userebbe gli eventi per sensibilizzare il pubblico contro l’uso della plastica.
Già di fronte a tale affermazione sorgono tutte una serie di perplessità, che mi fanno interrogare su come il WWF possa affiancarsi ad un avvenimento che può solo creare immondizia ed inquinamento, titolando una pagina ‘Insieme a Jovanotti contro l'inquinamento da plastica’ che già pare una contraddizione in termini. Se da un punto di vista fisico, quanto gettato in terra potrà essere rimosso, da un punto di vista acustico e sonoro no. Penso ai boschi rigogliosi che si stendono lungo i versanti di quella montagna, ed a tutte le vette delle vallate intorno, agli animali che li popolano, alla violenza che subiranno.
Nei mesi scorsi Jovanotti ha risposto a Messner tramite Facebook, attraverso un post in cui asseriva "Quando dico che stiamo tenendo insieme un evento rock con l’equilibrio ambientale non lo dico tanto per dire, si tratta di mettere in campo tutte le conoscenze in questo ambito ed è quello che stiamo facendo, per mostrare un modo nuovo di fare le cose, non quello solito che giustamente preoccupa Messner. Il futuro non lo si affronta negandoci le esperienze ma immaginandone di nuove con nuovi mezzi".




In riferimento ad altre date del tour, mi sento solo di segnalare che l’uso di un simbolo come la Venere di Willendorf, che svettava dal palco di Praia a Mare, in provincia di Cosenza durante il concerto di pochi giorni fa, non va che ad aggiungersi ad una serie di incongruenze, che per chi in quel Sacro Femminino crede, non può che essere letto come un atto di oltraggiosa inconsapevolezza, la stessa che peraltro non fa tenere conto di ambienti naturali fragili, e che vengono valutati ed utilizzati solo per la loro bellezza paesaggistica.




Si potrà trovare qualsiasi modo o mezzo per realizzare nuove esperienze, per ritornare alle parole dell’artista, ma per quanto io in primis sia sempre stata una sostenitrice dell’esperire, credo ci siano dei limiti dettati dal buon senso, che troppo spesso vengono ignorati.  Gli eventi da stadio si devono tenere allo stadio, in arene,  in palazzetti o il luoghi preposti ad essi, e non in un Regno che si nutre di Silenzio, e che attraverso quello parla e comunica a chi ci si avvicina. Non c’è futuro ed esperienza che tenga dove la Natura ed i suoi abitanti vanno tutelati. Jovanotti, gli organizzatori, gli stessi abitanti locali che espongono striscioni inneggianti nell’attesa di quella serata, non sanno o forse hanno dimenticato che quel luogo, la Cima di Kronplatz, è un luogo denso di magia le cui radici si perdono in un tempo immemore; grazie ad un Mito importante e potente come quello dei Fanes, è arrivato sino a noi tramandandoci che quel luogo, che in Italiano suona come un comprensibilissimo Piano delle Corone, lega il suo nome alla figura della saggia Principessa Dolasilla, la Guerriera che lì fu incoronata, prima di cadere in battaglia e vedere la fine del suo Regno e del suo Popolo. E Lujanta la gemella che le sopravvisse e che una volta l’anno esce dalle viscere della Montagna nell’attesa che quel Regno di Saggezza e Pace ritorni, non può che assistere sgomenta a tutto ciò.













Immagini

* 1,2,3,4,5,6,8 Tratte dall’archivio personale

* 7 quotidianodelsud.it


Didascalie

* 1,2,3,4,5,6,8 Scorci da Kronplatz-Plan de Corones


* 7 La Venere di Willendorf appesa ai tubi verticali del palco del concerto di Praia a Mare (CS) tenutosi lo scorso 7 agosto.



