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venerdì 6 gennaio 2023

Santo Stefano, la radice pagana e stregonica di uno dei più bei luoghi del Trentino (Carisolo-TN, Val Rendena)

 

1. Santo Stefano di Carisolo, arrivando dalla salita

Tra i molti personaggi illustri che sono transitati per le valli del Trentino un posto di riguardo spetta all'Imperatore Carlo Magno. Erano, i suoi, viaggi di conversione, guerre sante nel nome di Cristo evangelizzatore. Le sue infinite battaglie si lasciavano alle spalle o pagani morti o pagani convertiti alla Buona Novella.”

(Mauro Neri, Le Mille e una leggenda del Trentino, pag. 450)




Cinta da imponenti boschi, svetta solitaria la chiesetta di Santo Stefano di Carisolo. La si può già scorgere dall'abitato di Pinzolo, ritta su uno sperone roccioso.

È in una giornata di novembre inoltrato che gli alberi dell'Antico Castagneto di Carisolo mi introducono alla salita che conduce a questo luogo di grande bellezza e silenzio. Si tratta di alberi secolari che, in alcuni casi, di anni ne contano anche cinquecento e che, nei secoli passati, hanno dato sostentamento sia alle genti, attraverso i loro frutti, sia agli animali, attraverso il loro fogliame — il farlet  che veniva usato per creare il giaciglio nelle stalle. 

2.3. L'Antico Castagneto di Carisolo ed il sentiero che porta a Santo Stefano

Talvolta dalle forme irregolari e fantastiche, questi imponenti centenari sembrano silenti giganti, guardiani del sentiero boschivo. Arrivata in cima, mi sono subito chiari gli elementi di un preistorico luogo di culto, a cui giungo attraverso il percorso ciottolato sino a quello che si mostrerà come una vera e propria chicca territoriale: vuoi per il sito in sé, vuoi per le leggende che, attraverso la tradizione popolare, sono giunte sino a noi.


4.5. Forme irregolari e fantastiche dei più antichi alberi del Castagneto


La Val Rendena e Carisolo


Partiamo dalla Valle che mi accoglie e dalle origini germaniche del suo nome. Il nome "Rendena" origina con i Longobardi, in Tedesco "Rand" ha infatti significato di orlo, sponda, estremità.

La conca si racchiude tra cime superiori ai 3000 metri e ghiacciai fra i più estesi d'Europa, che sono parte del Parco Naturale Adamello-Brenta. Dal punto di vista geologico i due versanti orografici di cui si compone la Valle si distinguono tra il Massiccio del Brenta che è di roccia dolomia, e quello del Gruppo dell'Adamello Caré Alto costituito di tonalite.

La dolomia è pietra sedimentaria chiara, composta di carbonato di calcio e magnesio, che originò dalle barriere coralline di un mare caldo e tropicale, mentre la tonalite è un granitoide vulcanico-magmatico con grande presenza di quarzo al suo interno, ed è denominata appunto il granito dell'Adamello”. Il Parco (ora Patrimonio Unesco) insieme ad un'area circostante dal 2008 ha preso il nuovo nome di “Adamello-Brenta Geopark”, proprio a voler evidenziare le grandi peculiarità di interesse naturalistico.

6.7.8.9. Il bosco e i massi lungo il sentiero verso Santo Stefano

Carisolo che per il 92% è parte dell'Adamello-Brenta Geopark, è l'ultimo paese della Val Rendena e sorge ad 824 m s.l.m. 

Il nome del borgo, attestato per la prima volta nel 1484 come Carezol, deriva da caricea e a sua volta da carex, una pianta della famiglia delle ciperacee che vive in terreni palustri il cui fiore compare, degnamente, nello stemma municipale del Paese.


L'area di Santo Stefano dalla Preistoria ad oggi

10. La parete della chiesa che guarda al cimitero sottostante, 
sulla sinistra lo Zucàl con le tre croci

In questo contesto territoriale di contrasti si inserisce l'area di Santo Stefano, luogo di sintesi degli opposti come la Valle di cui fa parte: sintesi fra area pianeggiante e montuosa, fra la durezza della formazione granitica della sommità dello sperone roccioso e la fluidità del Sarca che, molto più in basso, scorre senza ostacoli riverberando il fragore — seppur lontano — delle sue impetuose acque. Il fiume è, sorprendentemente, l'unico elemento rumoroso ad incontrare il silenzio quasi surreale di questo luogo, che introduce alla Val di Genova, la quale, storicamente, fu nominata nel Concilio di Trento come luogo idoneo a relegare Streghe e Demoni di tutta l'area trentina.

11. Il cimitero, come appare oggi, dalla cima dello Zucàl

Viene spontaneo domandarsi perché costruire una chiesa proprio lì, lontano dall'abitato di Carisolo. La zona vide la presenza umana in epoca antichissima e nello specifico sin dall'Età del Bronzo. Su quell'altura vissero popolazioni retiche e celtiche, l'area trentina offre anche testimonianze della costruzione di castellieri difensivi, prima della romanizzazione. Su questi graniti, storie lontane nel tempo parlano di un castello che fu distrutto, secondo la leggenda, dall'arrivo delle truppe di Carlo Magno.

12. Il cimitero, visto dal basso con le lapidi rivolte verso lo Zucàl e la chiesa

La dedicazione a Santo Stefano richiama subito il periodo solstiziale d'inverno. Arrivati in cima alla breve salita lo sguardo viene colpito da tre croci che svettano a fianco della chiesa, poggiando su una formazione di granito sagomato dall'azione dei ghiacciai, dalla chiara forma ovoidale che ricorda istintivamente la forma di un cranio umano.

