Lettori fissi

domenica 8 luglio 2018

Madre di Tenebra onirica







Di una notte speciale potevo solo scrivere in una serata d’estate in cui il cielo oggi ha manifestato rari sprazzi di luce, per lo più accompagnati da scrosci d’acqua improvvisi che sembravano danzare con nuvole in cielo che giocavano a rincorrersi, spesso creando agglomerati di tonalità di grigio ora cupo ora appena sfumato, che si aprivano in varchi di luce che variavano dal giallo al rosa, tanto da sembrare presi dalla tavolozza di un pittore. Una giornata tanto incerta dove l’alternanza meteorologica ha accompagnato lo scorrere delle ore, sembrava lo sfondo perfetto ad un giorno iniziato da una notte che rimarrà fra le memorabili di questa esistenza. Iniziai ad osservare i miei sogni sin da adolescente quando intorno ai dodici, tredici anni, sognavo persone morire che poi effettivamente lasciavano il corpo da lì a poco, non erano necessariamente persone conosciute, talvolta erano i parenti o i vicini di qualcuno, persone a me ignote per immagine o conoscenza. L’amica con cui passavo le ore libere dell’adolescenza, andava in una vecchia casa in montagna a passare le ferie estive, dove talvolta anche io ero invitata a spendere magari una domenica in mezzo al verde, nel periodo precedente le vacanze agostane. La vecchia abitazione accanto alla casa, era una struttura anch’essa datata, maltenuta, con muri scrostati, poggioli colmi di oggetti di ogni genere buttati alla rinfusa e la ragazza che vi abitava, era scontrosa e poco disponibile ai contatti umani. Ricordo che le volte che si scendeva dall’auto, nel silenzio del piccolo paese montano, usciva a vedere chi fosse arrivato ed accennava un saluto che spesso sembrava più un grugnito che altro. Pensavo che mi faceva tristezza vederla così, chissà quali movimenti dell’animo l’avevano chiusa in sé stessa o se era l’essere cresciuta in una borgata che vedeva la presenza di poche abitazioni e di ancor meno abitanti. Il suo nome era Serenella e noi giovani ragazze l’avevamo rinominata Nuvolosella e quante risate ci facevamo per quello pseudonimo, con la semplicità che nell’adolescenza ti fa ridere di cuore del nulla. Serenella non avrà avuto più di trent’anni, viveva con sua madre, che non vidi mai, non era anziana, almeno così mi era stato detto da chi l’aveva intravista perché sembra che la donna fosse più schiva della figlia. Passarono due anni dall’ultima volta che il vecchio casolare aveva visto la mia presenza, ed era nuovamente estate, ricordo di una notte in cui in sogno vidi Serenella in lacrime, la vecchia casa con gente che entrava ed usciva in un mesto avvicendarsi, non sapevo altro ma sapevo che era morta la mamma. Il mattino mi svegliai tra lo stupore e l’incredulità, era la prima volta che facevo un sogno così d’impatto con la certezza che fosse foriero di morte. La giornata scorreva ed il pomeriggio io e Maria Luisa, la mia amica, ci vedemmo  come d’abitudine. Lei non andava più in vacanza in montagna, le vacanze le passava al mare, all’estero, ma durante la merenda, mentre sua madre ci preparava pane e marmellata, entrai in cucina e candidamente chiesi se qualcuno avesse notizie di Serenella e sua madre. Lo sguardo della madre di Maria Luisa si staccò da ciò che stava facendo e mi chiese il perché di quella domanda, senza troppe spiegazioni dissi solo che mi erano venute in mente. La signora mi disse che nonostante non frequentassero più la località montana, avevano ancora contatti e da terze persone, non più tardi di un mese prima aveva avuto notizia che tutti stessero bene inclusa Serenella e sua madre. Raccontai così il mio sogno, ed i presenti, nel frattempo era rientrato anche il padre di Maria Luisa, mi ascoltarono come si ascolta un sogno raccontato da un’adolescente, senza troppa enfasi ma con battute che lasciavano aperti comunque da una parte l’incredulità e dall’altra il poco peso alle mie parole, anche se sapevo che non sarebbe passato molto tempo ed avrei avuto una risposta in merito a ciò che avevo visto con tanta nitidezza. Non più di qualche giorno dopo Maria Luisa mi disse di scendere a casa sua che sua madre voleva parlarmi; entrai in casa con la mia solita verve adolescenziale, ma la madre di Maria Luisa era seduta con lo sguardo incredulo, perso oltre le pareti che delimitavano la cucina; la salutai : ‘Buongiorno Signora! Voleva parlarmi? ' Mi guardò e mi disse: ‘Avevi ragione, la madre di Serenella è morta la settimana scorsa all’improvviso.’ Nella mia testa si affollarono immediate le domande e le considerazioni che solo nella testa di un’adolescente possono accalcarsi ad una notizia del genere. Quel giorno passò come ne passarono tanti altri in cui la notte avevo sogni nitidi che portavano la conoscenza di altri decessi. Fu proprio nell’adolescenza che iniziai così a scrutare e prendere nota dei simboli che emergevano nei sogni, di cosa attraverso la mia mente mi fosse comunicato da tutto quell’invisibile che è di gran lunga più espanso del visibile. E così passai anni ad incrociare prima dei dati che emergevano dall’analisi di oggetti, situazioni o intensità cromatiche e di luce che potevano arrivare attraverso quadri variegati ma che invece talvolta ripetevano clichés di cui diventai attenta osservatrice. I sogni portavano le informazioni più disparate ed anche nel tempo e nei decenni il mondo del sogno è cambiato insieme a me e spesso mi ha permesso di essere vicina a chi lontano lo è solo fisicamente. I sogni mortiferi dell’adolescenza hanno lasciato poi spazio ad altri ma sempre d’impatto e che sempre puntualmente trovavano un riscontro o una spiegazione, spesso attraverso i clichés decodificati, altri invece li accoglievo e li accolgo come semi di trasformazione di cui solo il Tempo offre lettura e ad esso mi affido anche per il sogno che sto per raccontarvi. La notte fra il primo luglio ed il due rimarrà per me scolpita non solo nei ricordi ma nelle emozioni e nelle sensazioni più profonde che io abbia mai vissuto. Negli ultimi due anni i miei sogni hanno acquisito una peculiarità che non ho cercato, ma che si è manifestata, quando sogno io so di sognare, so di accedere a piani paralleli e coesistenti, quindi Daniela dorme, ma Daniela lucidamente osserva il sogno e se vede sé stessa sa che è solo una porzione di lei che si relaziona con altri piani ed altre informazioni, in maniera tale che il sogno può avere la manifestazione che porta con sé essendo sempre osservato come in un film, io sono l’osservatrice e l’osservata, talvolta nel film compaio, talvolta gli attori sono altri di cui percepisco azioni, cromaticità e sfumature, ma il tutto, appunto da due anni circa in modo molto consapevole. L’altra notte invece nel sogno c’ero fisicamente … Io non mi considero una donna di fede, ma sicuramente onoro ed esploro manifestazioni di un Sacro che ha molte sfumature, e che definiamo politeismo, e profondamente provo una vicinanza d’animo con la manifestazione della Madre Oscura, quell’utero primigenio e buio che qui dove abito è legato a precise figure riconducibili alla Perchta/Holda dai mille nomi, ma la cui sostanza non cambia. In essa nascita e morte coesistono, la luce della nascita e l’ombra della morte, la Conoscenza dell’apparente Tempo e la sua Presenza in ogni mio passo. Ho chiuso gli occhi intorno all’una per riaprirli poco più tardi di un’ora, nell’esperienza onirica più vivida a livello fisico che io abbia mai vissuto. Nell’ombra appare una Donna, è incappucciata, il suo volto si alza e contiene due opposti, per metà è il volto di una donna che conosco ed è bello nei suoi lineamenti armonici ed eleganti, l’altra metà è livido, emaciato, i due opposti coesistono, sotto lo stesso cappuccio, sullo stesso volto. Io osservo la parte di me che osserva la Donna, e penso consapevolmente guardando la me onirica che interagisce in quell’immagine, che credevo avrei avuto più timore. Il sentimento che provo nel sogno è si di esitazione, ma minima, poiché non considero l’immagine sgradevole, prevale lo stupore di fronte a quel Sacro che nei miei passi giornalieri è Respiro fra Luce ed Oscurità, Porta di Mutazione continua, Senso amplificato, Dono di Trasformazione, Lei, Equilibrio degli Opposti mai tali, nel rivolgermi lo sguardo mi dice “Vieni (d)a me”, alza un arto, non ne percepisco la forma, un braccio lo definirei, ma non saprei darne descrizione, l’immagine è nel buio e nel buio si delinea anche se con sfumature che non ne tracciano bene i bordi ed il cappuccio che la incornicia. Ma il tocco incontra la mia carne, si ferma sulla mia pelle, la sensazione scende in profondità e scava, scolpisce la mia anima e lì rimane. La Dea Oscura mi sfiora con il suo tocco di ghiaccio e la sensazione forte e reale è di freddo estremo, ritraggo il braccio ma in un gesto istintivo da parte del mio corpo caldo che incontra il suo opposto in maniera tanto brusca ed inaspettata, non per timore o ritrosia. Ho acceso la luce, ma prima la mia mano sinistra ha ripercorso il braccio destro cercando il punto che era stato toccato. Non posso descrivere la sensazione, l’emozione ed il sentimento provati, erano passate le due da pochi minuti. Ho tentato di riaddormentarmi subito sperando ritornasse. Onore a te Dea, Madre di oscura sacra Terra e di candido e luminoso Ghiaccio, onore al tuo passaggio ed al tuo tocco di Tenebra e Gelo.