Sitografia

*https://www.montagna.tv/139076/plan-de-corones-6-concerti-prima-di-jovanotti-lultimo-un-mese-fa/

*https://www.repubblica.it/cronaca/2019/04/07/news/messner_sfida_jovanotti_no_ai_concerti_sulla_vetta_-223461371/

*https://video.lastampa.it/spettacoli/l-alpinista-reinhold-messner-fa-pace-con-jovanotti-ci-stringeremo-la-mano-a-plan-de-corones-e-sara-tutto-a-posto/102119/102129

*https://www.adnkronos.com/intrattenimento/spettacolo/2019/04/08/jovanotti-risponde-messner_kUuqOE6fMBtFhS3Wm6fZGK.html?refresh_ce

*https://www.quotidianodelsud.it/calabria/spettacoli/2019/08/07/grande-festa-jova-beach-party-praia-mare-jovanotti-infiamma-fans?fbclid=IwAR0uk60Jmh7Jugweu00qSt-NZWzj5OM629X2bcdduVm4_7QpC9lQ4ofUpSE


*https://www.rainews.it/tgr/bolzano/video/2019/08/blz-Jovanotti-Beach-Party-Plan-De-Corones-25mila-persone-misure-sicurezza-a2d3a263-59d5-4bb2-954d-b02fc93a0a03.html?wt_mc=2.social.fb.redtgrtaabz_blz-Jovanotti-Beach-Party-Plan-De-Corones-25mila-persone-misure-sicurezza.&wt&fbclid=IwAR3_VjLBXI6L-Zx1vURb5Y6VGJvZjemgcBpXtoPE8vFQ5Xut3GMGyvmftDc

mercoledì 31 luglio 2019

Metti una sera d'estate a Schloß-Castel Welsperg con Elisa Manzutto e Judith Stoll








Metti una sera d’estate, avvolta dalla bruma che sale dal bosco e da una fine e persistente pioggia che cade da plumbee nuvole. Metti un castello medievale la cui parte più antica, il mastio, è datata 1126, e che sorge fra boschi di abeti; maniero che nella sua maestosa bellezza apre il suo portone al termine di un ponte che fu levatoio ed immagina una Sala, quella dei Cavalieri che anche in questo 2019 offre il suo palco ed i suoi dipinti dei Signori di Welsperg come cornice di incontri musicali, in un giubileo, quello trentennale che vede da sempre il Kuratorium Schloß Welsperg, impegnato nella salvaguardia ed offerta culturale.




Rappresentato con classe dalla Signora Brunhilde Rossi Agostini, che nell’introdurre la serata, ha sottolineato questo importante traguardo a cifra tonda, e di come da ben tre decenni il Kuratorium proponga a valligiani e turisti, nei mesi estivi, manifestazioni musicali e culturali in una rinnovata offerta che si sussegue di anno in anno.




Sabato 27 luglio, due artiste si sono cimentate in un repertorio, che ha avuto come asse portante due giovani Donne le quali hanno suonato arie e ballate scritte per Donne, da compositori che rientrano in quel filone definito celtico, ma anche più ampiamente folk, attraverso il quale sono stati raccontati sentimenti ed emozioni, che Elisa Manzutto e Judith Stoll hanno rappresentato magistralmente nelle quasi due ore di performance.


Di Elisa Manzutto all’arpa celtica, ne parlai già nell’articolo del luglio 2018 dopo il suo concerto solista che aveva affascinato l’intera platea. Triestina (1991), una formazione come musicista prima all’arpa classica successivamente a quella celtica a partire dal 2008, che l’ha portata a studiare e conseguire importanti traguardi anche nel Regno Unito. Annovera fra le sue esibizioni concerti in varie parti d’Italia. Iscritta alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Trieste è docente di arpa celtica presso l’Accademia di Musica Ars Nova di Trieste e presso l’International School sempre del capoluogo friulano.




Judith Stoll, una vera e propria rivelazione in questo Duo con Elisa. Nata a Innichen-San Candido (BZ), inizia a suonare sin da bambina il flauto presso la Scuola Musicale di Toblach-Dobbiaco, ma è a otto anni che il suo amore per il violino le fa scegliere questo strumento in via preferenziale. Dai suoi studi superiori al Liceo Pedagogico di Bruneck-Brunico si dedica a vari progetti musicali oltre allo studio del pianoforte. Dopo la Maturità nel 2014 supera l’esame per accedere all’Università di Innsbruck, iniziando al contempo un percorso di studi di pedagogia musicale al Mozarteum dove frequenta lezioni di violino, pianoforte e canto.
Con i colleghi universitari dà origine a progetti musicali di generi diversi favorendo la passione per la musica tradizionale tirolese oltre che folkloristica. Dal 2017 fa parte dell’Orchestra Universitaria di Innsbruck; insegna inoltre privatamente violino.