13. La scala di pietra, accesso alla chiesa di Santo Stefano

14. Dalla cima della scala, la splendida vista sulla Valle

Denominato localmente Zucàl, questa insolita formazione granitica mostra striature di natura geologica e, forse, in minor parte, anche umana. Oggi nella rilettura cristiana del luogo, lo Zucàl è chiamato anche “Calvario o Golgota”, sempre a richiamarne la volta cranica, tramite la stessa etimologia del termine, dal latino calvarium (cranio), tratto a sua volta dall'aramaico "Gylgalthā" con senso di “luogo del cranio”.

15. Profondi solchi geologici sullo Zucàl

Le tre croci, che anche in questo caso richiamano la simbologia cristiana della crocifissione del Cristo con i due ladroni, furono installate inizialmente in legno ma, abbattute da condizioni meteorologiche avverse, furono sostituite con delle croci in metallo che resistono fino ad oggi saldamente conficcate nella pietra.


16. 17. Vista dalla cima del masso granitico, 
ben visibili le striature di natura geologica che lo segnano in lungo e in largo

Documenti risalenti al XIII e XIV secolo testimoniano che la cappella sita in questo luogo era dedicata inizialmente anche a San Michele oltre che a Santo Stefano, che solo dal XV secolo divenne patrono esclusivo del santuario. La chiesa raggiunse la sua conformazione attuale solo nel XVI secolo.





18.19.20.21.22. Solchi a X 

Dallo Zucàl si gode un' impareggiabile vista verso la piana di Carisolo e da qui in tempi remoti si accendevano fuochi che scandivano l'alternarsi delle stagioni. Legate a questo luogo di morte e rigenerazione esistono almeno due leggende — non legate a Carlo Magno — di cui narreremo più tardi.

23. Guardandosi intorno dalla cima dello Zucàl


La chiesa, i Santi e la Danza Macabra

24. La facciata della chiesa di Santo Stefano con i dipinti del Baschenis

La prima datazione della chiesa ritrovata grazie ad una pergamena, è del 1244. L'edificio fu costruito su una precedente struttura romanica e nei secoli subì vari rimaneggiamenti. Durante i restauri degli anni '80, sotto il pavimento furono trovate offerte di monete risalenti ai secoli XI e XII: ciò dimostrerebbe senza ombra di dubbio che la chiesa fosse già presente a quell'epoca. All'estrema sinistra della facciata, la statura gigantesca di San Cristoforo con il Cristo Bambino sulle spalle fungeva da riferimento e protettore per i viandanti ed i viaggiatori che passavano per la Valle. Qui come altrove, il Santo gigantesco assolve alla sua funzione principale, quella di proteggere dai pericoli dei fiumi, così come da tutti i rischi e disagi che potevano insorgere durante gli spostamenti.

25. San Cristoforo sull'estrema sinistra della facciata rivolta al Sole

L'attuale chiesa a due spioventi coperti di scandole mostra, sulla parete che guarda il Sole, gli affreschi più antichi (datati 1519), a quattro registri a grandi riquadri che rappresentano, partendo dal basso, la Danza Macabra (accompagnata da scritte gotiche e volgari, più antica di quella più famosa della vicina Pinzolo, entrambe dipinte da Simone Baschenis) e la Danza del Diavolo.

26. Ingrandimento della facciata con gli affreschi, partendo dall'alto: la vita di Santo Stefano poi La Danza Macabra 

I due registri superiori, riparati meglio dalle intemperie, narrano invece la storia della Vita di Santo Stefano, dalla sua consacrazione a diacono, alla lapidazione, ai miracoli avvenuti sia sulla sua tomba che durante la traslazione del corpo a Roma.

Santo Stefano lo si trova anche al centro, sopra il portale d'ingresso, tra San Michele (a sinistra) suo compatrono della chiesa come già visto, e San Giacomo Maggiore (a destra) abbigliato con paramenti liturgici ma anche con pietre sopra la testa e le spalle, simbolo della sua lapidazione.

Sempre all'esterno della chiesa, questa volta in basso a destra della scala, un'arcata custodisce l'entrata della cripta che fungeva da sacrestia e di fronte ad essa, spicca una "Madonna con Bambino" dai tratti dolcissimi, del 1524.

27. "Madonna con Bambino" all'interno dell'arcata 
a lato della scala della chiesa di Santo Stefano

La chiesa, purtroppo, il giorno della mia visita era chiusa, ma ho potuto comunque constatare che, al suo interno, importanti affreschi (sempre della Scuola dei Baschenis), illustrano non solo numerosi Santi, ma anche Sante come Caterina, Margherita e Orsola, che già abbiamo trovato in altri luoghi di culto precristiani del Sudtirolo. Tra i Santi, invece: Antonio Abate, il Santo celebrato il 17 gennaio, patrono degli animali, ma anche fortemente connesso con il fuoco tanto da esserne considerato patrono ed invocato per sconfiggere infatti una malattia a lui intitolata, il cosiddetto “Fuoco di Sant'Antonio” o Herpes Zoster. La sua figura e specialmente i suoi riti sono da ricondursi a pratiche precristiane di matrice per lo più celtica, legate a falò e fuochi rituali, di cui abbiamo accennato più sopra. Sempre all'interno si trovano una Madonna del Latte che teneramente allatta il Bambino e un'Ultima Cena con tanto di numerosi gamberi di fiume sulla tavola, animali che, allegoricamente, riprendendo i bestiari medievali germanici, indicavano la presenza demoniaca, poiché il fatto che avanzassero a ritroso ne faceva emblema di ipocrisia e falsità quanto di eresia. Proprio per questo, negli affreschi, è esclusivamente Giuda Iscariota a cibarsene


Conclusione

L'area della chiesa di Santo Stefano oltre all'opera artistica che rappresenta l'edificio religioso per la Danza Macabra del Baschenis, narra, nella lingua della pietra, storie di sacro arcaico. Di quel sacro che si respira oltre l'apparenza di forme attuali, quella pietra granitica su cui oggi sono conficcate tre croci e che, nell'immaginario cultuale cristiano, oggi richiamano il Golgota, anche nella sua forma di un cranio solcato da pieghe del tempo ben incise dai millenni e anche probabilmente, in alcuni casi, da mano umana. Quelle apparenti fratture diventano filo di un'antica narrazione, che riecheggiò negli stessi filò dei lunghi mesi invernali. 