Immagine tratta dal web

sabato 7 luglio 2018

Castel Karneid-Cornedo ed il Santuario di Maria Weißenstein-Pietralba, i varchi della Morte della Eisacktal-Valle Isarco






Un destino leggendario lega due luoghi la cui storia si innesta l’uno sull’altro. Separati da una distanza di trenta chilometri, riecheggiano di antiche energie attraverso i racconti che li accomunano, con le varianti narrative che sono semplici sfumature temporali, ma che mantengono vivo quell’alone misterioso, che al di là di come siamo abituati a vederli e viverli oggi, li colloca proprio attraverso quell’impianto leggendario, fra i luoghi maggiormente importanti a livello di tutta la Provincia, sono Burg Karneid-Castel Cornedo e il Wallfahrtsort Maria Weißenstein–Santuario della Madonna di Pietralba.


Karneid- Cornedo all’Isarco Il paese si estende su una collina solatia a pochi minuti da Bozen-Bolzano a 510 m.s.l.m, fra vigneti e castagni. Fanno parte del territorio comunale le frazioni di Steinegg-Collepietra, Blumau-Prato all’Isarco, Gummer-San Valentino in Campo e Kardaun-Cardano sede anche del Municipio ed il cui stemma, una pila argentea con lati incurvati su sfondo azzurro, adottato nel 1968, riporta ad una delle famiglie che abitò il maniero, per più tempo, i Von Lichtenstein che si insediarono nel 1378, anno in cui i Conti di Tirolo assegnarono a questa casata la proprietà del castello, e che mantennero sino al 1764, anno in cui si estinse la linea di discendenza della famiglia. Il Comune il cui toponimo fu attestato per la prima volta tra il 1142 ed il 1170 come Corneit, Curneit, Curneid deriva dal Latino cornus e affonda le sue radici in epoca preistorica, come dimostrato dall’archeologo Adrian Egger che nel 1912 testimoniò attraverso scavi, resti di semplici fortificazioni, note come forti di bastioni e con cui vengono definiti veri e propri muretti a secco dietro i quali la popolazione poteva rifugiarsi in caso di assalti o invasioni. Tali bastioni, ubicati per lo più su alture o rilievi, da cui si godeva un’ottima vista sul territorio sottostante costituivano un vero e proprio sistema di difesa per gli abitanti dei villaggi le cui strutture abitative si estendevano ai piedi delle aree difensive. Tali resti sono ancora oggi riscontrabili in aree come il Tschatscher Bühl, il Pstosser Bühl, lo Streitmooser Köpfl, il Lantschner Köpfl ed il Gschliregg a Steinegg-Collepietra, la Brunner Wand ed il Kolmbühl a Karneid-Cornedo nonché il Gallbühl e la Hochklause a Blumau-Prato Isarco. La zona diventò poi Terra abitata dai Reti dal secondo millennio sino al 25 a.C. Nel Medioevo la sua storia si legò indissolubilmente al suo castello.





Burg Karneid- Castel Cornedo A partire dal 1973  è dimora privata della famiglia di origine bavarese di Christoph Von Malaisé che lo ereditò da Friedrich Von Miller, ma il maniero ha un storia articolata che si è sviluppata nei secoli, sin dalla sua costruzione intorno al tardo 1200 (non se ne conosce la data esatta di edificazione) ad opera, sembra, dei Signori Von Grafeinstein. A questi seguirono i Von Liechtenstein (1378-1766) e dalla morte dell’ultimo erede di questa famiglia il castello divenne di proprietà del Comune di Bozen-Bolzano. Acquisito successivamente dai Signori Von Goldegg per poi passare ai Von Miller, sino agli attuali proprietari. La sua struttura imponente è resa ancor più importante dall’altezza da cui il castello domina il territorio sottostante, infatti sorge sul lato sinistro della Eisacktal-Valle Isarco all’imbocco con la Eggental-Val d’Ega su uno sperone roccioso circondato da dirupi ed orridi, che lo rendono tanto isolato quanto rievocano sanguinosi assedi e perdite cruente di uomini e guerrieri. La sua posizione lo pone a guardia di un incrocio territoriale che fu importantissimo sia come baluardo difensivo che come controllo di scambi e traffici, godendo dei diritti amministrativi che permettevano di imporre dazi e tasse oltre ad essere distretto dell’autorità giudiziaria della zona, che decideva delle pene pecuniarie quanto di quelle corporali, sino ad arrivare alle decisioni in merito alle esecuzioni capitali, di cui abbiamo testimonianza che furono eseguite intorno al 1500 in località Gallpichl dove vi era il patibolo. Fra i distretti sui quali Burg Karneid aveva giurisdizione vi erano quelli di Kardaun-Cardano, di Steinegg-Collepietra, Blumau-Prato all’Isarco, Gummer-San Valentino in Campo e Welschnofen-Nova Levante. Inizialmente nella zona vi era anche un altro tribunale, che aveva sede presso il Castello di Steinegg-Collepietra, e la cui autorità confluì in quello di Karneid-Cornedo, lentamente e in maniera concomitante alla rovina del maniero, sino alla formazione di un’unica autorità distrettuale giudiziaria a partire dal XVI° secolo. Fu proprio nei secoli che Burg Karneid ha subito rimaneggiamenti ed aggiunte, ma la sua struttura attuale si può far risalire ad una nuova famiglia aristocratica i Von Miller ed al 1838 quando furono iniziati grandi lavori di restauro dopo una distruzione pressoché totale avvenuta nel 1766 anno in cui terminò di abitarvi  la Stirpe dei Von Liechtenstein. Il Feudo era stato concesso a partire dal 1387 a Giovanni Liechtenstein detto il Vecchio, fratello di Guglielmo, dai Conti di Tirolo Alberto e Leopoldo d’Austria. Fu Giovanni che combatté contro Federico IV Duca d’Austria detto il Tascavuota (Ted. mit der leeren Tasche 1382-1439) a cui si arrese dopo un lungo assedio e grazie si dice all’intermediazione di Oswald Von Wolkenstein. A cinquant’anni da quella resa, i Signori di Lichtenstein rientrarono al castello ristrutturandolo, abbellendolo e vivendoci appunto sino alla seconda metà del 1700. Ad oggi la struttura si manifesta formata da edifici di diversa altezza tra le quali si evidenzia il mastio, probabilmente eretto fra la fine del XIII° e l’inizio del XIV° secolo (a periodo successivo sono ascrivibili le feritoie fuciliere), un cortile con pozzo, una scalinata con loggia a due piani. Il ponte levatoio fu sostituito da uno in legno fisso, che però non è posizionato nello stesso punto di quello originario. Sicuramente l’edificio più singolare è la cappella di Sant’Anna, la cui base si incastra con quella del mastio, che entra nella cappella stessa, separandola in due sezioni ad angolo acuto. Spicca fra i dipinti uno risalente al XIV° secolo che rappresenta il Trionfo della Morte. Esternamente una gigantesca figura di San Cristoforo completa la struttura. Il maniero attraverso lavori strutturali nel 1500 vide quasi tutte le sue parti elevate. Il castello divenne visitabile a partire dal 2006 e solo da aprile ad ottobre. Apre i suoi battenti esclusivamente il venerdì  ed in orario prestabilito, dalle 15 alle 16,30, con accesso garantito solo ad un minimo di dieci partecipanti accompagnati da guida e previa prenotazione obbligatoria. Maggiori informazioni e contatti sono disponibili sul sito del Comune.





