Era
più o meno a quest’ora, il 24 gennaio 2016, che Il Blog di Lujanta
mosse i primi passi. Un tempo lungo, fatto di riflessioni, studio,
ricerca, scrittura, immagini, viaggi e dialoghi, che non avrei mai
immaginato così costanti e partecipati.
Questo Blog è nato in un periodo particolarmente difficile della mia Vita
e, prima ancora di diventare uno spazio di condivisione, ha
accompagnato me stessa. È cresciuto insieme a me, seguendo un
cammino fatto di trasformazioni, approfondimenti e scelte sempre più
consapevoli.
Con
il tempo, però, è diventato evidente che non aveva più
bisogno soltanto di un rinnovamento e riorganizzazione dei contenuti,
ma di una sede più adeguata, capace di contenere, tutelare e
valorizzare un lavoro cresciuto molto più di quanto la piattaforma
originaria potesse sostenere.
Blogspot
è stato uno spazio idoneo, anche se con molte limitazioni, per tutti questi anni. Oggi, però, il numero
degli articoli, la quantità di foto, le continue difficoltà
legate alla gestione dell’HTML e l’impossibilità di lavorare
sull'aspetto della pagina con la cura e la precisione che desidero mi hanno
portata a scegliere una soluzione diversa, più solida e rispettosa
del percorso intrapreso.
Da
questo momento, i nuovi articoli saranno pubblicati esclusivamente
sul nuovo sito. Qui continuerò a inserire un rimando per ognuno dei vecchi testi, così da
rendere il passaggio il più chiaro possibile, mentre la migrazione
dei contenuti avverrà gradualmente: richiederà tempo, attenzione e
pazienza. Anche una volta completato lo spostamento di tutto il
materiale, questo luogo rimarrà attivo per alcuni mesi.
Sono
consapevole che esistono soluzioni che permetterebbero di importare
tutti gli scritti in modo rapido e unitario. Ho scelto però di non
percorrere questa strada, preferendo rivedere con riguardo, insieme alle immagini, ognuno di essi prima del loro trasferimento. È un lavoro che
richiederà il tempo necessario, ma che considero parte integrante
del processo di crescita e tutela del Blog.
Man
mano che gli articoli verranno trasferiti, e fino a cancellazione completa dall’attuale spazio, i brani presenti qui saranno sostituiti da un
link che rimanderà al nuovo sito, così da permettere a chi legge di
ritrovare facilmente tutti i contenuti senza perdersi nulla. Solo
quando la migrazione sarà completata e tutto il materiale sarà
stato esportato e ricollocato, questo Blog verrà definitivamente
chiuso.
Alcuni
testi non compariranno più come articoli singoli, perché entrati a
far parte di sezioni dedicate che dieci anni fa, su questa
piattaforma, non era possibile immaginare o costruire.
La
scelta del dominio .eu non è casuale: rispecchia il respiro di
interconnessione, confronto e lavoro comparato che, iniziato da
tempo, continuerò a portare avanti anche attraverso i miei
viaggi.
Sul
nuovo sito non sarà possibile seguirmi come follower: ho scelto di
non entrare nel terreno delle questioni legate alla privacy. Inserire
il link tra i preferiti sarà il modo più semplice per ritrovarmi.
Restano comunque attivi tutti i canali che nel tempo ho scelto e che
continueranno a essere aggiornati.
Ringrazio
profondamente tutte e tutti voi per il favore
crescente, per le parole di apprezzamento e per l’interesse sincero
che negli anni mi hanno accompagnata e sostenuta. Spero di rincontrarvi anche nel nuovo spazio, con lo stesso spirito di attenzione,
curiosità e rispetto che ha guidato fin qui questo cammino.
A
commemorazione di questi dieci anni ho scelto di creare alcuni
segnalibri da donare, che saranno inviati a mie spese, come gesto di
gratitudine, a chi ne farà richiesta tramite messaggio privato,
utilizzando una delle modalità indicate nella sezione
Contatti del sito che mi accoglierà d'ora in avanti. Un segno che accompagnerà questa nuova casa, dedicato alle mie lettrici e ai miei lettori,
affinché, aprendo un libro, possano ritrovare il mio ricordo e la
mia riconoscenza.