Salire sopra allo Zùcal con lo sguardo verso Carisolo e più giù verso Pinzolo è allo stesso tempo porre l'attenzione ad un senso del sacro apparentemente smarrito, che si ritrova però oltre le stratificazioni del tempo e delle culture: lì sopra, accanto alla chiesa di Santo Stefano ed anche mediante i suoi affreschi, i suoi dipinti, così come attraverso la dedicazione a determinati Santi.

Santo Stefano di Carisolo, una meta immancabile all'interno di una ricerca culturale, cultuale ed antropologica, alle soglie della Val di Genova, dove il Concilio di Trento confinò tutte le Streghe ed i Demoni del Trentino. Santo Stefano di Carisolo un luogo liminare fra Vita e Morte, fra il Regno del Mondo Terreno ed il Regno dell'Oltremondo popolato da entità e spiriti come quelli delle leggende di cui andremo a leggere. Leggende di morti, tumuli e filatura.



Note

Riguardo l'autore Aldo Gorfer

Questa esplorazione è iniziata grazie alla figura di Aldo Gorfer (Cles 22 settembre 1921-Trento 12 giugno 1996), autore incontrato fra gli scaffali della libreria antiquaria presso la quale mi servo da anni, dove mi imbatto, nelle mie ricerche — in libri datati, di difficile reperibilità, spesso fuori catalogo, appartenenti talvolta a case editrici non più esistenti.

Parlo di "incontro", perché molto spesso ciò che mi conduce ad un testo è un qualcosa di sottile e impalpabile che richiama l'attenzione su un luogo, una leggenda, una narrazione che coinvolge sin dalle prime parole.

Libri che, come nel caso di quelli del Gorfer, hanno la capacità di trascinarti dentro le pagine delle sue indagini. La prima cosa che, in questo caso, mi ha attratta è stato il linguaggio, diretto, senza orpelli, di chiaro stampo giornalistico, al contempo profondo ed accurato.

Il Gorfer esplorò in lungo ed in largo sia il Trentino che il Sudtirolo, con uno scopo primario — per usare le sue stesse parole — quello della mera «investigazione archivistica», quello della testimonianza dei suoi intervistati o dei luoghi visitati; testimonianza che — nei suoi intenti — aveva l'unico fine di mostrare al lettore le interazioni ed influenze che il paesaggio lascia nei suoi abitanti, e di come gli abitanti di un certo luogo influenzino lo stesso paesaggio; di come, in sintesi, queste due corrispondenze siano in profonda relazione e mutino luoghi e genti.

Il suo fu, per sua stessa definizione, un pellegrinaggio, in una civiltà rurale e montana, una civiltà in declino, osservata da viaggiatore, senza l'obiettivo di fare ricerca storica, geografica o etnografica. Pure senza questa finalità, il suo raccogliere testimonianze dirette di località e persone ha fatto dei suoi libri raccolte che illustrano storie, geografie e tradizioni. Questi testi, seppur datati e anzi, forse proprio in quanto tali, offrono testimonianze normalmente trascurate e, in alcuni casi perse nei decenni, ed è proprio per questo che suscitano il mio profondo interesse: perché, grazie ad essi, è possibile recuperare tasselli di un passato che fu, e che chiede solo di essere riportato alla visibilità e conoscenza che aveva un tempo.

Questi viaggi passano attraverso il racconto di genti che parlano delle loro comunità, del loro rapporto con il territorio, e di come questo sia penetrato nelle comunità stesse, lasciando traccia di sé, attraverso le tradizioni, attraverso le narrazioni di fronte al fuoco, in un'eredità fatta di leggende, fiabe, superstizioni. Questi testi, quindi, pur senza essere libri di storia, geografia, etnologia, e tradizione, esplorano questi argomenti, passano attraverso di essi per arrivare alle genti di montagna ed al loro rapporto più profondo, come eredi di un paesaggio, di un territorio che li ha plasmati nei secoli e che diventa riflesso nelle parole degli intervistati. Un territorio che, fondamentalmente, è Natura e proprio dell'Essere che la vive giornalmente. Il ricorrere al folklore diventa così non raccolta fine a sé stessa, ma fondamento, introduzione di un tempo che si dilata e che include e raccoglie fra le sue righe avvenimenti storici, religiosi e spirituali, che spiegano il perché di molti atteggiamenti umani.