Deutschnofen-Nova Ponente. L’etimologia del toponimo deriva dal neolatino nova con il significato di un terreno messo da poco a coltura. Storicamente come comprensibile dal nome Deutsch fu abitato da genti madrelingua tedesca, mentre Welschnofen-Nova Levante, paese posto ad est nella stessa area, fu abitata da genti ladine come evidenzia l’antico aggettivo tedesco Welsch riferito a ciò che è di lingua non germanica, come il retoromanzo Ladino. Il termine Welsch deriva dal Germanico antico Walholz che diviene poi in Alto Tedesco antico Walisch, sino al nuovo Alto Tedesco Welsch termine che derivava da una popolazione celtica, i Volci che abitavano dalla Turingia sino al Reno, area che confinava con le popolazioni germaniche, così che per i Germani loro erano semplicemente i Welschen, coloro che parlavano un’altra lingua. Evidentemente le località presero il loro toponimo si da un nuovo appezzamento di terreno messo a coltura, ma anche dall’origine linguistica degli abitanti che vi erano insediati. Il termine Deutsch si originò nel Medioevo quando la Germania non esisteva ancora come Stato, così come siamo abituati a conoscerlo. In quel tempo i dotti, i religiosi, parlavano il Latino, che in tutto il mondo europeo era la lingua degli eruditi, mente la gente comune parlava il Theodische, una lingua popolare fatta di dialetti e di cui troviamo la prima traccia storica nel 768 d.C. Quindi il Theodische non era altro che la lingua del Popolo e da Teodiscus nacque quello che oggi chiamiamo Tedesco. La prima testimonianza ci parla di Teutschnofen-Nova Teutonica come veniva chiamata nel 1209, ma al 1175 risalgono le prime attestazioni del toponimo che ci parlano di Noue-Nova. Antico insediamento preistorico abitato sin tra il 5700 ed il 5000 a.C. oggi conta circa 4000 abitanti sparsi sul suo territorio di cui fanno parte anche le frazioni di Petersberg- Monte San Pietro, Eggen-Ega e Obereggen ad un’altitudine che varia dai circa 400 ai quasi 2800 m.s.l.m. Lo stemma araldico della località vede due parti una bianca (che dal sito di Araldica Civica viene definito argenteo) ed una rossa sovrastate da un ramo di colore nero, che significherebbero  i colori della dolomite, che varia appunto dal bianco all’argento al rosa, del porfido quarzifero (che nella Regione Trentino Alto Adige copre una vasta area)  e dei rami data la ricchezza di boschi che caratterizza la zona.





Auf der Alm da gibt keine Sünde, sulla Malga non c’è peccato si usava dire, in quanto apparteneva alla memoria popolare una ritualità a sfondo propiziatorio e quindi sessuale atta a favorire la fertilità del suolo, del bestiame, delle popolazioni, ma non solo e che veniva celebrata con forte probabilità nella zona dove oggi sorge Maria Weißenstein il Santuario della Madonna di Pietralba. Interessanti notizie ci giungono in merito a questo luogo, che sorge a 1520 metri di altitudine. Racconti certo di origine leggendaria, che ci fanno però delineare un profilo chiaro del luogo e delle sue peculiarità in tempi in cui il politeismo, i cicli della natura, e la connessione con entità e Divinità regolavano lo scorrere del tempo degli abitanti di queste aree. Il detto popolare di cui sopra, indica che i luoghi dove sorgevano le malghe erano non solo luoghi ben esposti e solatii, ma soprattutto erano luoghi in cui le popolazioni pagane che si avvicendarono nella storia ravvedevano determinate caratteristiche di tipo energetico che li rendevano ricettivi ad offerte e ritualità, proprio come quelle sessuali ad esempio. Siamo nella prima metà del 1500 quando si narra che proprio perché su quel pianoro si celebrava con orge e piaceri sessuali, fosse apparsa la Madonna a lamentarsi con un contadino malato, di tali pratiche, tanto che i pagani e le loro ritualità si spostarono altrove e lì venne costruito un santuario dedicato al Culto mariano. Di questa leggenda, di stampo cattolico, abbiamo rimaneggiamenti che offrono altre varianti e più precisamente la versione che ad oggi viene definita quella ufficiale in cui è più facile imbattersi che riporta alla data del 1547, quando si dice che la Vergine apparve a tal Leonhard Weißensteiner, titolare di un maso e proprietario di un podere omonimo che si estendeva dove oggi sorge il Santuario di Deutchnofen-Nova Ponente. Leonhard veniva da problemi di salute mentale seri, tanto che fu internato in manicomio. Nei momenti di lucidità si sarebbe affidato alla fede ed in uno di questi momenti avrebbe avuto la prima apparizione della Madonna, che offrendogli conforto gli avrebbe chiesto in cambio la costruzione di una cappella, appena fosse ritornato in libertà. Fu durante una crisi legata alla sua patologia che Leonhard, si liberò dalle catene che lo costringevano per fuggire nel bosco dove cadde in un burrone dal quale riuscì a tirarsi fuori non solo senza ferite e traumi ma pure avendo riacquisito la completa sanità mentale. Ed era proprio mentre Leonhard cercava di capire come tirarsi fuori dal burrone, che la nuova apparizione della Vergine lo avvisò anche del fatto che i suoi parenti lo avrebbero ritrovato vivo il nono giorno, sebbene non avesse da mangiare e da bere. Leonhard effettivamente fu ritrovato dai familiari come predetto, al termine del nono giorno di permanenza nel bosco. L’uomo così tornò a casa e riprese la sua vita di tutti i giorni, dimenticandosi dei suoi dialoghi con la Vergine e soprattutto dell’impegno preso. Ben presto si riammalò e da quell’istante in un punto preciso del bosco a pochi passi da dove oggi sorge il Santuario, si iniziarono a vedere delle luci di cui nessuno conosceva l’origine. Leonhard ricordò all’improvviso il voto disatteso e rinnovò l’impegno, in quell’istante la salute e la lucidità ritornarono e da lì a breve iniziò i lavori per mantenere, finalmente fede alla promessa fatta settimane prima. Scavando le fondamenta non lontano da dove era caduto nel burrone, scoprì la statua di una Madonna raffigurante la Pietà e quando finì la cappella ve la pose all’interno affinché il segno celeste fosse venerato. Arrivati a questo punto della storia vi è una seconda variante che dice che poco lontano dal burrone dove era caduto la prima volta Leonhard vi era un albero e fu su quell’albero che la statuina taumaturgica fu trovata e si pensa che comunque possa essere la versione più plausibile, in quanto in quell’epoca si usava posizionare statue di Madonne o santi sugli alberi per richiamarne la protezione. Sin da quel 1553 le invocazioni alla Madonna Addolorata rappresentata in una miniatura in alabastro di circa venti centimetri, con la Madre che tiene sulle gambe il Cristo deposto dalla croce, sarebbero state portatrici di numerose grazie, testimoniate anche dalle centinaia di ex voto esposti nel corridoio attiguo alla chiesa dell’attuale grande Santuario. Fu proprio a causa del numero di pellegrini in rapido aumento che la cappella fatta costruire da Leonhard non bastò più, rendendo necessaria la costruzione di una nuova cappella che fu già visitabile dal 1561, e che nel 1638 lasciò spazio alla struttura oggi esistente, terminata nel 1654 e consacrata il 1° giugno del 1673 dal Principe Vescovo Sigmund Alfonso Von Thun. Indagini ecclesiastiche a cavallo fra il 1629 ed il 1658 decretarono la miracolosa origine del Santuario di Weißenstein-Pietralba. Il Santuario acquisì l’aspetto attuale  fra il 1719 ed il 1722 quando ebbero luogo rimaneggiamenti ad opera di Johann Martin Gump e del suo collega Agostino Maria Abfalterer, entrambi architetti di corte ad Innsbruck. Sempre nel 1722 fu realizzato un convento annesso al luogo di culto dando completamento all’assetto che vediamo ancor oggi. Ma avvenne anche che il Santuario fu chiuso per un periodo di tempo, nonostante la fama acquisita. Per volere dell’Imperatore d’Austria Giuseppe II che ne decretò non solo la serrata completa fra il 1787 ed il 1836, ma anche la soppressione del Culto. In quel  periodo la statuina devozionale fu trasferita nella chiesa di San Nicolò e Sant’Antonio Abate a Laives dove è alloggiata ancora oggi, infatti dalla riapertura del 1885 del Santuario quella della statua della Vergine sull’altare è solo una copia del famoso e taumaturgico originale. Gli edifici del complesso furono venduti ad un acquirente bolzanino, tale Johann Gugler che fece distruggere le tre torri della chiesa così come gli eremi che erano stati costruiti nel secolo precedente, intorno al luogo originario e più autentico dell’area del santuario dove lo stesso Leonhard Weißensteiner aveva deciso di passare la vita in eremitaggio e preghiera, affidando i suoi averi ed i suoi possedimenti alla gestione e cura dei suoi figli. L’edificio tutto fu adibito a stalle e fienili, ma la devozione popolare continuò con pellegrini che arrivavano a venerare il luogo e la Vergine anche se a ritmo di gran lunga ridotto. E’ interessante comprendere il perché di questo agire da parte dell’Imperatore, poiché al di là della tutela degli interessi della Corona, evidenzia un atteggiamento contro la fede che aveva trasformato ed inglobato antiche venerazioni politeiste, che velate di Cristianesimo erano sfruttate dalle autorità ecclesiastiche creando anche situazioni allarmanti e riconosciute tali dall’autorità politica che in questo caso, (come in molti altri a partire da dopo l’anno 1000), si opponeva a quella clericale e papale. La credenza e la venerazione soprattutto cozzavano con le idee illuministe che volsero ad eradicare qualsiasi forma di  pratica devozionale, specialmente verso la Madonna ed i Santi, andando a negare vari culti dedicati a luoghi diversi ma anche tentando di scollegare le popolazioni dalle tradizioni che erano state inglobate nel Cattolicesimo e dalle narrazioni e dalle leggende peculiari di ogni zona, perché rappresentavano una superstizione che mal si conciliava con il pensiero dominante. Se da una parte quindi vi era un intento atto a modificare una mentalità ed una cultura inconciliabile con l’Età dei Lumi, azione che si riscontrò in tutta Europa, dall’altra vi era una motivazione di tipo politico. Giuseppe II d’Asburgo Lorena nell’intento di accentrare nelle sue mani il potere facendolo passare dal Clero dell’Impero, emise l’11 aprile del 1772 un’ordinanza che proibì qualunque pellegrinaggio superiore al giorno e che non fosse accompagnato dal proprio parroco, vietando anche di toccare e baciare le reliquie. Questo ovviamente non permetteva di allontanarsi dalle proprie parrocchie, di fatto azzerando i grandi spostamenti che inducevano persone di status sociale diverso a percorrere lunghe distanze pur di andare a pregare in un certo luogo. Alla firma del documento ne fece seguito un altro più tardo, datato 1783 che riguardava lo scioglimento delle Confraternite organizzatrici di tali pellegrinaggi. Il provvedimento restrittivo non si estese solo ai territori puramente austriaci ma a quelli facenti parte dell’Impero come la Lombardia o i Paesi Bassi. In questa riforma venne inclusa anche Weißenstein–Pietralba, lo stesso Santuario dove la madre dell’Imperatore Maria Teresa d’Austria andò a pregare la Madonna proprio per ricevere la grazia di partorire un erede maschio. La gratitudine dell’Imperatrice fu ritratta anche in un affresco presente oggi all’interno della Basilica che raffigura Maria Teresa mentre offre alla Vergine proprio il piccolo Giuseppe. Pietralba era al pari di altri grandi luoghi di fede un sito di grande aggregazione e dietro la motivazione che diede luogo alla sua chiusura vi fu un’analisi anche dettata dalla visione del Tempo dei Lumi, di tipo psicologico, del fenomeno pellegrinaggio, mezzo che faceva incontrare masse di genti, animate nella maggior parte dei casi da profondo malcontento. Scontento ed irrequietezza che la Chiesa cercava di veicolare proprio nelle visite ai luoghi ritenuti di pregio religioso e spirituale. Fu a tal proposito che con la Controriforma, fece erigere a partire dal XVI° secolo luoghi di aggregazione e culto in molti siti, proprio al fine di canalizzare forme di disagio e malcontento in attività che avrebbero dovuto portare alla moderazione, fungendo così da controllo delle emozioni relate al malessere, alla povertà, a ciò che di profondo cercava di essere orientato. In questo però l’Imperatore riconosceva un giogo mentale che se per la Chiesa poteva fungere da mezzo di controllo e gestione dei credenti, faceva anche sì che grandi numeri di genti si radunassero in uno stesso luogo e che quel malcontento invece potesse essere veicolato verso azioni di rivolta, creando focolai sparsi e numerosi che sarebbe stato difficile gestire da un punto di vista di ordine pubblico. Infatti la stessa Maria Teresa d’Austria fu la prima nel 1700 a ridurre drasticamente i giorni festivi per cercare di monitorare gli eccessi delle grandi folle, lei che per prima si era recata ed aveva fatto importanti doni a vari luoghi di pellegrinaggio e preghiera; misura poi rafforzata dal decreto di Giuseppe II. Venne combattuto così ciò che la Chiesa aveva portato avanti per secoli, inducendo non a una spiritualità equilibrata il credente ma ad atteggiamenti che divennero più uno sfogo di squilibri interiori ed allo stesso tempo di dipendenza da certi viaggi e spostamenti che rappresentavano la valvola di scarico di tali malesseri. Si pensi che la devozione verso la figura della Madonna di Weißenstein–Pietralba portava i credenti a baciare la statuina e a morderla per portarne a casa una scheggia, al fine di impastarla con il pane affinché tutti i membri della famiglia potessero godere della sua benedizione, azione che legava spiritualità e materia alla rappresentazione fisica della Vergine e che sicuramente attingeva a ritualità apotropaiche di antichissima e pre-cristiana memoria, ma che dati i numeri di pellegrini raggiunti nei secoli non sarebbe stata sostenibile nel breve e medio termine oltre che intollerabile in un contesto illuminista.