Ho
voluto realizzarli su carta kraft, ruvida e non patinata, perché sono segnalibri legati alla montagna: portano l’immagine del Sass d’la
Porta, la montagna di Lujanta, che accompagnerà il nuovo sito nel
tempo attraverso una restituzione antica e screziata. Il logo
riprende la forma del cerchio, con tutte le sue implicazioni
simboliche; il triangolo con la punta rivolta verso il basso richiama
il Sacro Femminino che mi guida, mentre la L gotica di Lujanta poggia
su una falce lunare sormontata da un sole, entrambi a evocare i Culti
luni-solari dell’Antica Europa.
Questo
testo resterà come ultimo articolo pubblicato su questo Blog, a
spiegazione del passaggio in corso.
Nella Tradizione cimbra la Truta
è una Vampira, una Strega
dotata della capacità di trasformarsi soprattutto in calabrone o in
lucertola. In queste forme si annida nella bocca delle persone, per
poi uscirne all’improvviso, quando meno se lo aspettano. La Truta è inoltre in grado di assumere le
dimensioni di una bambola o di una bambina, rimpicciolendosi sempre
di più, fino a passare attraverso il foro di una serratura, oppure
calarsi da un camino o ancora introdursi da una finestra.
Succhia sangue indistintamente da uomini e animali, oltre a provocare incubi
terribili, sedendosi sul ventre del malcapitato di turno per
opprimerlo, mentre lei si compiace nel vedere la sofferenza che
infligge. Tuttavia, gira voce che una donna possa essere
vampira senza averne consapevolezza. Vi è un solo modo per tenerla
a bada: imporle di succhiare un chiodo!
Derio,
abitante di Pesarola, una località nei pressi di Giazza, era da
tempo perseguitato dalla Truta. Non riusciva a capire come liberarsi
di quella presenza angosciante che gli negava ogni notte un sonno
sereno. Lei, la Truta traeva un piacere sottile dalle sue incursioni
notturne: era opprimente e, succhiando sangue qua e
là, lo svuotava lentamente di ogni energia, così che al mattino
Derio si alzava sempre più stanco e disperato.
Andò
da sua nonna Derio a chiedere aiuto. La donna si soffermò un attimo
a pensare poi disse al nipote: «Prendi delle rose canine, più ne
avrai meglio sarà; posizionale sotto al letto e poi dormi
tranquillamente. Tengono lontane sia le Trute
che le Smare che
anche loro causano incubi.»
Derio
trascorse il resto della giornata a raccogliere tralci di rose
canine. Giunta la sera, si chinò per sistemarli per bene sotto il
letto, mentre per la stanza si diffondeva un intenso odore,
e soprattutto ignaro che, fuori dalla finestra, la Truta
stesse osservando il suo fare, abbastanza disturbata dalla situazione.
Come avrebbe potuto divertirsi quella sera? No, doveva escogitare
qualcosa per non rinunciare alla sua dose di “oppressione e
sangue”.
Arrivò
la mezzanotte e la Truta,
dall’esterno, spalancò la finestra per arieggiare la camera, Derio
si alzò improvvisamente dal letto, si affrettò a chiudere le
imposte affinché non si perdesse il profumo e tornò a sdraiarsi. Ma la
stessa scena andò avanti tutta la notte, perché la Truta
non era certo soddisfatta di non aver potuto stare seduta a
cavalcioni di Derio e quindi aveva solo voglia di fargli dispetto!
Al
mattino Derio si alzò ancor più stremato, dopo una notte
completamente insonne, e tornò dalla nonna a chiederle una nuova e
più efficace soluzione, poiché la prima non era stata di aiuto. La
donna diventò meditabonda ed esordì: «Prendi una zucca, ma non una
qualsiasi: una di quelle fatte a bottiglia. Deve, soprattutto, essere
vuota; poi tappala nella parte superiore, vedrai che la Truta
si gonfierà sino a che non sarai tu a togliere il tappo.»
Derio
ascoltò ancora una volta i consigli della nonna e, pur nutrendo
dubbi sull’efficacia del rimedio, seguì con scrupolo tutte le
indicazioni dell’anziana.
La
Truta,
nella propria dimora e ignara di ciò che stava accadendo, quella
sera iniziò a sentirsi gonfia, tanto che decise di non andare ad
opprimere Derio. Passarono i giorni e poi una settimana, la Truta,
ogni sera, si spingeva fin sotto casa
dell’uomo, ma era troppo pesante per andare a vampirizzarlo. Una
sera, proprio sotto la finestra aperta della camera da letto
dell’uomo, udì delle risa, erano quelle di Derio e della nonna,
che si rallegravano del fatto che la Truta
non si fosse più fatta vedere e che il rimedio della zucca avesse
funzionato.