Dei tredici brani che componevano la scaletta, la maggior parte sono stati un tributo a Turlough O’Carolan (Irlanda 1670-1738), colui che  fu definito l’Ultimo Bardo. Divenuto cieco all’età di diciotto anni, a causa del vaiolo, visse una vita da arpista itinerante, componendo e suonando per i nobili del suo tempo, percorrendo in lungo ed in largo la sua Terra. La sua produzione fu ampia, contando circa 220 arie.





I brani introdotti in lingua tedesca da Judith ed in quella italiana da Elisa, hanno incluso fra gli altri pezzi:
Fanny Power composta prima del 1728 per la giovane Frances o Fanny che O’Carolan soprannominò The Swan of the Shore ( Il Cigno della Riva) in quanto la proprietà del padre si adagiava lungo la riva di un lago chiamato Lough Riadh.
Greensleeves di cui la leggenda narra che fu scritta da Re Enrico VIII, noto ai più per le sue vicende matrimoniali, che portarono allo scisma dalla Chiesa di Roma ed all’origine della Chiesa d’Inghilterra, per colei che divenne la sua seconda moglie. Anna Bolena infatti, agli inizi del corteggiamento del sovrano si era mostrata riluttante e questo aveva fatto scaturire quello che è fra i brani più conosciuti di Tradizione inglese, mostrandoci anche le doti compositive e musicali di Re Enrico. 

Le due musiciste ci hanno spiegato come le melodie arrivate sino a noi, spesso originino da una scrittura musicale priva di grandi spartiti, i brani generalmente brevi, nascono e si tramandano da arpista ad arpista, in un rinnovamento ed eredità orale della Tradizione.

Il pubblico è stato condotto in un viaggio immaginario, attraverso approdi musicali da una riva all’altra di Terre come l’Irlanda, l’Inghilterra, il Galles. Un viaggio in cui l’armonia del suono è stata resa ancora più preziosa da passaggi in cui Judith Stoll ha cantato con una voce che si è rivelata tanto melodiosamente inaspettata quanto gradita.


Fra gli altri, anche il compositore irlandese Thomas Moore (1779-1852) è stato ricordato nella sua Believe me, if all those endearing young charms dedicata alla moglie, che afflitta dal vaiolo non si reputava più bella ed attraente agli occhi del consorte. Attraverso quella melodia il Moore riuscì a farle sentire tutto il suo amore, così che la donna si rese conto di essere amata e desiderata come prima della malattia, e nella coppia si rinnovarono sentimento e passione.
Tra i pezzi suonati anche The Queen’s March- Morfa'r Frenhines della Tradizione Gallese e The Mountain of the Women- Sliabh na Mban. In questo brano si narra di un eroe epico della Tradizione Irlandese, Fionn MacCumhaill e del momento in cui decise di sposarsi per la seconda volta organizzando una gara a cui avrebbero potuto gareggiare tutte le ragazze del Regno. La competizione che consisteva nel raggiungere la cima della montagna nel minor tempo possibile, vide la partecipazione di tutte le fanciulle delle terre vicine. Ma il guerriero aveva già adocchiato la sua preferita, Grainne, che aiutò a vincere.


Ancora una volta il palco è divenuto, grazie alla capacità evocativa dell’arpa e del violino, un orizzonte che ha portato i presenti verso lontane Terre che si sono trasformate in profondità interiori.
Un sipario ideale è calato dopo il secondo bis suonato, una musica che ha concluso il concerto, riportandoci fra le Dolomiti con il brano scritto dalla compositrice Johanna Dammert nel 2012, durante un viaggio proprio fra questi monti e scritto per arpa tirolese, Die Quelle- La Fonte. In brano riadattato per il Duo è stato di grande impatto emotivo. Composizione ispirata dalla magnificenza della natura dolomitica, che immerge l’ascoltatore in una imperturbabile quiete che ha il sapore della libertà assoluta.




Elisa Manzutto e Judith Stoll acclamate da lunghi applausi, hanno sciolto la loro tensione alla fine del concerto, in un abbraccio che ha suggellato l’avvio della loro collaborazione artistica. Donne hanno narrato musicalmente di Donne, hanno ricercato la figura femminile nella letteratura musicale folk, emozionando, coinvolgendo, ed ammantando d'incanto il pubblico che gremiva la Sala dei Cavalieri. Speriamo che anche questo concerto possa essere solo un arrivederci ad una prossima stagione concertistica.