Dal 1885 il Santuario riprese la sua attività e funzione ed una copia della statua fu incoronata, rito che è dedicato solo a quelle rappresentazioni della Madre del Cristo che godono di grande venerazione e notorietà. Inizialmente l’Ordine a cui fu affidato il Santuario fu quello dei Servi di Maria di Innsbruck, che avevano come fine quello di diffondere la devozione ai dolori della Vergine. Nel periodo fascista i monaci austriaci furono sostituiti con monaci italiani, appartenenti ai Servi di Maria di Vicenza che lo abitano e seguono ancora oggi.

Nei pressi del Santuario si trova inoltre una cappella dedicata a San Pellegrino Laziosi, patrono dei malati di tumore. Santo francescano nato a Forlì (1260-1345) di cui è compatrono, fu di famiglia nobile e sembra partecipò a delle rivolte popolari quando aveva solo diciotto anni colpendo in viso San Filippo Benizi, che come lui appartenne all’Ordine dei Servi di Maria, nei quali entrò poco dopo quell’evento, ma non come sacerdote e qui ci sono informazioni lacunose sulla sua conversione. Si ammalò molti anni dopo di tumore al piede a seguito, sembra, di una penitenza che si era auto inflitto, il non sedersi mai e che durò per trent’anni, cancro che scomparve immediatamente dopo una visione di Cristo che scendeva dalla croce per guarirlo. Per questo è invocato contro le patologie di origine cancerogena, fu canonizzato nel 1726.





La Cappella San Leonhard dove tutto ebbe inizio, è ubicata poco distante dal Santuario così come lo conosciamo oggi. E’ il cuore di tutta quest’area, la zona oserei dire più vera, visto che secondo la leggenda in quei pressi Leonhard si perse, cadde in un incavo roccioso, incontrò la Vergine, rimase esposto alle intemperie per nove giorni senza acqua né cibo senza perdere la vita. Imboccando il sentiero 4 ad est della Basilica si raggiunge dopo una breve salita la chiesetta di Leonhard Weißensteiner, poco lontano si trova il suo eremo dove visse in silenzio e preghiera e dove costruì anche altre celle, oggi andate distrutte, e nei pressi scendendo alcuni gradini si può vedere la concavità in cui cadde e rimase per nove giorni.









L’oscura cavalcata ed il Trionfo della Morte Narra il racconto, che il Signore di Burg Karneid disponeva dell’autorità per proteggere ed imporre tributi a chiunque passasse per le strade che si snodavano verso l’Eisacktal-Valle Isarco o verso l’Eggental-Val d’Ega, accumulando un tesoro senza pari, visto che le due arterie fungevano da snodi principali per i collegamenti della zona su cui vegliava l’imponente maniero. Il denaro si accumulava nelle casse del castello e questo dava anche al Signore l’opportunità di garantire la serenità degli abitanti della costruzione fortificata. Il denaro da sempre aiutava a mantenere saldi i rapporti con amici e a trovare cavalieri che si sarebbero confrontati in scontri e battaglie per difendere il Signore ed i suoi possedimenti. Ma un giorno arrivò una notizia, una di quelle contro le quali né il denaro né qualunque azione difensiva possono nulla. Era scoppiata un’epidemia di peste che era arrivata a contagiare sino alla città di Bozen-Bolzano. Il Signore di Karneid decise di andare a fare un voto, si recò alla piccola cappella di Weißenstein-Pietralba e promise che se il maniero fosse stato graziato e fossero usciti intoccati dall’epidemia, la prima cosa che si sarebbe premurato di fare con tutti gli abitanti del castello sarebbe stato un pellegrinaggio di ringraziamento e si sarebbe impegnato a costruire una cappella più grande dedicata alla Bianca Signora come ex voto. Mentre ritornava al maniero il Signore in lontananza vedeva i fuochi delle pire su cui venivano arsi i morti dell’epidemia e tutti i loro averi, ed il vento nonostante la lontananza portava nuvole di fumo ed echi di sofferenza e morte, devastazione e disperazione. Arrivato al castello fece tirare su il ponte levatoio, con l’ordine a chiunque di non abbassarlo per nessun motivo. Passarono settimane, gli abitanti del castello continuavano la loro vita, rinchiusi in quel loro mondo che li aveva isolati ancora di più, nella speranza di evitare un contagio che li avrebbe uccisi tutti. Le loro preghiere e soprattutto l’impegno preso dal loro Signore li aveva salvati. Ma il tempo fece dimenticare la paura e la promessa fatta, la vita dei castellani e della servitù tutta fu sconvolta dall’arrivo di una nuova malattia, che sembrava essere arrivata solo a Burg Karneid. Fu presto morte per tutti, esseri umani ed animali perirono per la nuova epidemia che si era abbattuta su di loro ed il castello rimase desolato nella sua aura di morte e angoscia. Gli spettri dei defunti si radunarono, nella loro nuova veste di disperazione ed abbandono, a cavallo dei loro destrieri fecero abbassare il ponte levatoio, i cui cigolii raccapriccianti aprirono la via al corteo mortifero, in testa il Signore di Burg Karneid, dietro i suoi cavalieri, i membri della famiglia e la servitù, nei loro abiti migliori, con stendardi di morte ad annunciare il loro cammino, mestamente si diressero verso la frazione di Petersburg-San Pietro al Monte a Deutschnofen-Nova Ponente, a mantenere ciò che non fecero in vita, l’impegno preso e tradito. Nelle notti più buie, quelle di luna nera, il corteo si dirige su quell’immenso prato a rendere omaggio alla Signora di Weißenstein-Pietralba. Il Santuario spalanca le sue porte e a Lei si inchinano, rientrando poi al castello che custodisce i loro spiriti.