Attese
che la nonna si allontanasse; la Vampira
entrò quindi in casa, scongiurando Derio di aprire la
zucca-bottiglia poiché in quella condizione non riusciva più a
resistere. In cambio si impegnò a non opprimerlo né a succhiargli
il sangue mai più durante la notte.
Derio,
uomo di buon cuore, si affrettò a recuperare la zucca che aveva
nascosta nel sottoscala e la stappò, senza immaginare che la Truta,
come una forza fuori controllo, avrebbe cominciato a rimbalzare
contro i muri, la credenza e le suppellettili, seminando un caos
indescrivibile nella casa.
Quando
si sfiatò del tutto, si afflosciò a terra, ma Derio la tirò su per
la collottola, andò a prendere scopa e secchio e le intimò di
pulire tutto: «mi hai rovinato il sonno per lungo tempo, causandomi
incubi terribili; d’ora in avanti sarò io il tuo incubo! Pulisci e
ripara tutto, altrimenti tappo nuovamente la zucca.»
La
Truta non
poté che ubbidire, terrorizzata all’idea di gonfiarsi nuovamente
come una palla.
Si
racconta che, in quella casa, la Truta
sia tuttora intenta a lavare e a
rimettere a nuovo l’abitazione.
Note
Dal
dispositivo condiviso ad una differente soluzione narrativa
La
leggenda accenna inizialmente a un rimedio ben attestato nella
Tradizione cimbra: l’obbligo imposto alla Truta di succhiare un
chiodo, pratica presente anche nella leggenda di Luserna La
Vampira.
Questo riferimento colloca il narrato all’interno di un orizzonte
tradizionale riconoscibile, richiamando un dispositivo apotropaico
ampiamente condiviso.
Tuttavia,
nel corso del racconto, la narrazione non sviluppa questo rimedio
fino alla sua risoluzione, ma ne introduce progressivamente uno diverso, la zucca-bottiglia, che diventa il fulcro dell'esito finale. Questo slittamento non va inteso come una
contraddizione, bensì come una scelta strutturale e simbolica:
lo strumento apotropaico del chiodo stabilisce il contesto tradizionale di
riferimento e, in questo specifico caso, la zucca-bottiglia consente
di articolare una soluzione più complessa, fondata non sulla
semplice contenzione dell’Entità, ma anche sul ribaltamento del
rapporto di potere.
La
leggenda mostra così come, all’interno delle Tradizioni orali,
possano coesistere elementi condivisi e varianti locali, e come la
narrazione privilegi talvolta un dispositivo più adatto a sviluppare
il tema centrale del racconto. In questo caso, la zucca-bottiglia non
sostituisce il chiodo perché inefficace, ma viene scelta come
soluzione narrativa più idonea alle esigenze simboliche della
leggenda.
La
nonna come depositaria del Sapere
La
figura della nonna svolge il ruolo di mediatrice del Sapere Tradizionale, una funzione che ricorre anche nella leggenda de La
Vendetta del Premevenco.
In entrambi i casi, l’anziana non agisce direttamente, ma indica
rimedi fondati su una Conoscenza Antica, trasmessa per via orale. Il
suo sapere non è improvvisato, ma procede per tentativi, adattandosi
di volta in volta alla situazione concreta, secondo una logica
pratica e sperimentale tipica delle Tradizioni popolari.
Rosa
canina e Zucca-bottiglia: dal proteggere il sonno a contenere
l’Oppressione
I
tralci di rosa canina, attraverso la presenza combinata di spine e
profumo intenso, svolgono una funzione apotropaica. Lo spazio sotto
il letto rappresenta, al pari di una finestra o di un foro, non
soltanto un punto di passaggio fisico, ma un vero e proprio luogo di
transito liminale, tradizionalmente percepito come vulnerabile. Per
questo motivo, tali varchi sono spesso protetti da pratiche e
dispositivi apotropaici.
In
questa leggenda tale funzione è affidata alle rose canine. La rosa
canina, pianta selvatica e considerata la rosa antica per eccellenza,
cresce prevalentemente nei boschi e nel sottobosco, in prossimità
dei margini e delle soglie naturali. Da sempre associata a un’azione
stregonica di protezione, assume qui un preciso valore simbolico: il
profumo intenso agisce come elemento di disturbo, mentre le spine,
grandi e leggermente arcuate, esercitano una funzione respingente.
Tuttavia,
questa protezione non si rivela sufficiente. Diventa quindi
necessario ricorrere a un elemento che non abbia soltanto una
funzione difensiva, ma anche riequilibratrice del rapporto tra la
Truta e
Derio. Questo ruolo è svolto da un dispositivo che, in questa
variante del racconto, è rappresentato dalla zucca, ma non da una
zucca qualsiasi: una zucca-bottiglia.