Immagini

*2,3,4,6 Tratte dall’archivio personale

*1,5,7 Per gentile concessione di Massimiliano Baccanelli


domenica 23 giugno 2019

'Per l'eternità sacrificato agli Dei' - Il singolare caso delle palette votive di Steinhaus-Cadipietra (Ahrntal-Valle Aurina)






‘Per l’eternità sacrificato agli Dei’ con questa introduzione scritta in tre lingue (Tedesco, Italiano ed Inglese) viene accolto il visitatore che entra la Sala del Comune di Ahrntal-Valle Aurina nell’omonima Valle e situato nella frazione di Steinhaus-Cadipietra. La raccolta ospitata presso la sede del Municipio è ubicata al piano terra del Pfisterhaus, l’edificio che oltre all’area espositiva è sede appunto anche degli uffici municipali.
La Valle fu abitata sin da tempi antichissimi, i primi abitanti individuabili in quest’area furono proto-Illiri e quindi popolazioni di origine balcanica a cui si aggiunsero i proto-Celti. Gli oggetti di cui vi parlerò, sono databili fondamentalmente intorno al primo millennio a.C. e rappresentano un unicum a livello offertorio, oltre a testimoniare una condivisione di tipo rituale e tradizionale, radicata fra popolazioni diverse, unite nella Pratica a Genti ancora più lontane del Nord Europa, come vedremo in seguito.




L’ Alpe di Göge è una porzione di territorio situato a 2197 m. di quota, non lontano da Steinhaus-Cadipietra. E’ la fine degli anni ’90 quando Joseph Ausserhofer, il casaro proprietario del Maso Oberschöllberg di Weissenbach-Rio Bianco, notò l’affiorare di alcuni oggetti in legno, in un’area paludosa non lontana dalla sorgente del torrente. Gli oggetti si rivelarono fin da subito molto particolari, dotati di manici che li facevano assomigliare a palette, a mestoli. Ma il contadino non ne fece parola con nessuno. Fu solo dopo la sua morte avvenuta, a causa di una valanga nel 2005, che il fratello Adolf avvertì l’Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Bolzano.




La zona divenne oggetto di una campagna di scavi, iniziata dagli organi competenti nel 2008, che vide nel 2009 un incremento della ricerca, con una seconda e più approfondita attività archeologica, che si pose come intento quello di dare una collocazione non solo temporale, ma anche culturale e cultuale al ritrovamento.
La prima situazione da risolvere fu come fare defluire l’acqua in eccesso che continuamente si infiltrava nel terreno, che una volta prosciugato, mostrò agli archeologi qualcosa di veramente raro. Su un’area poco estesa erano apparsi circa centocinquanta manufatti, palette e mestoli sia integri che frammentari, oltre a scarti di corteccia, evidenti resti di lavorazione in loco, esiti di un luogo rituale che fu usato per lungo tempo.




L’ambiente costituito da due zone paludose con al centro un dosso, indicò inequivocabilmente, anche attraverso i resti di offerte riscontrati, la presenza di un santuario databile grazie ai ritrovamenti di resti animali. Uno spillone con capocchia oltre ad un frammento di pendaglio a forma di ruota raggiata, costituiscono i rinvenimenti più antichi, riconducibili al periodo del Bronzo Recente e Finale e collocabili fra il 1400 ed il 1000 a.C. La zona si inserì così sin da subito per le sue peculiarità nel contesto locale dei Brandopferplätze, luoghi di offerte rituali immolate in roghi votivi.




L’attenzione maggiore però fu sicuramente catturata dai singolari oggetti dotati di manico che si stendevano ai piedi dei ricercatori, che furono datati con due metodi, per conferire loro una attribuzione cronologica la più attendibile possibile: il carbonio 14 e la dendrocronologia.
Se il primo metodo è il più conosciuto, il secondo permette di attribuire ad oggetti lignei una datazione con estrema accuratezza, in quanto si avvale di verificare gli anelli di accrescimento annuale degli alberi, e le loro differenza fra un anno ed un altro. Per l’arco alpino la continuità calendariale di cui si dispone è quella relativa agli ultimi 9100 anni, per questo si è in grado di offrire un riferimento temporale preciso ed affidabile.
L’analisi quindi portò a collocare i reperti più antichi a prima dell’anno Mille a.C., come abbiamo visto più sopra, e legarli al Bronzo Recente oltre che alla Urnenfelderkultur-Cultura dei Campi d’Urne. La maggior parte invece furono collocati nell’Età del Ferro corrispondenti alle Culture di Hallstatt e La Tène, in un periodo che riportò fin da subito a 2500-3000 anni fa.