Note:
Incontrare questi due luoghi ha fatto scaturire tutta una serie di osservazioni che mi sono sorte spontanee lungo il cammino in questa esplorazione e ricerca, a leggere sia la storia che si interseca alla leggenda ed ai detti popolari.

Partendo da Burg Karneid-Castel Cornedo un pensiero mi ha accompagnato alla scoperta che il ponte levatoio, durante i lavori di restauro fu ricostruito e sostituito con uno fisso che non possiede la stessa ubicazione di quello precedente. Tale scelta fu ascrivibile a motivazioni di cui non ho trovato traccia, ma personalmente mi ha fatto pensare al fatto che potesse essere anche legato alla leggenda, con tale scelta si volle forse (anche) evitare che il corteo macabro muovesse verso Weißenstein ogni notte di luna nera?

Drei-Tre Bethen Il fatto che la cappella di Burg Karneid sia dedicata a Sant’Anna mi ha riportata subito al Culto delle Tre Bethen e di cui sappiamo che dalla Dea Ambeth derivano tutta una serie di nomi fra cui anche Anna. Ed è la Bethen a cui è associato il colore bianco, Dea primigenia della Terra e dei cicli della Natura tutta, che si rinnovano nell’eterno ripetersi di nascita-morte-rinascita. Che la sua struttura sia compenetrata da quella del mastio, non credo sia stata una scelta solo ed esclusivamente di tipo architettonico ma che abbia riferimento ad una simbolica penetrazione rappresentata dalla parte più maschile del castello, il mastio o maschio cioè la struttura che in generale è la più alta parte di un maniero che appunto in questo singolare caso affonda nella parte centrale della cappella. Sempre alle Drei Bethen mi ha riportato lo stemma araldico del Comune di Deutchnofen tradotto in un Italiano Nova Ponente che lo depaupera purtroppo dell’origine degli abitanti a cui fa riferimento il toponimo, esattamente come succede a Welschnofen con Nova Levante. Le Drei Bethen potrebbero anche essere richiamate nello stemma di Deutchnofen, attraverso i suoi colori : il bianco argenteo, il rosso ed il nero ma anche questa sarà una strana coincidenza, poiché penso che il colore dei rami avrebbe potuto essere rappresentato da un colore marrone e non nero se proprio se ne voleva esprimere la cromaticità più vera. Ultimo ma non meno importante l’asse lungo il quale è costruito il Santuario e le strutture adiacenti, percorrono un ideale linea che corre lungo le opposte direzioni nord e sud, in concomitanza quindi dei Solstizi d’Inverno e d’Estate, che simbolicamente rappresentano entrambi porte alchemiche a cavallo fra Buio e Luce, che con il pensiero, mi hanno riportato alla pietra solstiziale di Wielenberg-Montevila. Le Tre Dee le ho ritrovate anche nella frazione che ospita il Santuario Petersberg-Monte San Pietro (si legga in tal senso il mio precedente articolo sulle Tre Bethen) ed anche nella chiesa che ancora oggi ospita la piccola statua della Bianca Vergine, sebbene sia a Laives, che è intitolata a Sant’Antonio Abate e a San Nicolò. San Nicolò è un comune denominatore spesso presente nel Culto delle Tre Filatrici di Vita. La cappella della Cattedrale di Worms, in Germania, dove il Culto trovò la sua trasformazione con l’attribuzione delle tre nuove Sante in sostituzione delle Dee, la Cappella di Kleran-Cleran nei pressi di Brixen-Bressanone ed ancora oggi la chiesa dove è custodita la Madonnina di Weißenstein sono intitolate a San Nicolò, il cui Culto in quanto Santo va evidentemente a legarsi a quello di Wielbeth, Ambeth e Borbeth, tanto più ricordiamo anche che Santa Barbara, che si stratificò sul Culto della Dea Borbeth, è celebrata il 4 dicembre e precede di solo due giorni quello di San Nicolò che invece è celebrato il 6 dicembre. Questo manifesterebbe come in una Terra abitata da Germani possano esserci tracce di Divinità che vengono considerate celtiche ma anche pre-celtiche, ed è quel pre che apre ad una possibile risposta. I Celti o meglio i Popoli che la storia ha unitamente denominato così, essendo di origine indoeuropea, quando si insediarono in aree come il centro Europa, incontrarono stirpi autoctone che attingevano ad una Radice comune europea in fatto di culto, dalla quale attinsero anche le Popolazioni poi definite teutoniche, radice sulla quale si innestarono mitologie differenti e Pantheon differenti ma che è utile tenere in considerazione se ci si vuole aprire ad una visione che possa dare eventuali risposte. Questo farebbe capire che le Tre Bethen erano forse un Culto condiviso, sebbene i Welschen abitassero qualche chilometro più ad est e sebbene quella sia una zona considerata prevalentemente retica. Si palesa quindi come questa Terra fu sempre una zona non solo di scambi e transiti ma anche di Culture che abitando le numerose vallate si incontrarono, anche influenzandosi.

Riti di fertilità Attraverso quel detto popolare in Tedesco ‘Auf der Alm da gibt keine Sünde, sulla Malga non c’è peccato’ si dice che sull’altipiano che oggi ospita il Santuario, si svolgessero riti a sfondo sessuale, anche se non solo in quel luogo; questa ipotesi fa comunque pensare a ritualità che offrissero secrezioni sessuali umane di richiamo e connessione alla fertilità e che fossero propiziatrici non solo di una prosperità fisica ma anche e soprattutto di visione e conoscenza, portandomi a pensare che come altri luoghi esplorati sinora, Weißenstein sia un luogo liminale, un luogo dove si venerasse una Madre di Morte fondamentalmente, che richiama la Donna veggente visionaria e conoscitrice del Tempo dalle bianche ossa, la Willeweiß di cui ho narrato già; in altra analisi possiamo riflettere sul fatto che sessualità e morte possono relazionarsi in quanto la sessualità porta nascita che conduce inevitabilmente alla morte, tanto quanto ogni morte conduce ad una nuova rinascita proprio attraverso la sessualità che si connota come ponte di vita fra i due estremi che la compongono, ed anche in questo caso si ritroverebbe la visione triplice dell’esistenza tutta.
Il nome da cui originerebbe quello del Santuario e cioè da colui che in effetti lo fondò, o almeno a cui viene attribuita tutta la storia, è un nome di cui non ho trovato esito nel dizionario dei Santi consultato, né sul web al di fuori della storia del Santuario ovviamente. E’ un uomo che la leggenda dice essere stato malato di mente e di essere esistito nella seconda metà del ‘500. La mia riflessione mi dice che se davvero il Leonhard della situazione fosse stato malato, avrebbe potuto essere semplicemente un percettivo e sensitivo e come tale vivere stati di coscienza profonda (o comunque la sua figura riferirsi ad una persona del genere). Utilizzo questo termine e non quello di coscienza alterata, poiché quest’ultimo aggettivo si riferisce ad un opposto che sarebbe (stato) considerato normale e che poneva in tempi non troppo lontani, (ma in effetti ancora oggi alla luce di alcuni che ignorano), chi manifestava determinate peculiarità di connessione con dimensioni altre, come persona non conforme a parametri per lo più religioso-spirituali o comunque pericolosa, quando la normalità da cui siamo stati scollegati per secoli è proprio la capacità di vivere naturalmente certi stati di coscienza che per essere profondi non hanno bisogno di nessuna alterazione, ma che fanno parte delle nostre infinite potenzialità di unione e trasformazione sopite e troppo spesso dimenticate.