Immagini

* Tratte dall'archivio personale laddove con firma filigrana


Bibliografia

*Gorfer Aldo, Terra mia. Paesaggio sacro, paesaggio contadino, quando la Gente si trovava insieme, Saturnia 1980

*Gorfer Aldo, I segni della Storia. Genti e paesaggi dell'Alto Adige,  Saturnia 1982

*Cortellazzo Mario e Zolli Paolo, DELI - Dizionario Etimologico della Lingua italiana, Zanichelli 2022

*AA.VV. Nomi d'Italia. Origine e Significato dei Nomi Geografici e di Tutti i Comuni, Istituto Geografico De Agostini 2009


Fonti locali

* Proloco Carisolo 


Sitografia

* Cfr. Il fuso di Giovanna (Carisolo-TN, Val Rendena)

http://ilblogdilujanta.blogspot.com/2023/01/il-fuso-di-giovanna-carisolo-tn-val.html

* Cfr. Il fantasma della filatrice (Carisolo-TN, Val Rendena)

http://ilblogdilujanta.blogspot.com/2023/01/il-fantasma-della-filatrice-carisolo-tn.html


mercoledì 31 agosto 2022

La Strega della Bielerturm (Wernigerode, Harz, Sachsen-Anhalt/Sassonia-Anhalt, Germania)



Katharina von Bieler era una Strega, so che ora il vostro pensiero correrà ad una donna brutta, con porri sul viso ed un naso adunco, ma Katharina non era affatto così.

Le sue forme erano sinuose come la sua camminata, sebbene la sua espressione fosse sempre imbronciata. La sua pelle candida, i suoi occhi verdi e trasparenti come acqua limpida, ed il suo corpo dalle morbide movenze, lasciavano intravedere i tratti della pienezza della gioventù. Su di lei si posavano anche gli sguardi dei conti e dell'aristocrazia del luogo in cui viveva ed il suo pensiero in più di un uomo stimolava erotiche fantasie.

Un giorno in paese si presentò un monaco del Monastero di Himmelpforte, predicava ed intanto chiedeva offerte per sé ed i suoi confratelli, mentre il suo volto si guardava intorno cercando elemosine, i suoi occhi incontrarono quelli di Katharina. Era giovane il monaco e Katharina resasi conto di quello sguardo insistente lo avvicinò dicendogli che lo avrebbe portato dove avrebbe potuto ottenere molte più offerte per la sua comunità, ma una volta che si furono allontanati dalla piazza principale, in un luogo appartato lei tentò di baciare il monaco, il quale la prima volta cercò di allontanarla mentre la seconda cedette a quel richiamo carnale così forte. L'uomo conobbe il sesso per la prima volta in vita sua, ed il piacere pervase i corpi di entrambi, facendo sentire lui – come mai prima – vicino a Dio e Katharina adorata come fosse una Dea.

Ma si sa che le voci corrono veloci, tanto più in un piccolo borgo, dove l'accaduto arrivò all'orecchio della Badessa di Drübeck che meditò subito come vendicare l'accaduto. Per lei Katharina del resto era solo una strega e come tale, il suo comportamento sconsideratamente libero andava punito, come aveva osato sedurre il povero monaco?Soprattutto con quali mezzi lo aveva incantato per condurlo alla perdizione?

La Badessa era perfettamente cosciente che una sua parola avrebbe condannato la giovane e bella fanciulla, ma per lei il seme di quella libertà era da estirpare, quella sfrontatezza non era ammissibile, il tutto era riconducibile solo ad una parola, stregoneria.

Katharina fu accusata, andarono a prenderla a casa, la portarono in piazza, la folla si era accalcata per assistere a quell'ennesimo finto processo, per inveire contro di lei che meritava solo di essere arsa sulle fiamme. Era una strega, bisognava cercarne i segni sul corpo, le strapparono i vestiti, la denudarono, la umiliarono, la ragazza spavalda che tutti conoscevano ora era fragile, indifesa, pagava il suo essere stata libera, femminile, attraente, bella, per aver saputo onorare il suo essere donna e averne saputo godere; le occhiate della folla accorsa scrutavano il suo corpo, il tutto era parte di un qualcosa di così aberrante che il suo sguardo impietrito non riusciva a comprendere.

Legata con le mani dietro la schiena e nuda, fu sistemata sopra della legna accatastata pronta ad arderla. Intanto del monaco sedotto si era persa ogni traccia, condannato ad espiare quello che veniva considerato il peccato più grande, unirsi sessualmente con una Strega.

Erano state appiccate le fiamme, iniziava a salire il fumo, Katharina svenne, la fine era vicina, da lontano si sentì il rumore degli zoccoli di un cavallo al galoppo, il cavaliere estrasse la sua spada, si fece largo fra la folla, con un colpo di lama liberò il corpo della giovane, dalle corde che lo bloccavano e lo caricò sul cavallo, allontanandosi sotto gli sguardi attoniti dell'intera comunità.

Katharina era stata lavata e messa a letto, il mattino dopo si svegliò non capendo dove fosse, pensò di essere morta per essere in un luogo così bello, guardando il suo letto a baldacchino riccamente decorato. Ma presto entrarono delle servitrici, le spiegarono che era nel castello, che il Signore del maniero l'aveva salvata da una fine ingiusta, e aveva trovato salvezza fra quelle mura. L'aiutarono ad alzarsi, avevano preparato per lei un ricco abito, e fu acconciata raccogliendo i lunghi capelli che generalmente le cadevano sulle spalle. Una volta pronta scese una scala che conduceva ad un salone, il Conte che stava guardando attraverso una grande vetrata verso il parco, si voltò lentamente, i loro sguardi si incontrarono, lei abbozzò solamente 'Perchè mi hai salvata?', lui le si avvicinò e rispose 'Perché il mio cuore è stato tuo fin dalla prima volta che ti vidi in paese, non ho mai pensato che tu fossi da allontanare e punire, non ho mai creduto al male che si dice su di te, potrai rimanere qui sino a che vorrai'. Katharina rispose con sguardo d'amore. 'Posso rimanere per sempre allora?' Il Conte si inginocchiò di fronte a lei e chiese, prendendole la mano 'Per sempre?' Lei annuì mentre rispondeva 'Si'.