Questo può significare solo una cosa e cioè che la zona fu utilizzata come area rituale e celebrativa durante la preistoria e come luogo ampiamente riconosciuto per la sua valenza sacra. Il numero di ritrovamenti riconduce a ritualità collettive che secondo gli usi del tempo, includevano anche suoni, canti, danze sacre alle Divinità oltre a preghiere, offerte ed infine a un banchetto cerimoniale.
L’offerta rituale comprendeva animali domestici (bovini, caprini, ovini), che venivano utilizzati nel convivio, altra parte fondamentale della celebrazione, e che secondo tradizione venivano offerti agli Dei, in maniera simbolica ed attraverso parti, quali il cranio e le zampe, donati sull’altare dove avrebbe avuto luogo il rogo votivo.

Veniamo alle palette ed alla loro deposizione in area paludosa. Il sito dell’Alpe di Göge è collocabile nell’ambito storico ed archeologico dei luoghi di culto palustri, che si estendono non solo in ambito alpino, ma anche germanico e baltico oltre che britannico. Questa pratica, i cui resti sono stati trovati in un’area di una valle isolata, creano un legame fra le popolazioni di questa regione ed altre popolazioni celtiche e non, ubicate in stati come il nord della Germania, la Danimarca, la Polonia, i Paesi Bassi, l’ Irlanda, il Regno Unito. Ciò di cui parlo sono i cadaveri mummificati delle torbiere, ritrovati nel numero di centinaia, che ancora oggi rappresentano un mistero non completamente svelato per gli archeologi, esattamente come le palette votive di Steinhaus-Cadipietra. 

In effetti luoghi lontani manifestano una ritualità collettiva, i cui tratti principali fanno sì che il ritrovamento dell’Alpe di Göge, sia ascrivibile per tradizione, ad altri ritrovamenti sempre dell’Età del Bronzo e fondamentalmente del Ferro, ma collocati a centinaia di chilometri di distanza, e riconducibili a questo punto, come già detto, non solo a popolazioni celtiche, ma anche appartenenti chiaramente ad altri gruppi etnici. In questi casi però parliamo di cadaveri, offerti alle acque di torbiera, e che sono meglio conosciute come le ‘mummie di palude’. 

Se teniamo conto che la mummia più antica risale al 6000 a.C., questo potrebbe relazionare l'usanza di utilizzare aree paludose per cerimonie ed offerte rituali anche di tipo umano, ad una popolazione autoctona europea; la consuetudine sarebbe stata successivamente acquisita dai nuovi arrivati facendo sì che i più numerosi ritrovamenti siano appunto raggruppabili nell’Età del Ferro.




Ma la torbiera, l’area paludosa cosa rappresentava per le popolazioni della Preistoria? Innanzitutto tali aree sono costituite da un ambiente anaerobico che anche grazie a basse temperature permette una conservazione ottimale non solo dei tessuti umani ma anche degli oggetti lignei, come nel caso delle palette votive, in quanto non permette la proliferazione dei microrganismi che generano la decomposizione. La palude così era vista come porta per l’Altromondo, come accesso per altri piani metafisici. La deposizione palustre acquisisce ed intreccia il valore della porta solstiziale.

La Natura in generale con i suoi doni, era anche il luogo dove offrire i propri alle Divinità, e fra le offerte figurava ciò che era più caro e importante: manufatti, oggetti personali, monili, abiti, corone di fiori, animali ed in alcuni casi anche corpi umani.

In Ahrntal-Valle Aurina si offrivano cereali che crescono solo alle alte quote come spelta, miglio e farro, ma anche pani o pappe ed i cocci di recipienti in ceramica attestano anche l’offerta di calici per bevande. Oltre alla donazione comune, quella personale, provata dai reperti più antichi (spillone e porzione di pendaglio di cui sopra) manifestano la richiesta - offerta sacra individuale anche a livello locale, che sicuramente includeva doni che non sono giunti sino a noi perché deteriorabili.
Inoltre l’ubicazione del luogo di culto, ad un’altitudine elevata fa pensare che venisse utilizzato durante periodi degli spostamenti in alpeggio, quindi a riconferma della ritualità riconducibile al Tempo del Solstizio d’Estate.