Madre di Giustizia Le ossa vengono richiamate anche da Weiss-bianco e Stein-pietra, che ricorrono nel cognome di San Leonhard e di conseguenza nel nome del Santuario. Nulla è più simile alle ossa della bianca pietra ed esattamente in bianca pietra è costruito il Santuario, esattamente come bianca è la neve o il ghiaccio, della stagione autunno-inverno, che nella Ruota dell’Anno ne segna il tramonto, ed è legato al periodo dei defunti e della apparente staticità della Natura che trova una stasi nella morsa del gelo. La direzione ovest inoltre dell’ubicazione di Deutchnofen nella traduzione italiana Nova Ponente, secondo la mia opinione offre un ulteriore tassello a supporto di questa tesi. Inoltre pietra e ghiaccio sono custodi memorie ancestrali e custodendole al contempo le mettono anche a disposizione di chi le sappia ricercare. Una Madre che dona Morte e Trasformazione ma che è anche Madre di Giustizia, che non fa favoritismi, attua la stesso effetto sia verso il contadino malato Leonhard che verso il potente Signore di Burg Karneid. E’ Madre che insegna l’onore e la coerenza, insegna che i patti vanno rispettati, ed il fatto che Leonhard quanto il Signore del Castello disattendano un patto sancito con un volere ed un impegno, manifesta che il tradimento è stato prima di tutto verso i propri intenti. Oggi da secoli noi siamo abituati ad associare la Giustizia Divina come un qualcosa legato ad un maschile e la figura della Madre è stata trasformata poi solo in amore e pietà; qui si offre una visione completamente differente. Pensiamo a Leonhard, promette una prima volta, a seguito della guarigione richiesta, di edificare un luogo di culto e non mantiene la promessa, si riammala quindi, ristabilendo la salute solo dopo aver mantenuto l’impegno preso. Nella leggenda di Burg Karneid, la storia ha la stessa dinamica di fondo, il Signore del Maniero promette di edificare un luogo di culto in ringraziamento alla Madonna se gli abitanti del castello saranno graziati, ma quando l’epidemia di peste passa, tutti si dimenticano ed una nuova epidemia si abbatte sul castello uccidendoli tutti. Il monito è chiaro e parla di una Dea che offre aiuto ma che esige che gli impegni presi in ordine di voti e promesse siano onorati ponendosi come Madre di Giustizia ed Equilibrio. La leggenda del Castello con la processione notturna degli spettri che si inchinano di fronte all’immagine della Bianca Vergine è una simbologia, secondo la mia visione, che manifesta come gli abitanti del Castello in fondo rappresentino attraverso il loro corteo, come la manifestazione di questa Madre di Equilibrio appartenga a questa Terra e quindi alla materialità, ma come sia riconosciuta anche come Equilibrio dei piani sottili visto che è onorata anche da chi non è più sul piano fisico e fuori dall’ordinario tempo a cui siamo abituati. 

Leonhard Weißensteiner ritrova la Madonna cadendo in un anfratto di roccia in cui rimarrà nove giorni esposto alle intemperie, senza acqua e senza cibo prima che i familiari lo ritrovino. La roccia riporta alle profondità di una Madre Oscura e rigeneratrice, utero primordiale, ma per le peculiarità della permanenza riporta ad uno dei fondamentali della mitologia germanica che è il sacrificio di Odino il quale per ricevere le Sacre Rune rimase appeso all’Albero di frassino dell’Yggdrasil, per nove giorni e nove notti, esattamente come il fondatore di Pietralba rimase esposto alle intemperie per lo stesso periodo, senza cibo né acqua.

Il 9 come numero varco, porta,radice che segna il culmine la fine di un ciclo e la rinascita a nuova esistenza. Un numero rinnovatore per eccellenza dato dal tre che si moltiplica per se stesso e quindi espande a potenza le sue qualità di sacro. La valenza del nove per i Germani era tanto importante che Ylenia Oliverio dell’Associazione il Bosco di Chiatri, nel suo articolo del Vanatrù Italia lo definisce la ‘Radice numerica del Popolo del Nord’. Così lo si ritrova sempre nella stessa mitologia oltre che nel fondamentale legame con Odino, anche nei Nove Mondi che costituiscono l’Universo ed ancora nel numero iniziale delle Tribù germaniche, fra altre manifestazioni simboliche. Esattamente come il nove ancora oggi è numero civico del Santuario che è Petersberg-Monte San Pietro 9, ed in un luogo dove la struttura è sorta per prima in mezzo al nulla questa attribuzione non può che ricondurre ad un simbolismo già espresso.


La Madonnina taumaturgica Le due versioni del ritrovamento, la prima durante lo scavo per la cappella originaria del Santuario, e la seconda su un albero che sembra quella più verosimile, ci riporta all’antico Culto arboreo che durò per millenni e che fu sradicato così come furono sradicati gli alberi, che divennero da simbolo e strumento di connessione di tutte le tradizioni pagane, ad imputati di processi in cui non potevano opporsi ed in cui non venivano solo tagliati, ma sradicati e arsi perché le entità e Divinità che li abitavano perissero con loro. Al posto di un albero spesso venivano edificate piccole cappelle o chiesette che ancora oggi costellano il panorama di luoghi di Culto pre-cristiano.

Scelta narrativa Nelle tre versioni della leggenda di Burg Karneid-Castel Cornedo che ho consultato, il corteo lugubre ripete in suo pellegrinaggio, con varianti di tempo diverse, in una versione ogni cento anni, in un'altra tutte le notti nella terza solo nelle notti di luna nera ed è a questa visione che ho adeguato il mio racconto.



Immagini 

Tratte dal web

1,2  www.sentres.com
3 www.araldicacivica
4,5,6,7 www.wikipedia.it


Didascalia

1,2 Burg Karneid–Castel Cornedo
3 Stemma del Comune di Deutschnofen-Nova Ponente
4,5 Wallfahrtsort Maria Weißenstein-Santuario della Madonna di Pietralba
6 Cappella di San Leonhard Weißensteiner
7 Anfratto in cui cadde Leonhard Weißensteiner e nel quale rimase nove 
giorni e nove notti senza acqua e cibo esposto alle intemperie


Bibliografia

* Brunamanria Dal Lago Veneri , Guida insolita ai misteri, ai segreti, alle leggende dei castelli del Trentino Alto-Adige , Newton&Compton Editori, 2002, Pag 300,301,302,303, 304

* AA.VV. Guida ai Misteri e Segreti del Trentino Alto-Adige e Friuli Venezia Giulia, Sugar Editore 1972, Pag 161,168

* Renzo Zanolli, Guida ai luoghi del Mistero di Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige, Il Marcopolo Edizioni 2011, Pag 39,40

* Roberto Lavarini, Viaggiatori. Lo spirito e il cammino. Hoepli, 2005

* Jean Chélini Henry Branthomm, Le vie di Dio. Storia dei pellegrinaggi cristiani dalle origini al Medioevo, Jaca Book 2004 Pag. 70,71,72

* Abbazia Sant’Agostino Ramsgate Grande Dizionario dei Santi, Edizioni Piemme 1990, Pag.621



Sitografia

* Mio articolo 2017 La Willeweiß l’antica profetessa delle montagne 

* Mio articolo 2016 Wielenberg, nel nome di Wielbeth, la Dea lunare, una delle Tre Bethen, la Triade di Dee celtiche delle Dolomiti pusteresi https://ilblogdilujanta.blogspot.com/2016/11/wielenberg-nel-nome-di-wielbeth-la-dea.html

* http://www.araldicacivica.it
* http://www.burgen-adi.at
* https://www.dolomiti.it
* www.eggental.com
* http://www.gemeinde.karneid.bz
http://www.mondimedievali.net/castelli/trentino/bolzano/castelcornedo.htm
* http://www.santiebeati.it
* www.sentres.com
* http://www.sudtirol.com
* www.suedtirolerland.it
* http://www.valdega.org
* https://nonsoloturisti.it/2014/01/santuario-madonna-di-pietralba/
* http://vanatru.it/radice-numerica-del-popolo-del-nord
* http://www.welschtirol.eu
* https://it.wikipedia.org


Videografia

* Michele Giovagnoli ‘La Messa è finita’ https://www.youtube.com/watch?v=6FX1jBOTE8g














domenica 15 aprile 2018

Roghi votivi. Il Sonnenburger Kopf il colle fra ritualità e celebrazioni






E’ l’unico luogo di culto accertato archeologicamente di tutta la Media Pustertal – Val Pusteria. I ritrovamenti dei resti delle offerte votive, tra cui frammenti di ceramica ed una fibula bronzea a forma di serpente, fanno supporre che il Sonnenburger Kopf, fu utilizzato in maniera continuativa sino alla Prima e Media Età del Ferro, fra il VI° ed il IV° secolo a.C. tra Cultura di Hallstatt e successiva Cultura di La Tène, ma gli scavi ci parlano di insediamenti risalenti al III° millennio a.C. in periodo eneolitico, con testimonianza di attrezzi ed armi in pietra levigata, trovati in un deposito, così da rendere il colle roccioso di Sonnenburg-Castelbadia, nella frazione di Sankt Lorenzen – San Lorenzo di Sebato un insediamento continuo per molti secoli, testimoniati da ritrovamenti numerosi, che riconducono anche al periodo medievale. 