Katharina aveva trovato chi, non solo, la amava per quella che era ma non temeva la sua femminilità libera e prorompente, il suo Sapere, la sua Arte, si sentiva trattata come mai prima, come una Dea, pensava spesso mentre passeggiava per il viale alberato del Castello, di cui ancora oggi la torre si chiama la Bielerturm.


Nota

Nei racconti di stregoneria, per quello che ho potuto trattare, si favorisce tendenzialmente descrivere la Strega come una vecchia nell'atto di visione e premonizione. Nelle leggende dello Harz compare una variante che in ambito alpino-dolomitico non mi è ancora accaduto di incontrare; in questa narrazione innanzitutto la Strega è giovane e bella, ma l'argomento principale del racconto è che Katharina è una donna libera sessualmente, che sa godere del proprio corpo e di quello di colui con cui condivide il suo piacere. Questo suo modo di agire si pone in antitesi al pensiero cristiano per cui il piacere è qualcosa di peccaminoso, altra antitesi si mostra attraverso l'uomo che seduce, un monaco; i loro due mondi si incontrano per evidenziare però il contrasto insanabile fra politeismo e monoteismo. Una leggenda che mette in risalto la libertà anche sessuale della Strega, una leggenda che mostra come questa indipendenza sia consapevole nel pagano, quanto si ponga in opposizione alla negazione del corpo e delle sue naturali pulsioni in ambito cristiano, una leggenda che però trova il suo lieto fine nella libertà che il Conte le regala liberandola dalle fiamme che stanno per avvolgerla, nello sguardo di questo uomo che guarda a Katharina non solo come alla bella e disinibita giovane, ma con rispetto alla sua Arte, alla sua Visione, al suo Mondo, tanto da renderla Signora del Castello e rendendole la sua Sovranità, che Lei, Donna di Conoscenza merita, offrendole così una vita degna di una Divinità. Per Katharina in qualche modo il suo elevarsi socialmente corrisponde al suo essere riconosciuta come Strega, ed al collocare l'Ars Stregonica in un ambito aristocratico che marca il distinguo fra la cultura non dogmatica rappresentata dall'apertura del  Signore del Castello e l'atteggiamento della massa inferocita che invece assiste al processo di Katharina mossa solo da paura e ignoranza. Katharina diventa aristocratica, la sua Arte lo diviene, questa leggenda insegna che l'opposto della paura è la conoscenza, quella Conoscenza che diviene Saggezza. Onore alla figura di Katharina Von Bieler, Strega di Wernigerode condannata al rogo, la cui leggenda ed il cui ricordo viene evocato dalla Bielerturm, la torre del Castello che ancora oggi porta il suo nome.




Immagine

*Tratta da Pinterest liebedeutschland.tumblr.com

Bibliografia

*Kiehne Casten, Sagenhafer Nordharz. Die 100 schönsten Sagen & Märchen von Goslar bis Wernigerode, BoD – Books on demand, Norderstedt 2018


lunedì 8 agosto 2022

La Dea Dolmen di Langeneichstädt — Dolmengöttin von Langeneichstädt (Sachsen-Anhalt/Sassonia-Anhalt, Germania)



1. Dea Dolmen di Langeneichstädt 
Landesmuseum für Vorgeschichte Halle-Museo Statale della Preistoria di Halle


Il ritrovamento

Era il 1987 quando durante i lavori di aratura di un campo, un contadino si imbatté in una pietra di grandi dimensioni. L'area posta su una collina poi rivelatasi un tumulo, aveva visto già in tempi passati la costruzione di una torre di vedetta, l' Eichstätter Warte, facente parte di un sistema di difesa altomedievale che dista solo trenta metri dal ritrovamento. Una volta rimosso il sottile strato di terra che separava la superficie da una serie di pietre, ciò che venne alla luce fu una tomba a camera, della lunghezza di 5,3 metri.


2. Le prime fasi dello scavo, si notino i pochi centimetri di terra che ricoprivano la tomba 
Landesmuseum für Vorgeschichte Halle-Museo Statale della Preistoria di Halle


La tomba a camera ed il materiale rinvenuto

Le tombe a camera preistoriche erano spesso utilizzate come tombe collettive, questo significa che servivano per più membri della stessa comunità, questo è anche confermato dalla disposizione dei reperti che mostrano come la camera venisse sgomberata regolarmente per permettere poi nuove sepolture. La tomba mostra così di essere stata aperta più volte al fine di consentire la rimozione dei corredi funerari. Questa è la ragione principale per cui internamente sono stati trovati pochi reperti e di piccole dimensioni.

Fra gli oggetti rinvenuti vi furono gioielli realizzati con ossa di animali, rame, perline di marmo e ambra, che hanno fatto pensare che questa tomba, utilizzata da Culture diverse, almeno in un caso sia stata utilizzata per la sepoltura di un membro importante della comunità. In particolare al centro della camera funeraria sono stati trovati diversi coni di corno bovino oltre alle ossa già citate, il tutto si colloca nel contesto rituale della morte del Neolitico, in cui i coni di corni sono usuali come offerta all'interno delle sepolture, così come nei fossati circolari. Nella Bernburg Kultur-Cultura di Bernburg in Sachsen-Anhalt Sassonia-Anhalt sono note anche sepolture intere di bestiame comprensivo di carri e di gioghi.