E’interessante leggere all’interno della mostra come anche lo scrittore greco Pausania (VIII, 42.11) ci testimoni che fra i doni alle Divinità comparissero anche favi di miele e lana grezza, che sarebbero stati unti con un olio particolare e dedicato solo alla celebrazione. Sebbene queste offerte al pari di altre a titolo personale come indumenti, fasce, fiori o artefatti in cera d’api tipici del periodo, non sono giunte sino a noi poiché troppo fragili e deperibili per durare millenni, mi riportano alla mente quando trattando della pratica annuale del transumanza che fra monticazione (dal 15 al 30 giugno) e demonticazione (dal 24 agosto al 29 settembre) occupa ancora oggi, per gli abitanti delle vallate locali non solo gran parte dell’anno, impegnando tutto il periodo estivo, ma rimane anche come eredità di antichissime consuetudini offertorie svolte lungo la strada verso gli alpeggi, come testimoniano i ritrovamenti di forbici da tosatura e fusi in Vinschgau-Val Venosta.

La Natura che si rioffre alla Natura, il Dono della Madre riofferto alla Madre, che mi ricorda come nel periodo del Solstizio d’Inverno l’impasto preparato per lo Zelten, in parte fosse ridonato con un abbraccio simbolico agli alberi stretti dal gelo, che dal giorno del minimo solare venivano cinti ed imbrattati dello stesso impasto che avrebbe costituito il dolce per eccellenza del periodo, con tutta una serie di passaggi tradizionali annessi, arrivati fino ai giorni nostri e forieri di nuovi frutti rigogliosi. 

Allo stesso modo, durante il Solstizio d’Estate, presso l’Alpe di Göge, venivano offerti doni riconducibili ai quattro elementi. L’artefatto in legno, la paletta, veicolava un intento legato ad un determinato momento rituale e cerimoniale, i semi, i pani e le varie preparazioni culinarie oltre alle parti di animali offerte sul rogo, rappresentavano l’elemento Terra; il torrente e la palude non lontano simboleggiavano l’elemento Acqua; il rogo era ovviamente connesso all’elemento Fuoco, e l’elemento Aria era dato da ciò che bruciando all’interno delle stesse palette fumigava l’ambiente. In questo caso i manufatti lignei fungevano a tutti gli effetti da brucia essenze, solo di maggiori dimensioni, ma non dissimili da modelli che oggi usiamo noi. Peraltro è significativo come fra le piante disponibili sul territorio, fosse proprio il ginepro ad essere bruciato, in quanto sin dall’antichità era riconosciuto come pianta che sapeva ripulire e proteggere l’ambiente da forze ostili che potessero compromettere in qualche modo l’offerta agli Dei.

Le palette venivano create da parti di legno di pino cembro, di foggia e grandezza differenti; erano utilizzate per trasportare braci ove annerite, e quelle senza segno di bruciatura probabilmente venivano usate come contenitori per le carni del banchetto. Il fatto che fossero create strettamente in loco, le pone fra le procedure artigianali dei manufatti, tipiche di una ritualistica dai canoni ben precisi, ed il loro utilizzo era strettamente monouso, prima di essere affidate alla palude.

Oggi debitamente ospitate in una teca di forma circolare adagiata a terra, le palette votive dell’Alpe di Göge si offrono a noi come rara testimonianza di un antichissimo culto che connotava quest’area similmente ad altre più lontane in Provincia, unite da luoghi preposti a rogo votivo in area alpina.

Possiamo presupporre quindi che la ritualità  fu svolta da comunità che abitavano stabilmente la Ahrntal- Valle Aurina o l’area di Sand in Taufers-Campo Tures.

Questa scoperta che viene definita sensazionale è esposta al pubblico dal 2015.
Tradizioni solstiziali fondate sull’equilibrio dell’Offrire per Ricevere giunte sino a noi, varchi aperti su domande e perplessità che la Preistoria ci lascia.


