Gli undici cartelli esplicativi fanno parte del sentiero Archeo che corre lungo i due versanti del colle


L’accesso al colle oggi è garantito da due passaggi, il primo arrivando dall’Alta Valle e che corrisponde al Ponte Peintner, sulla strada statale parallela al corso della Rienz-Rienza. Il secondo accesso è invece concomitante con la zona dei massi coppellati, ubicati nella frazione di Fassing-Fassine, il cui cartello esplicativo fa parte del sentiero tematico che scorre da una salita all’altra, con partenza dal ponte Peintner con la denominazione ‘ARCHEO’ e strutturato in undici cartelli illustrativi, legati ad aree tematiche precise, fra cui: sorgente, coppelle, resti abitativi del Ferro, area cultuale, resti del vallo di difesa, ma anche gli altri siti storico-archeologici che si vedono da una data posizione. Il margine del terreno boschivo che conduce alla cima è costituito da alberi di ciliegio degli uccelli, da betulle, frassini, sorbi degli uccellatori e noccioli. Mentre salendo più in alto nel bosco troviamo un albero dalla rapida crescita, l’abete rosso nonché pini silvestri e larici. Il territorio è abitato oltre che da impronte e ricordi antichissimi anche da sessanta specie di uccelli, oltre che da un innumerevole quantità di altri animali. 



Panorama circostante all’inizio della salita dal ponte Peintner


La Rienz-Rienza che scorre ai piedi del Sonnenburger Kopf

Kronplatz – Plan de Corones visto lungo la salita al Sonnenburger Kopf


I ritrovamenti più importanti sono di epoca romana, costituiti da un vallo, a protezione della cinta muraria che doveva fungere da tutela delle incursioni barbariche, costruito in un’epoca a cavallo fra il III° ed il IV° secolo d.C. , che secondo la ricostruzione probabile, doveva disporre anche di una porta, come illustrato nell’immagine che ne ridisegna il probabile aspetto. 






E così questo luogo fortificato antico, fu luogo di difesa, fu insediamento di altura (sono stati ritrovati cocci che fanno pensare a delle abitazioni in epoca romana), ma soprattutto area cultuale che si inserì nel quadro della cultura retica, a seguito delle scoperte degli anni ’80, e fra le aree rituali a rogo votivo dell’Età del Ferro, che in Tedesco vengono denominati Brandopferplätze, testimoniati in loco dalla presenza di piccolissimi resti di ossa animali (bovini, ovini e suini) bruciati a temperatura fra i 1300° ed i 1400°, che costituivano l’offerta attraverso l’immolazione sacrificale prima ed il pasto rituale successivo che coinvolgeva la comunità che partecipava alla ritualità. L’area votiva doveva ergersi anche vicino ad una fonte, oggi prosciugata ma presente sul sito dove un tempo doveva sorgere l’area sacrificale di offerta agli Dei. L’usanza dei roghi votivi come offerta, trova riscontro e manifestazione anche in Tirolo ed in Trentino ed avvenne non tanto come evoluzione locale della modalità di offerta di epoca precedente, ma come attestazione di un rapporto continuo ed alimentato fra la comunità e le Divinità. E' nel Bronzo recente (1050-800 a.C) che si inserì la pratica del rogo votivo con la peculiarità dell’altare sui cui cumuli di cenere per lo più di forma piramidale, bruciavano appunto i cibi, il cui fumo nel disperdersi verso il cielo deliziava e placava gli Dei, questa è una tradizione precedentemente utilizzata in Israele, Asia Anteriore, Grecia e Penisola Italica. 








Tale uso andò avanti senza interruzione sino al II° secolo d.C. Nel corso dei secoli si assistette così alla stratificazione degli Dei romani e greci su quelli reti e celtici o ancora precedenti e dato che le testimonianze e le narrazioni vengono dal mondo classico è facile capire come il complesso delle divinità arrivate sino a noi e di cui abbiamo racconto e riferimento appartengano fondamentalmente a quel pantheon. Gli arcaici culti sacrificali in area centro alpina prevedevano la disposizione di oggetti spesso defunzionalizzati, cioè ripiegati, rotti o inceneriti presso luoghi come valichi e montagne, in fenditure della roccia ed ancora prima nelle acque sacre: fiumi, laghi, paludi o anche alle sorgenti dei corsi d’acqua. La defunzionalizzazione ne aumentava il valore simbolico e quindi il valore dell’offerta stessa, scuri ed asce nel Neolitico, mentre nell’Età del Bronzo (III°-I° millennio a.C.) e sino ai Urnenfelder – Campi d’Urne (1200- 800 a.C.) spade, punte di lancia e spilloni. Ma i reperti offerti alle acque, a parte rari casi andarono via via estinguendosi fra il periodo di Hallstatt (1200 – 475 a.C.) e quello di La Tène (475- 15 a.C). Solo nel Tardo La Tène le offerte ad acque curative, ritornano in uso, sebbene si pensi più che una pratica celto-retica fossero trofei di vittoria di qualche popolazione germanica. La pratica dei doni offerti agli Dei spazia dal cibo alle bevande, dai nastri colorati ai fiori ed erbe, in tal senso analisi paleobotaniche hanno evidenziato una preminenza di cereali. 