Durante il ritrovamento, la lastra di copertura che fu usata dai costruttori della tomba evidenziò come fosse un menhir sbozzato alla base, alto 1,76 metri e di precedente creazione. La tomba da un rilevamento al radiocarbonio è databile al Neolitico Medio fra il 3600 ed il 2700 a.C. e i reperti ceramici gravemente frantumati ritrovati principalmente vicino all'accesso ed alla parete sud, risultano essere appartenenti ad un periodo che in area germanica si divise fra tre Culture peculiari: 
Walternienburg Kultur – Cultura di Walternienburg (3350-3100 a.C.)
Bernburg Kultur – Cultura di Bernburg (3100-2800 a.C.)
Salzmünder Kultur – Cultura di Salzmünde (3375-3100 a.C.)


3.4. Ceramica tipica e sotto particolare della stessa Walternienburg Kultur – Cultura di Walternienburg
Landesmuseum für Vorgeschichte Halle-Museo Statale della Preistoria di Halle


Molte domande sono ancora però senza una risposta, in quanto le tombe a camera e le sepolture collettive sono tipiche della Walternienburg-Bernburg Kultur – Cultura di Walternienburg-Bernburg, mentre sono inconsuete per la Salzmünder Kultur – Cultura di Salzmünde, alla quale appartengono invece i resti; aver quindi trovato reperti di questa Cultura apre a diversi interrogativi sui contatti culturali fra i vari gruppi.

Le ossa umane ritrovate – da un'analisi al radiocarbonio - collocano la più antica occupazione della camera funeraria in un periodo compreso fra il 3369 ed il 3105 a.C. mentre l'ultima fase di utilizzo potrebbe essere collegata alla Schnurkeramik Kultur - Cultura della Ceramica Cordata (2800-2050 a.C.)


5. La tomba megalitica come appare oggi, la copia del menhir è stata ricollocata - pur non conoscendone la posizione iniziale - come doveva essere un tempo ancor prima della costruzione tombale 
Landesmuseum für Vorgeschichte Halle-Museo Statale della Preistoria di Halle


La Dea Dolmen

La colonna in arenaria grigio-gialla chiaro lascia intravedere, sin dal primo sguardo, sembianze umane; sebbene di forma fallica, mostra nella sua parte superiore, i tratti stilizzati di un ovale a stelo femminile, decorato con tre linee orizzontali e una verticale oltre a due piccoli fori, che richiamano due piccoli occhi, uno sguardo che per chi lo scolpì significava la vista nel Mondo della Morte. Queste caratteristiche hanno ampi riferimenti a livello europeo e legano la struttura in pietra all'immagine della Grande Madre. Il menhir fu adagiato come copertura in maniera tale che il volto guardasse verso l' interno della tomba. Tale posizionamento potrebbe aver onorato, e persino magicamente rafforzato chi vi era sepolto, inoltre ricorda l'immagine di Culto di quell'epoca storica e di come il Mondo dei Vivi ed il Mondo dei Morti fosse unito, in quanto la Divinità ctonia era inscindibilmente legata agli aspetti della fertilità in tutte le sue manifestazioni ed alla rigenerazione nella morte (Müller 1988).  Sempre sulla parte superiore - al di sotto del volto - si evidenziano anche i tratti finemente scolpiti di un'ascia, simbolo secondo gli archeologi di status maschile, così come una coppa sulla corona indica un altro elemento di rango maschile. L'elemento femminile e quello maschile sulla stessa pietra rappresentano così il Matrimonio Sacro delle due polarità, che coesiste in questa Dea. I fianchi della pietra presentano tracce di levigatura e graffi che ci riportano a tradizioni che appunto dal Neolitico, sono rimaste vive e praticate in tutta Europa per millenni, sino a tempi relativamente recenti come quelle di sfregare il proprio corpo contro un masso, una pietra che si riteneva avesse la capacità di aumentare la fertilità o di guarire da malattie semplicemente attraverso il contatto con essa. Anche segni di graffi sempre sullo stesso masso indicano che granelli dello stesso venivano asportati ed uniti al cibo, sempre per beneficiare una persona, una famiglia, il bestiame. Del resto la tradizione di asportare farina di roccia è documentata anche in Sudtirolo, affinché
potesse portare giovamento a chi la mangiasse amalgamata ai cibi, questa usanza che come vediamo è attestata dall'Età della Pietra, si è trasformata in ambito alpino-dolomitico passando dall'asportazione di piccole parti di roccia riferita a massi considerati sacri, alla sottrazione di polvere di statue e dipinti sacri di santi che hanno sostituito il Culto politeista dell'Antica Europa, mantenendo però intatta una Tradizione.


6. Primo piano del menhir intero 
Landesmuseum für Vorgeschichte Halle-Museo Statale della Preistoria di Halle

Vi è però anche un'altra interpretazione dell'ovale del volto nel quale alcuni ricercatori vedono uno scudo da battaglia sempre stilizzato, che potrebbe forse simboleggiare la protezione degli antenati. Infatti nell'ambito del Culto degli Antenati, vi sono indicazioni di scudi animati grazie ad alcune pratiche, che avrebbero supportato il guerriero durante la battaglia con il potere speciale degli avi.

L'originale di questo menhir protetto da intemperie è custodito al Landesmuseum für Vorgeschichte Halle-Museo Statale della Preistoria di Halle, quello presente sul sito del ritrovamento è una copia (una seconda, dato che la prima fu rubata nel 2006), un'altra riproduzione è visibile presso Burg Querfurt-Castello di Querfurt.

Il tumulo su cui sorge la tomba è uno dei tanti tumuli sepolcrali livellati scoperti durante rilievi aerei. Tumuli accomunati dallo stesso asse di allineamento e che potrebbero risalire allo stesso periodo storico.