In
altre leggende, dove più genericamente viene proposto l’uso di una
bottiglia per contenere il disturbo e l’oppressione della Truta,
questo elemento simbolico risulta già attenuato o perduto. Proprio
la presenza della zucca-bottiglia, invece, conferisce a questo
narrato un carattere di maggiore autenticità, collocandolo tra le
versioni più complete e significative della panoramica qui proposta.
La Zucca-bottiglia come contenitore rituale ed il gonfiarsi come segno
di perdita di controllo
La
zucca-bottiglia, scelta rigorosamente svuotata del suo contenuto e
tappata, assume la funzione di contenitore rituale. Non distrugge la
Truta, ma
ne raccoglie e trattiene l’eccesso disturbante. La zucca diventa
così uno strumento di inversione del gesto vampirico. Il gonfiarsi
dell’Entità rappresenta, invece, la perdita della capacità
mutaforma di controllo del corpo e, quindi, del potere predatorio,
privandola della possibilità di scaricare la propria violenza sulla
vittima.
Ribaltamento
dei ruoli e controllo del potere
Il
momento in cui Derio minaccia la Truta
segna un netto ribaltamento del rapporto di potere. L’oppressore
diventa oppresso, e la vittima assume il controllo. Questo
rovesciamento non porta alla distruzione della Truta,
ma alla sua sottomissione e reintegrazione forzata in uno spazio
domestico ordinato.
Pulizia
domestica: riparazione dello spazio e ricomposizione forzata
dell’ordine
L’obbligo
imposto alla Truta
di pulire e sistemare la casa assume un valore essenzialmente
riparativo. Non si tratta soltanto di ristabilire l’ordine di un
ambiente materiale, ma di sanare una frattura simbolica prodotta
dalle incursioni notturne dell’Entità. La casa, nella Tradizione,
non è uno spazio neutro: è il luogo della protezione, del riposo e
dell’integrità del corpo e della famiglia. La sua violazione
rappresenta una rottura dell’equilibrio tra interno ed esterno, tra
spazio umano e ciò che lo ha perturbato.
Costringere
l’Entità a rimettere in ordine ciò che ha distrutto non implica
alcuna forma di riconoscimento morale o di colpa, categorie che le
sono estranee. Il lavoro imposto serve a togliere forza a ciò che
aveva generato il caos, obbligando l’Entità a fare l’opposto di
ciò che faceva prima. La Truta
non ripara per consapevolezza, ma per obbligo, privata del potere
predatorio che le consentiva di agire liberamente.
Il
gesto assume così il valore di un ristabilimento forzato
dell’ordine: l’Entità, ormai contenuta e subordinata, viene
vincolata allo spazio domestico in una funzione opposta a quella
originaria. La casa viene restaurata non solo nella sua forma, ma nel
suo significato simbolico, tornando a essere luogo abitabile e
protetto. Il ribaltamento finale è completo: ciò che produceva caos
viene costretto a mantenerlo sotto controllo, e l’oppressione si
trasforma in servizio imposto.
Immagine
*
Generata con l’A.I.
Bibliografia
*
Martello Paola, Sette
Volte Bosco Sette Volte Prato,
Centro Documentazione Luserna—Trento Istituto Cimbro Luserna—
Trento; Istituto di Cultura Cimbra Roana — Vicenza Curatorium
Cimbricum Veronese—Verona, Editrice Veneta 2014
Sitografia
*
Cfr. La
Vampira (Luserna e Sette Comuni, Trentino-Alpe Cimbra e Veneto)
Una
sera come tante, una giovane coppia di sposi si mise a letto. Appena
calato il silenzio e spento ogni lume, un fruscio improvviso ruppe la
quiete: qualcosa si muoveva nell’oscurità. Dopo pochi istanti,
l’uomo si irrigidì, paralizzato, incapace perfino di proferire
parola. Dalle sue labbra uscivano solo suoni soffocati, simili a un
lamento.
La moglie, spaventata e confusa da quella reazione, lo
scosse con forza. Solo allora lui riuscì a parlare. Le raccontò
che, nel momento esatto in cui avevano avvertito quella strana
presenza nella stanza, aveva sentito un peso invisibile piombargli
addosso, come se qualcosa cercasse di soffocarlo. E
fu proprio in quell’istante, quando lei lo scosse, che quella
presenza si allontanò di colpo.