Immagini

*Tutte tratte dall’archivio personale


Sitografia

Miei articoli 2018

*Lo Zelten il dolce della Tradizione del Solstizio d’Inverno che si mangiava il 6 gennaio

*Roghi votivi. Il Sonnenburger Kopf il colle fra ritualità e celebrazioni

*Il rientro dagli alpeggi fra storia e tradizione

*Hubert Steiner, Kurt Nicolussi, Andrea Thurner, Thomas Pichler
Schaufeln für die Götter—Vorgeschichtliches Heiligtum auf der Schöllberg-Göge in Weißenbach (Gemeinde Ahrntal)

*L’ultimo viaggio di una ragazza dell’Età del Bronzo

*Le misteriose mummie di palude

*Il mistero delle mummie del Nord

Fonti locali

*Esposizione permanente ‘Palette votive in dono agli Dei’, c/o Pfistehaus Steinhaus-Cadipietra Comune di Ahrntal-Valle Aurina

venerdì 15 marzo 2019

La Bissa Bianca





Questa è la storia di un’antica Valle che si snoda lungo il sinuoso scorrere del Rio Tegnas, che nel suo fluire guarda al Monte Agner ed alle Pale di San Lucano. Questa è la leggenda di una Valle che fu conosciuta in un tempo remoto dagli abitanti di Taibon, come la Val Bissera, per il grande numero di serpi che la abitavano, oltre a basilischi e rettili di varia natura e che tenevano lontano chiunque volesse mettere radici in quel luogo, che oggi è chiamato con il nome di Valle di San Lucano.[1]
Solo i più impavidi decidevano nonostante la torbida fama che la contraddistingueva di attraversarla per arrivare agli alpeggi più alti, oppure per fermarsi nel fondovalle per lavorare nelle fornaci [2].
Nei discorsi degli abitanti di Taibon però c’era sempre il timore, c’era sempre quella ritrosia a pensare di costruire case in quella conca, fra le loro parole si agitava sempre e solo la paura dei serpenti. E fu proprio in uno di questi dialoghi che furono ascoltati da un viandante. Un tipo strano, arrivato chissà da dove, abbigliato in modo singolare. Sicuramente il forestiero dava nell’occhio, non solo per i suoi abiti stravaganti ma anche per i modi che ne definivano l’originalità. Non era la prima volta che arrivava a Taibon, nessuno ne conosceva il nome, ma tutti sapevano chi fosse, e più di uno in paese aveva avuto modo di ricevere i suoi consigli e verificare sulla propria pelle l’arte della guarigione che lui sapeva esercitare. Si, perché lui sapeva guarire vari malanni; tirava fuori da una sacca consunta dal tempo, delle erbe che ogni volta che utilizzate, portavano sollievo al malato o alla malata di turno, oltre che agli animali.  
Si imbatté così in quel dialogo, era impossibile non prestare l’orecchio a quella storia di così tante bisce che terrorizzavano chiunque le osasse semplicemente nominare, rendendo la Valle quasi inaccessibile.
Decise quindi di dire la sua, e propose ai valligiani, anche in questo caso, il suo aiuto per risolvere un problema che si protraeva da un tempo di cui nessuno ricordava l’inizio. Chiese solo una conferma, che fra le bisce che abitavano la Valle non vi fosse quella bianca gigante.
Gli abitanti si guardarono l’un l’altro, ma nessuno aveva mai sentito parlare della Grande Biscia Bianca, gli garantirono quindi che poteva essere sicuro e che loro lo avrebbero aiutato nel suo operato.
Il forestiero invitò quindi la popolazione a creare una grande calchera al centro della valle e di riempirla di così tanta legna che potesse ardere per lungo tempo. Al resto ci avrebbe pensato lui e si accomiatò.
Gli uomini del villaggio iniziarono a tagliare un gran numero di faggi ed abeti, raccolsero pietre per creare il fondo della fornace, quando tutto fu pronto, accesero il fuoco che arse per tre giorni e tre notti, illuminando sin da lontano il paesaggio.
Arrivò quindi il forestiero, in quei giorni era rimasto nel villaggio, ma non aveva disturbato in nessun modo la creazione della calchera, anzi si era concentrato su quello che avrebbe fatto successivamente, ed intanto da lontano nelle sue passeggiate ai limiti del bosco, aveva accompagnato con lo sguardo l’alacre lavoro degli uomini intenti nella fatica di scavare, tagliare, trasportare e sistemare il tutto.
Giunto vicino alla fornace scintillante di fuoco da tre giorni, tirò fuori dalla sua sacca un piffero ed iniziò a suonarlo, non prima di essersi messo al riparo sui rami di un abete, che lo nascondeva alla vista di chiunque. Un ammaliante suono iniziò a diffondersi attraverso la foresta, che improvvisamente era diventata muta, immobile, quasi tesa all’ascolto di quella musica. Dopo pochi istanti iniziarono a comparire centinaia o forse migliaia di serpenti di ogni dimensione, alcuni condotti dalle acque, altri fuoriusciti da massi e rocce, altri ancora saltando da rami su cui erano a riposare e come incantati da quel suono, si gettarono nel fuoco vivo, ad uno ad uno, fra sibili di morte e fiamme che si levavano alte a riverberarsi sulle pareti rocciose circostanti. Questo continuò per tutta la notte e sino all’alba. Quando il giorno era oramai cominciato e non si vedevano più serpi in giro, il cielo divenne plumbeo, l’atmosfera intorno si caricò di una strana energia. Dagli alberi, strisciando il suo corpo dalle grandi dimensioni e con fischi e sibili che nulla di buono lasciavano presagire, arrivò Lei, la Grande Biscia Bianca. Il suo sguardo magnetico intercettò subito il forestiero fra i rami , con le sue spire lo raggiunse, lo tirò giù e lo condusse con lei fra le fiamme. Pur ipnotizzata da quel suono che aveva ascoltato per ore, non aveva perso la lucidità per compiere quell’ultimo atto, in cui sarebbe perita lei ma anche chi, aveva organizzato la distruzione sua e della sua Stirpe.