7.8. Particolari dell'enigmatico volto della Dea Dolmen
Landesmuseum für Vorgeschichte Halle-Museo Statale della Preistoria di Halle


Il menhir della Dea dolmen continua ad essere uno dei rarissimi esempi di menhir dell'Europa centrale decorati che ricordano una figura umana. In Sachsen-Anhalt Sassonia-Anhalt esistono numerosi menhir che inizialmente segnavano i tumuli funerari o comunque luoghi degni di una certa importanza e riutilizzati in strutture funerarie megalitiche.

Con il suo linguaggio simbolico il menhir della tomba megalitica di Langeneichstädt offre una visione complessa sul mondo sia magico che sepolcrale di un'epoca che ha più di 5000 anni. Un menhir, una Dea che con il suo sguardo vegliava il Mondo dei Vivi e quello dei Morti, una Madre la cui radice affondava nella scura terra di un tumulo, nel potere e saggezza degli Antenati, nella forza rigeneratrice della Morte.



Immagini

*1, 3, 4, 6, 7, 8 Tratte dall'archivio personale

*2, 5 Proprietà del Landesmuseum für Vorgeschichte Halle-Museo Statale della Preistoria di Halle 


Bibliografia 

*Groht Johannes, Menhire in Deutschland,  Landesmuseum für Vorgeschichte Halle 2013

*Meller Harald, Schönheit, Macht und Tod, 120 Funde aus 120 JahrenLandesmuseum für Vorgeschichte Halle 2001


Sitografia

*cfr. Il potere della pietra, un antico luogo di culto litico Heilig Geist im Ahrntal-Santo Spirito in Valle Aurina (Prettau-Predoi BZ)

http://ilblogdilujanta.blogspot.com/2020/01/il-potere-della-pietra-un-antico-luogo.html

*cfr.Burg-Castel Karneid-Cornedo ed il Santuario di Maria Weiβenstein - Pietralba, I varchi della Morte della Eisacktal-Valle Isarco

https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2018/07/castel-karneid-cornedo-ed-il-santuario.html

venerdì 7 gennaio 2022

Ajdovska Deklika, la Vergine Etena del Monte Prisank-Prisani (Slovenia)





Molto tempo fa, fra le alte rocce del Monte Prisank-Prisani viveva insieme a due sorelle una fanciulla; da tutti era conosciuta come Aidovska Deklika-La Vergine Etena (1). Era grande, grandissima, quasi come le vette fra le quali viveva, dotata di buon cuore si prendeva cura di tutti i viaggiatori, che principalmente per questioni di trasporto erano costretti ad oltrepassare il passo del Vršič-della Moistrocca. La strada che conduceva al colle era tortuosa ed il clima spesso mostrava il suo aspetto più pericoloso. In inverno la neve ed il ghiaccio, rendevano malagevole il percorso ed in estate improvvise nebbie si alzavano - anche nelle giornate più calde ed apparentemente serene - togliendo completamente visibilità e trasformando di fatto la strada in un luogo cieco ed estremamente rischioso. 

In quei momenti Ajdovska Deklika non esitava a lasciare la sua dimora, poiché il suo fine udito le permetteva di rilevare anche la più piccola situazione di insicurezza, disagio, paura e le grida che chiamavano il suo nome in aiuto. Giungeva in un battito di ciglia sul luogo dove i trasportatori di merci affaticati dal lungo tragitto si bloccavano, creando varchi tra le nebbie o tra la neve e permettendo così la continuazione del viaggio. La Gigantessa oltre ad essere un punto di riferimento per tutti, era molto amata, tanto che quando gli stessi trasportatori erano di ritorno, liberi dai loro carichi di merci, non dimenticavano mai di lasciare pane e vino lungo la strada che conduceva al monte Prisank-Prisani, perché era loro cura assicurarsi che quella Regina delle Vette non avesse mai da patire la fame o la sete. Ma la Dama Bianca – anche così era chiamata con le sue sorelle – oltre ad essere una guida fra gli impervi tornanti, era anche una Fata Madrina. Per ogni nuovo nato del villaggio, lei si dirigeva a casa della famiglia, si disponeva di fronte alla culla della bambina o del bambino e poi profetizzava il suo futuro. 

Fu così che fece una notte in cui ad una pastora era nato un bel bambino paffuto. Si recò presso la casa, la madre si era assopita dopo le fatiche del parto, non distante da lei una culla in legno, all'interno un fagottino nato da pochissime ore, dormiva serenamente avvolto in coperte di lana, che dovevano coprirne il piccolo corpo nella fredda notte montana. La Vergine Etena si chinò dolcemente sulla culla, lo guardò ben bene, poi si sedette accanto al fuoco e profetizzò "Quando sarai un uomo adulto diventerai un abile cacciatore, come questo villaggio e questa valle non hanno mai conosciuto, ma un giorno ahimé ucciderai Zlatorog, il bianco camoscio dalle corna dorate." Non appena le sorelle della Gigantessa vennero a conoscenza della profezia, la maledissero. Così Ajdovska Deklika come rientrò a casa nel Monte Prisank-Prisani, si trasformò in roccia e purtroppo non fu più in grado di offrire il suo prezioso aiuto ai viaggiatori, attraverso i tortuosi e spesso difficili tracciati montani. Il tempo però le diede ragione, poiché il suo atto di veggenza si verificò a distanza di qualche decennio, esattamente come lei aveva visto. Oggi il suo volto emerge ancora dalla pietra a guardia della Valle che abitò ed amò, a ricordo della sua storia.





 Note 

 1) La versione slovena si riferisce a questa Gigantessa con il termine Ajdovska Deklika che viene tradotto in Inglese con Heathen Maiden. Si può leggere un articolo completamente dedicato al lessema (origine ed utilizzo linguistico) il cui link è nelle fonti. 