Il
giorno seguente, la giovane coppia si confidò con la madre dello
sposo. La donna, udito il racconto, si mise a ridere e disse loro,
con tono quasi divertito, che a visitarli era stata la Vampira.
I due tornarono a casa per nulla rassicurati dalle parole della donna
ma, almeno, da quel momento sapevano chi fosse a turbare il loro
sonno. Quella stessa notte, l’oscura Presenza tornò a colpire il
marito, e così accadde anche nei giorni successivi. L’uomo si
sentiva sempre più debole, poiché la Vampira,
ogni notte, gli succhiava il sangue, svuotandolo a poco a poco di
ogni energia. Esasperato, fu colto da un’idea
improvvisa.
Una
notte, decise di attendere. Mentre la moglie era già a letto, lui
rimase appostato accanto alla porta della camera da letto, stringendo
tra le mani una cavezza da cavallo. Poco
dopo, sentì l'Entità salire le scale. Appena la vide entrare, le infilò la cavezza sulla testa e all’istante quella si tramutò in
un cavallo. A quel punto, lo sposo corse
dal fabbro del paese, supplicandolo di seguirlo a casa per ferrare
l’animale. Durante il tragitto, gli raccontò l’intera vicenda.
Il fabbro, ancora mezzo assonnato,
ascoltò in silenzio, sbigottito. Una volta giunto nella stanza,
senza indugio ferrò la bestia, poi fece ritorno alla sua dimora.
Ma
non appena rientrò a casa, trovò la moglie — la Vampira —
distesa a letto, che urlava per i dolori lancinanti. Quando il fabbro
aveva ferrato il cavallo, in effetti, aveva conficcato i chiodi
proprio nelle sue mani e nei suoi piedi.
Preso
da un sentimento misto di angoscia e sgomento, il fabbro corse a casa
della coppia, spiegò tutta la situazione e chiese il permesso di
rimuovere i chiodi che aveva appena messo al cavallo, altrimenti la
donna sarebbe morta di dolore. Promise infine che non si sarebbero
più verificate aggressioni e che avrebbe proibito alla moglie di
nutrirsi ancora del sangue della sua vittima.
Così
il fabbro tornò a casa e rimosse i chiodi dalle mani e dai piedi
della donna, alla quale vietò, da quel momento in poi, qualsiasi
forma di aggressione. Piantò quindi un chiodo nel muro e le intimò
che, ogni volta in cui avesse sentito il desiderio di succhiare il
sangue di qualcuno, avrebbe dovuto succhiare quel chiodo. La Vampira
non poté fare altro che accettare e, da quel giorno, non entrò mai
più nelle case a cercare vittime.
Note
Il
chiodo
In
questa versione cimbra, il Tormento
Notturno assume i tratti della Vampira,
figura già incontrata nella leggenda mochena, dove si manifesta in
relazione ai neonati. Emergono tratti simbolici interessanti, in
particolare legati al ruolo dei chiodi, che in questo contesto
trascendono la loro semplice funzione narrativa.
Il
chiodo, infatti, serve a placare la Vampira:
la Strega,
in virtù del patto stipulato con il marito—fabbro, è obbligata a
rivolgere i propri impulsi predatori verso questo oggetto, che funge
da sostituto simbolico delle sue vittime. In ambito folklorico, il
chiodo assume così il valore di limite e confine tra la natura
stregonica e quella umana della donna, tra ciò che è lecito e ciò
che non lo è. I chiodi, da sempre, rappresentano ciò che blocca,
sigilla, vincola: strumenti capaci di fermare un maleficio, contenere
una forza o imprigionare uno spirito. Il gesto di piantare un chiodo
nel muro richiama pratiche rituali apotropaiche e di legatura magica,
finalizzate a contenere o esorcizzare entità malefiche.
Il
fabbro
Interessante
anche il ruolo del fabbro, che abbiamo già visto in altre leggende,
come in quella fassana “La Trud e il Fabbro”, dove, se in quel
caso si limitava a “consegnare scorie”, qui assume un ruolo coerente con l’archetipo tradizionale di “colui che
forgia e domina il Ferro attraverso il Fuoco”. In
questa storia, egli è non solo il marito della Vampira,
ma anche l’unico in grado di riconoscere e contenerne la natura. Si
riafferma così la sua funzione di mediatore tra il Mondo Naturale e
quello Soprannaturale, capace di agire su entrambi i piani. Il fabbro
non combatte la Vampira
con la violenza, ma attraverso un gesto rituale e simbolico, che lo
rende artefice di un equilibrio tra l'umano e il demoniaco.