Note:

[1] L’Agordino o Val Cordevole, dal torrente che scorre nel fondovalle, è una valle dolomitica veneta, costellata da imponenti cime come la Marmolada (3342 m.), il Monte Civetta (3220 m.), il Gruppo del Sella (3152 m.) l’Agner (2872 m.) ,il Monte Tamer (2547 m.), ed I Monti del Sole (2248 m.). Queste cime svettano a cornice delle sue valli laterali che sono: Val del Biois, Val Pettorina, Val Fiorentina e la Valle di San Lucano con le sue omonime Pale, la cui cima più alta è il Monte San Lucano (2406 m.).

[2] La calchera fu un antico tipo di fornace che si usava per la cottura della calce.

Il racconto appartiene alla Tradizione veneta come riporto dalle fonti citate, che ricalca un cliché narrativo che si ritrova uguale identico in molte aree non solo dolomitiche ed alpine ma anche europee. Così, sebbene le storie si sviluppino con lievi declinazioni legate alla regione in cui vengono raccontate, condividono un filone di base intorno al quale, si snoda una linearità narrativa che in maniera lapalissiana unisce il racconto in una radice comune che la diffuse a chilometri di distanza.

La fine del racconto in tutti i casi, vede la sparizione di tutte le bisce, ma il forestiero che doveva liberare la valle, in effetti diviene vittima anch’esso del rogo appiccato per distruggerle. Come in un meccanismo simile alla legge del contrappasso, anche il distruttore perisce fra le stesse fiamme che hanno sterminato l’intera popolazione di serpenti. E quando pensa che tutto sia finito, è con la Madre delle bisce, prima a nascere ed ultima a perire, che finisce anche lui nella trappola che egli stesso aveva pensato di usare come liberazione.

Si unisce così ai valligiani, che oramai hanno dimenticato da molto tempo il significato della Dea Serpente, e della quale non riconoscendo gli aspetti forieri di fortuna e benessere, pensano solo a distruggere ciò che non hanno compreso. La non comprensione, ha distrutto così la Stirpe dei Serpenti ma vede la fine anche il suo artefice, che in senso figurato, pensando di estinguere ciò che crede di riconoscere come un problema, in effetti, getta nel fuoco dell’ignoranza anche la sua vita e quella di tutti coloro che verranno, che non sapranno più realizzare il valore della Saggezza Serpentina. 















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        *Valledisanlucano.it



Bibliografia

*Tersilla Gatto Chanu, Saghe e leggende delle Alpi, Newton &Compton Editori 2011


*Dino Dibona, Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende e alle curiosità delle Dolomiti, Newton&Compton Editori 2001


*Bruna Maria Dal Lago Fiabe del Trentino Alto Adige, Mondadori 1997 


Sitografia


*Valle Di San Lucano – Taibon Dolomiti valledisanlucano.it