 2) La leggenda porta con sé diversi elementi comuni anche ad altre mitologie europee, in primis a quella alpino-dolomitica; i Giganti connessi alle montagne, dove in questo caso abbiamo una o meglio tre Gigantesse protagoniste, Triade composta da Fate Madrine. Riguardo l'argomento fata si apre un tema che meriterà un articolo a sé stante, in un'analisi di tipo fondamentalmente antropologico, e che quindi non affronterò in questa sede. Possiamo intanto ricordare la fiaba dei Grimm La Bella Addormentata, che è forse il più famoso riferimento, quando si parla di queste Antiche Signore del Fato, protettrici delle donne incinte e delle puerpere. Dame del Fato che erano quindi capaci di predire con assoluta accuratezza il destino, e che soprattutto lo facevano vicino al fuoco della casa in cui si svolgeva l'atto di veggenza. In Slovenia sono conosciute come Sojenice o Rojenice, ma sono riconosciute in area balcanica quanto baltica. E' interessante vedere come uno studio con riferimenti culturali di fine 1800 (Copeland 1931) riporti che queste Donne del Destino sono anche legate alla credenza delle anime dei morti, proprio perché tessono il destino del nascituro, ma ne tagliano anche il filo legato all'ultimo respiro. Ne decidono quindi la sorte, la durata, come le peculiarità della vita e la modalità della morte, assomigliando così alle Norne germaniche. 

3) L'aspetto interessante e che distingue la versione odierna da quella più datata e risalente al XIX secolo, è che nel lavoro di approfondimento del mito sloveno a cui sopra ho fatto riferimento, viene evidenziato che a volte queste Signore del Destino vengono comunemente confuse con le fate o dame bianche, ma in origine erano sicuramente distinte da esse. 

4) Della versione più originale di cui si dispone, abbiamo dunque elementi che riportano a connessioni della Montagna Sacra con queste Gigantesse (come anche avviene con i Nani), che erano Filatrici del Destino, capaci di filare la sorte e di atti di veggenza, che veniva manifestata accanto al fuoco della casa; questo rimanda anche alle veggenti alpine di questa Provincia come la Willeweiss, La Wilwis dell'Hexenbödele o la Vecchia dell'Oberpurstein che profetizzavano nelle stube dei masi.

5) Per quanto concerne la Triade di Vergini del Destino, troviamo anche richiami alla figura Tre Vergini di Meransen-Maranza, meglio conosciute, in ambito sia locale sia riferito alle aree di appartenenza germanofona dove erano venerate, con il nome de le Tre Bethen, sebbene vi siano anche peculiarità specifiche e diverse a connotarle. 

6) Viene manifestato anche l'aspetto della maledizione, lanciata da due delle sorelle. Dunque esseri fatati sì, ma non necessariamente con la prerogativa esclusivamente benevola con cui dall' 800 in poi si è abituati ad associare la figura della Fata, nei racconti sia fiabeschi che leggendari, rendendo infantile ciò che un tempo non era di certo tale. Sappiamo infatti che laddove qualcuno avesse osato entrare nella Valle dei Laghi - di cui erano custodi - senza il loro permesso, avrebbero scatenato frane e smottamenti. Siamo quindi, in una lettura adeguata al contesto primordiale, oltre la scissione duale del bene e del male.

7) La gratitudine verso di loro veniva manifestata con offerte (pane e vino) che rimandano a offerte rituali di più antica matrice, dato che questo racconto, già arrivato a noi con differenze dalla versione più antica di cui ci parla Copeland, rimane comunque di matrice arcaica.

8) Il Camoscio dalle Corna d'Oro rappresenta invece la figura mitologica teriomorfa, che come spesso narrano racconti di origine ancestrale è la chiave per accedere ad un tesoro dal valore inestimabile custodito nella montagna. 






Immagine

*kraji.eu slovenija vrsic 


Bibliografia 

*AA.VV. Slovenian Folktales. 12 slovenskih ljudskih 

pripovedi Imprimo Ljubljana 2012 


*Dušica Kunaver – Brigita Lipovšek 

Slovenia in Folk Tales. Zlatorog in mith and reality

Kunaver 


Sitografia

*cfr. Il concetto di etenismo analisi dell'origine del termine e suoi utilizzi in ambito europeo

http://ilblogdilujanta.blogspot.com/2022/01/il-concetto-di-etenismo-analisi-dell.html


*cfr. La Willeweiß, l'Antica Signora delle Profezie delle montagne (Schlern-Rosengarten/Sciliar-Catinaccio BZ)

http://ilblogdilujanta.blogspot.com/2017/12/la-willewei-lantica-signora-delle.html


*cfr. La Vecchia dei boschi dell'Oberpurstein (Tauferertal-Valle di Tures BZ)

http://ilblogdilujanta.blogspot.com/2019/11/la-vecchia-dei-boschi-delloberpurstein.html


*cfr. La Wilwis, la Veggente della radura dell'Hexenbödele (Langstein-Longostagno BZ)

http://ilblogdilujanta.blogspot.com/2019/11/la-wilwis-la-veggente-della-radura.html


*cfr. Wielenberg, nel nome di Wielbeth, la Dea lunare, una delle Tre Bethen, la Triade di Dee celtiche delle Dolomiti pusteresi

http://ilblogdilujanta.blogspot.com/2016/11/wielenberg-nel-nome-di-wielbeth-la-dea.html Articoli e Monografie on line *F.S. Copeland Slovene Folklore (1931)


Articoli e Monografie on line

*F.S. Copeland

Slovene Folklore (1931)