Immagine
* Generata con l'A.I.
Bibliografia
* Coltro Dino, Leggende e racconti popolari del Veneto, Newton Compton Edizioni 1982
Sitografia
* Cfr. La
Vendetta del Premevenco (Cadore, Comelico e Bellunese, Veneto)
Mentre
fuori le voci del vento si insinuavano tra le assi della casa e le
ombre della sera sembravano custodire antichi segreti, una coppia di
contadini si apprestava ad andare a letto. La loro casa, modesta ma
ordinata, si trovava al margine del borgo, poco distante dal limitare
del bosco.
Da
qualche tempo, la donna avvertiva nel buio una presenza inquietante
in camera da letto. Non rumori forti, non apparizioni o movimenti
tangibili: solo un senso opprimente, quasi un gelo che la sfiorava
durante la notte, una pressione sul petto, come se qualcosa — o
qualcuno — le si sedesse addosso mentre dormiva. Spesso si
svegliava ansimando, il cuore in gola, le mani sudate e gli occhi
sgranati nel buio. Una notte, però, decise di attendere quella Presenza. Lasciò il lume acceso sul comodino. Ben presto, intorno a
quella luce fioca, apparve un’ape dal nulla che iniziò a ronzare
sempre più forte, ipnotizzandola quasi; poco dopo, tornò quel senso
di oppressione che non le permetteva di riposare. Un misto di terrore
e impotenza.
Il
marito, uomo di poche parole, tentava di minimizzare quelle paure. «È
solo stanchezza» diceva. «Sono i sogni che ti confondono.» E
tornava a dormire, ignaro o forse semplicemente restio a dare ascolto
a ciò che non si vede.
Ma
la donna non era convinta. Le notti si facevano sempre più
angoscianti. Fu così che decise di chiedere consiglio a una vecchia
del villaggio, nota per la sua conoscenza delle cose di un tempo,
quelle che si tramandano come saperi taciuti. Le raccontò per filo e
per segno quello che aveva visto e provato, e la terribile sensazione
di incapacità di reagire a quel ronzio che sembrava un richiamo
irresistibile ed invece era l’inganno più subdolo per fare sì che
la donna non opponesse reazione ai suoi attacchi.
La
vecchia, dopo aver ascoltato in silenzio, le disse: «Quello che
ti visita è il Premevenco.
Uno Spirito notturno che schiaccia il petto e annebbia la mente,
angosciandoti. Quando torna a trovarti, prendi un coltello che avrai
fatto benedire. E colpiscilo, tagliandogli la testa.»
La
donna seguì le istruzioni alla lettera. Fece benedire un coltello,
lo nascose sotto al guanciale e attese, il cuore in subbuglio, il
lume acceso sul comodino con la fiamma tremolante. Quando sentì
l’ormai familiare gelo attraversare la stanza e udì il ronzio
intorno al lume, si fece forza. Con un gesto rapido afferrò il
coltello da sotto il cuscino e colpì... ma sbagliò. Invece di
recidere la testa della Creatura,
ne incise la coda. Poi si addormentò, convinta di essere finalmente
libera di riposare.
Il
silenzio tornò nella stanza, ma era un silenzio pesante, carico di
presagi. Il Premevenco,
infatti, furente per la ferita riportata, si accanì sulla donna con
una violenza invisibile ma devastante. Lei lottava per respirare e il
cuore, più che battere, martellava nel petto. Con un filo di voce
riuscì a svegliare il marito: «Aiutami... Lui è qui!»
L’uomo,
ancora stordito dal sonno, percepì l’agitazione della moglie.
Senza pensare, afferrò il fucile posto nei pressi della porta e
scrutò nel buio. Vide un’ombra indistinta muoversi vicino al
letto. E sparò. Il colpo squarciò il silenzio. E, con esso, il
cuore della donna.
Quando
la luce dell’alba entrò dalla finestra, portando con sé il gelo
delle mattine d’inverno, tutto era già compiuto. La moglie giaceva
senza vita. L’uomo, paralizzato dall’orrore, fissava il corpo
esanime, incapace di comprendere appieno quanto accaduto.
Il Premevenco
si era vendicato.