I cibi e le bevande furono sicuramente offerti dal Bronzo Antico (2300-1500 a.C.) fino alla tarda epoca La Tène , sebbene non si conoscano, a parte i cereali di cui sopra, i particolari alimenti e bevande offerte, ad esclusione anche di quelli deducibili dalle ossa dei banchetti che si tenevano successivamente ai sacrifici, i cui cocci di vasellame sono riconducibili e riferibili ad essi. Interessante vedere come oltre a questo tipo di dono gli Dei fossero omaggiati non solo con fibule ma anche lamine a cui veniva data forma umana o di scudo in miniatura, immagini ritagliate da cinturoni o recipienti di bronzo. Il rogo votivo come pratica cultuale fu acquisito attraverso l’importazione di tradizioni greche ed etrusche fondamentalmente attraverso i Venetici che fungevano da cuscinetto fra le culture alpine e quelle italiche ed egee. E le fonti attestate dagli scrittori greci e latini come Pausania, Tacito , Livio o Plinio il Giovane, ci mostrano come non solo la cultualità locale mutò ad opera di ritualità importate ma anche come pur essendo lontane geograficamente le ritualità sacrificali usassero ad esempio le stesse parti di animali da offrire agli Dei, tanto quanto svilupparono peculiarità locali. Non solo il Sonnenburger Kopf fu area per i roghi votivi, altre testimonianze archeologiche includono le cosiddette ‘Frane del Diavolo’ presso il Karterer See-lago di Caldaro nella zona dell’Überetsch-Oltradige, oppure nella zona sopra al laghetto di Wolfsgruben am Ritten Hochplateau-Costalovara sull’Altopiano del Renon (1206 s.l.m.), dove sono stati trovati monumenti megalitici (menhir) databili al II° millennio a. C. e poi ancora sempre ad ovest della Provincia S. Walburg- S. Valburga in Ulten-Val d‘Ultimo, il Ganglegg di Schluderns-Sluderno in Vinschgau-Val Venosta, il Rungger Egg di Seis-Siusi, nelle vicinanze dello Schlern-Sciliar, sede dei roghi votivi di Burgstall-Monte Castello (m. 2510 s.l.m.) e Plörg (m. 2530 s.l.m.) famosi per l’altitudine a cui si ergono, ma anche lo  Schöllberg Göge-Alpe di Göge in Arnthal-Valle Aurina. Nonostante questi numerosi ritrovamenti ad oggi mancano ancora parecchie tessere del puzzle che riveli le ritualità come si svolgessero piuttosto di chi erano i partecipanti oltre ad una chiara classe sacerdotale. Sinora ciò che sappiamo per certo è che le aree dei roghi votivi erano costituite peculiarmente da tre parti: l’altare, il bothros e un’area per le cerimonie. Il bothros termine di origine greca, è costituito da una fossa, una cavità scavata nella terra o nella roccia, secondo Omero vi si versava latte e miele o acqua e vino come offerta e cibo per gli antenati e sempre nell’Odissea ci viene detto che sopra di essi veniva fatto colare il sangue delle vittime sgozzate, come dono e nutrimento per Ade e Persefone. La conca scavata nella terra riporta ad un concetto coppa-utero dove tutto si fonde e che accoglie le offerte per la maggior parte liquide (latte e sangue) atte ad omaggiare antenati, divinità o entità metafisiche. Fra le altre offerte votive si annoverano anche le vesti specialmente da parte di donne, i capi dissoltisi nel terreno ci hanno lasciato oggetti d’ornamento facilmente databili e che ne costituivano il completamento dell’abbigliamento: le fibule. I capi d’abbigliamento quindi consacrati ad una Divinità ed offerti ritualmente acquisivano una funzione sacrale ed all’interno di questo tipo di offerta troviamo la stessa ‘tradizione’ degli altri articoli in metallo che potevano essere defunzionalizzati, così come le fibule potevano essere sottoposte a bruciature o deformazioni, sempre al fine di aumentarne il valore rituale. L’offerta votiva assume così il valore di comunicazione e vicinanza agli Dei, del ringraziamento per un pericolo scampato ma anche il tentativo di ingraziarsi le Divinità al fine di ottenere favori e protezione. Verso la fine dell’Età del Ferro e l’epoca romana la tradizione dell’offerta variò e molti oggetti furono sostituiti da monete, il cui uso accompagnò tutto il III° e IV° sec. d. C. Il rogo votivo, comunque come pratica cultuale sebbene riscontrabile su un’ampia zona, si concentrò in area centro-orientale, raggiungendo un apice fra due Culture quella di Laugen-Melaun/Luco-Meluno (metà del XIII°-metà del VI° secolo a.C.) e quella di Fritzens-Sanzeno (metà del VI°-I° sec. a.C.). Quindi se è oramai certo che i roghi votivi raggiunsero la loro diffusione massima nel Bronzo Recente e Finale, il fenomeno sembra avere avuto inizio nel Bronzo Medio se non Antico avanzato. Il principio secondo cui si ‘dava per ricevere’ regolava la ritualità e l’offerta sacra. Il sacrificio acquisiva così il valore intrinseco legato al suo vero significato, oggi travisato. Oggi la parola sacrificio richiama alla mente rinuncia o privazione scelta o imposta, ma la sua etimologia ci porta ad un senso che era ben lontano da quella imposizione pesante ed onerosa che nell’immaginario collettivo di oggi la parola evoca. Sacrificio deriva dal Latino da ‘sacrum’ azione sacra e ‘ficium’ da facere-fare. Quindi tutte le azioni che abbiano un valore, un’importanza sono sacrifici come espresso nel sito ‘una parola al giorno’‘...Quando si porta un mazzo di fiori alla persona amata, è un fragrante sacrificio di fiori freschi. Quando si offre un giro di bevute al pub, quello è un sacrificio in onore dei presenti. E così è un sacrificio avere cura dell'ospite, esprimere i propri sentimenti con belle parole al momento giusto - quasi fossero formule di una liturgia antica e preziosa, ed è un sacrificio elevato alla propria salute non chiedere il bis di dolce e rimettere la sigaretta nel pacchetto. ‘Quindi il fare un'azione sacra corrispondeva ad offrire azioni, oggetti o esseri di valore, che li rendeva proprietà, disponibilità degli Dei. Così i roghi votivi, seppur in una lettura seppur lontanissima da ciò che oggi è il nostro pensiero, venivano offerti come il massimo bene di cui si disponeva, la vita, e soprattutto attraverso il sangue, liquido che racchiude la forza vitale e il corpo che era la maggior ricchezza di cui si potesse disporre. Quindi nulla era più esclusivo e potente dell'agire il sacro, offrendo ciò che più di intoccabile esistesse, il corpo e ciò che lo animava, la vita. In questo modo se analizziamo la semantica della parola 'sacrificio' e volgiamo lo sguardo più indietro dell'etimo a cui siamo abituati ad attingere, noteremo che la parola latina da cui deriva, nasce da una lingua indoeuropea di origine artica, il sanscrito, che a sua volta origina da un protosanscrito attraverso i cui fonemi si esprimono concetti ben precisi. E così il ‘sacer ‘ latino inizia con la consonante ‘ s ‘ che in Indoeuropeo indicava la vicinanza, l'unione fra persone e cose, una vicinanza fisica, materiale ma anche mentale, e così il ‘fare sacro-sacrificio ‘ rafforza la sacralità della vita-offerta-morte e dell'azione in una vicinanza fra gli officianti, i presenti e le Divinità.
Vi è un’oggettiva difficoltà a stabilire non solo il periodo storico di appartenenza di un reperto di popoli senza scrittura, ma anche il contesto sociale o cultuale in cui veniva usato e soprattutto la motivazione di tale uso, ma questo ci approccia a tasselli di un puzzle che è in continuo mutamento, perché fatti di chiaro-scuro che corrispondono alle decodificazioni non solo degli oggetti ma anche di pratiche, di riti lontani dalla nostra mentalità attuale ed ai quali dobbiamo guardare con molto rispetto, in quanto fonte di quella conoscenza a cui aneliamo. Le tre parti costituenti il rilievo del Sonnenburger Kopf e più in generale delle aree celebrative dei roghi votivi, ci riportano ad una triade sacra anche nella fisicità del luogo rituale, l’area della celebrazione appunto che accoglieva i presenti, l’altare rivolto verso il cielo, ma prima la cavità-bothros che si rivolgeva alle profondità della terra, il tutto delimitato dai partecipanti al rito, che in sé include l’aspetto duale delle divinità a cui ci si riferiva, entrambe sacre, il rogo per il Cielo non si sarebbe svolto senza onorare prima la Terra e le sue entità ctonie. Ancora una volta ci viene riproposta chiaramente l’unione di aspetti che vanno oltre l’apparente opposizione. Il Cielo non può ricevere il Dono, se prima non si è onorata la Terra. Cielo e Terra sono contenuti all’interno di un cerchio di cui l’ Umanità funge da Sacra Custode, a sua volta cinta dall’abbraccio della Natura circostante. Attimi di eterno, che celati all’ombra della rigogliosa foresta che oggi ricopre l’altura, scanditi da raggi di sole caldo o da brume sinuose, sussurrano di antichi ricordi, che fra i passi silenziosi portano il viandante in un luogo carico di mistero a cui con rispetto siamo chiamati ad avvicinarci, perché custodisce nelle sue radici echi di sacralità lontana eppur presente, arcaica ma ancora viva.












Note:
L’attribuzione dei periodi storici riferibili alle Età dei Metalli, dove non esplicitamente indicata dalle fonti archeologiche e storiche a cui ho attinto per questo scritto, viene inserita dalla sottoscritta con riferimento alla Classificazione di Reinecke. Paul Reinecke (Berlino  1872- Herrsching am Ammersee 1958) divenne un famoso archeologo per la sua datazione nell’area europea riferita all’Età del Bronzo ed alla Cultura di Hallstatt. Tale sistema suddivide il Bronzo e Hallstatt in periodi più brevi Bronzo (Bz) A-D e Hallstatt (Ha) A-D ed in cui il periodo Hallstatt C segna il passaggio fra l’Età del Bronzo e l’Età del Ferro in Europa centrale.










Immagini
*6, 10  Museo Mansio Sebatum

*1,2,3,5,7,8,9,11,12,13 tratta dall’archivio personale


Bibliografia
*Comunità di lavoro regioni alpine
Kult der Vorzeit in den Alpen.  Opfergaben, Opferplätze, Opferbrauchtum
Culti nella Preistoria delle Alpi. Le offerte, i santuari, i riti, Athesia 2002
Teil 1- Parte 1
·        Hans Peter Uenze
Opfer in Mooren, Seen, Quellen und Flüßen im Alpenraum
Offerte votive nelle paludi, laghi, fonti e nei fiumi nell’area alpina Pag. 441
·        Lorenzo dal Ri e Umberto Tecchiati 
     I Gewässerfunde nella preistoria e protostoria dell’area alpina
centromeridionale Pag. 457
·        Thomas Stöllner
     Verloren, versteckt, geopfert?Einzeldeponate der Eisenzeit in alpinen Extremlagen und ihre bronzezeitlichen WurzelnPerduto,nascosto, offerto?Deposizioni singoledell'Età del Ferro in ambienti alpini estremi e le loro radici nell'Età del Bronzo Pag. 567                                                                
·        Paul Gleirscher 
    Alpine Brandopferplätze 
    Roghi votivi alpini Pag.591

*Comunità di lavoro regioni alpine
Kult der Vorzeit in den Alpen.  Opfergaben, Opferplätze, Opferbrauchtum
Culti nella Preistoria delle Alpi. Le offerte, i santuari, i riti, Athesia 2002
Teil 2- Parte 2
·        Elisabeth Walde
Weihegaben im zentralen Alpenraum
Doni votivi nell’area centro alpina Pag. 895
·        Amei Lang
Speise und Trankopfer
Offerte di cibo e bevande Pag. 917
·        Felix Müller
Schmuck und Kleider als Opfergaben
Oggetti d’ornamento e vesti come doni votivi Pag. 1087    
·        Rupert Gebhard
Der Gott in Tiergestalt
Le divinità in forma di animale Pag. 1195


*Luisa Righi Stefan Wallisch Ötzi, i Reti e i Romani. Gite archeologiche in Alto Adige, Folio Editore 2009


* Franco Rendlich Dizionario etimologico comparato delle lingue classiche indoeuropee. Indoeuropeo-Sanscrito-Greco-Latino, Palombi Editore 2010  Pag. 421-428-429


Sitografia