Note
Il
coltello apotropaico dalle pratiche ancestrali alla benedizione
cristiana
Nella
leggenda si racconta che alla protagonista viene consigliato di far
benedire un coltello e di utilizzarlo per tagliare la testa dell’ape,
che rappresenta solo la forma iniziale con cui il Premevenco
si manifesta. In questo dettaglio emergono chiaramente due livelli
culturali sovrapposti: da una parte l’uso del coltello,
oggetto apotropaico attestato fin dai tempi più antichi, spesso
inciso con simboli sacri o protettivi e impiegato per scacciare
spiriti o entità malevole; dall’altra la benedizione cristiana,che
si innesta su un oggetto già dotato, nella tradizione precristiana,
di un valore magico-protettivo.
In
questo racconto assistiamo dunque alla stratificazione tra un simbolo
protettivo arcaico — il coltello come arma rituale — e
l’intervento cristiano, che ne “riattualizza” il potere
attraverso la benedizione, integrando pratiche ancestrali in un nuovo
sistema religioso pur mantenendone la funzione apotropaica
originaria.
Il gesto rituale: efficacia, errore e vendetta
In
questo contesto, l’esito del racconto non deriva da un’inefficacia
del rituale, bensì da un errore nella sua esecuzione. Nelle pratiche
tradizionali, infatti, l’efficacia apotropaica non risiede
unicamente nell’oggetto consacrato, ma nella corretta esecuzione
del gesto rituale. Il colpo mancato non neutralizza il potere dello
spirito, ma lo provoca, trasformando un atto di difesa in una causa
di ulteriore violenza.
Ne
consegue che la Tradizione non è indulgente: non basta compiere
l’azione “giusta”, ma è necessario eseguirla esattamente nel
modo prescritto. Questo percorso narrativo rappresenta un tratto
fondamentale del pensiero rituale delle Culture orali e delle
leggende di ammonimento, come quella qui riportata. La morte della
protagonista non smentisce l’Antico Sapere, ma lo conferma
pienamente.
Immagine
* Generata con l'A.I.
Bibliografia
* Coltro
Dino, Gnomi, anguane, basilischi Esseri
mitici e immaginari del Veneto, del Friuli-Venezia Giulia, del
Trentino e dell’Alto Adige, Cierre
Edizioni 2012
Sitografia
* Cfr. Il Pesarol (Bassa Legnaghese, Veronese, Veneto)
Un
tempo, nelle case povere di montagna, impregnate di fumo e legno
vecchio si dormiva come si poteva. I letti non erano che costruzioni
improvvisate: quattro pali conficcati nel terreno per sollevare il
giaciglio dall’umidità, qualche asse inchiodata alla bell’e
meglio per formare una base, e sopra, un pagliericcio riempito di
foglie secche che scricchiolavano a ogni movimento.
La
notte entrava dalle fessure, insinuandosi con il suo freddo nelle
ossa; e con la notte, a volte, arrivavano creature che nessuno
avrebbe voluto incontrare. Fra tutte, la più temuta era il Pesarol,
che giungeva mentre tutti dormivano. Impalpabile come fumo, entrava
nel silenzio più assoluto, si sedeva sull’addome del dormiente e
iniziava a premere, sino a diventare un macigno da cui il poveretto
non riusciva a liberarsi. Così il respiro si faceva sempre più
corto e la paura cresceva, sino a trasformarsi in angoscia, un
terrore che diventava il suo nutrimento.
L’unico
modo per allontanare il Pesarol
era riuscire a svegliarsi e dargliele di santa ragione. La cosa
diventava particolarmente difficile poiché chi ne cadeva vittima non
era solo oppresso, veniva trascinato in un vuoto senza fondo, un
abisso nero in cui corpo e mente precipitavano. La sensazione di
cadere e quella di soffocare si univano in un incubo che paralizzava
ogni volontà.
Una
sera un pastore decise di attenderne l’arrivo, intenzionato a non
tollerare più il suo comportamento. Si sistemò per non cedere alla
stanchezza e non addormentarsi; il suo gregge era illuminato da una
luna che lo rendeva un mucchio di ombre che sembravano pronte ad
animarsi da un momento all’altro.
Era
davvero difficile, con il passare delle ore, tenere gli occhi aperti,
tanto che la spossatezza prese il sopravvento e lentamente gli occhi
si chiusero. Era passata da poco la mezzanotte quando ebbe un
sussulto che lo ridestò. Vide un berrettino rosso ondeggiare nel
buio, che indicava l’arrivo dell'Entità. Rimase immobile
attendendo che manifestasse le sue intenzioni e, non appena il
Pesarol si
posò sullo stomaco, il pastore gli sferrò un malrovescio così
potente da scaraventarlo ai piedi del letto. A quel punto lo cercò
nel buio illuminato solo dalla luce lunare: cominciò a rovistare
sotto le coperte, affinò l’udito per cogliere un qualche fruscio,
segno di presenza, ma nulla, non udì nulla. Il Pesarol
era scomparso, inghiottito dalla stessa notte che lo aveva condotto
all’abitazione dell’uomo. E da allora, si dice, non fece più
ritorno in quella casa.
Note
Lo
stato emotivo come nutrimento
Nella
prospettiva folklorica della Tradizione alpina e, più in generale,
nel folklore europeo, gli spiriti notturni non sono semplici agenti
di disturbo, ma entità che interagiscono con il “campo vitale”
dell’individuo. L’oppressione esercitata dal Pesarol,
infatti, non è soltanto fisica: la Creatura si nutre dello stato
emotivo provocato dalla sua stessa presenza.
In questa visione, tipica dei sistemi demologici,
la paura non è una reazione passiva del dormiente, ma una vera e
propria energia di cui l’Entità si appropria, accrescendo la
propria forza mentre quella della vittima si affievolisce.
Tale modello interpretativo —
diffuso, con varianti, nelle Tradizioni germaniche, slave e romanze —
concepisce l’Incubo come uno scambio energetico inversamente
proporzionale, in cui l’essere soprannaturale trae vigore dal
turbamento umano, rendendosi progressivamente più pesante e più
difficile da scacciare.
In questo
ambito specifico, si tratta di un elemento ricorrente anche nelle
altre leggende prese in esame che, pur variando nei nomi attribuiti
all’Incubo notturno, ne sottolineano sempre questo tratto peculiare, costantemente capace di incutere angoscia.
La
scomparsa nella notte
Nella Tradizione alpina, la notte non è soltanto uno sfondo narrativo o
un’ambientazione carica di mistero, ma un vero e proprio luogo
simbolico da cui le entità soprannaturali emergono e nel quale fanno
ritorno. La scomparsa del Pesarol dopo essere stato colpito —
dissolto, inghiottito o riassorbito dall’oscurità — rientra in
un modello ricorrente della narrativa orale montana e non equivale
dunque a un semplice dissolversi nel nulla. In questo immaginario, la
notte rappresenta al tempo stesso la matrice e il rifugio delle
presenze ultraterrene: è da essa che provengono e ad essa ritornano.
La formula narrativa del “ritorno alla notte” va quindi
interpretata in un orizzonte più ampio, come il modo attraverso cui
la Cultura alpina descrive la ricollocazione dello Spirito nel
proprio ambito naturale, lo spazio simbolico che gli appartiene
Immagine
*
Generata con l’A.I.
Bibliografia
*
Coltro Dino, Leggende e racconti
popolari del Veneto, Newton Compton
Edizioni 1982
Sitografia
* Cfr. La Trude catturata (Dolomiti, Trentino-Alto Adige)
La
mattina del 17 gennaio — mentre lavoravo — mi arrivò una mail
con le date del nuovo tour dei Faun, previsto per il 2025. Per
un attimo, tutto si fermò. Era da anni che desideravo vederli dal
vivo — io che li seguo dai tempi di Totem,
nel 2007. La loro estate sarebbe trascorsa tra un lungo tour negli
Stati Uniti e due date anche in Messico e Brasile, oltre a diverse
partecipazioni a festival a tema pagano sparsi in tutta la Germania,
prima di dare inizio ai concerti europei.
I
miei pensieri tornarono presto all’attività lavorativa, lasciando
sfumare quel momento in cui le loro melodie, per un istante, mi
avevano fatta viaggiare. A pranzo, però, quel richiamo tornò.
Riaprii la mail, iniziai a scorrere le date, erano comprese tra
l’ultima decade di settembre e la fine di ottobre.
Scorsi
dall’alto in basso, e viceversa, la lista di località un paio di
volte, poi, mossa da un gesto istintivo, scelsi: 7 ottobre,
Lipsia. Non sapevo cosa mi avrebbe riservato ottobre, di solito i
miei viaggi vengono prenotati senza grandi tempi di preavviso, e
sapere con mesi di anticipo cosa sarebbe potuto succedere in autunno
non era affatto prevedibile.
Il
posto c’era! Poltrona 5, sezione centrale, proprio di fronte al
palco. Faticavo a crederci. Riguardavo la schermata della
prenotazione. Il biglietto sarebbe arrivato per posta.
Sono
passati i mesi, e il 7 ottobre è finalmente arrivato. Devo dire
che, nella scelta della città sede del concerto, non avevo
considerato — almeno non in modo consapevole — che proprio a
Lipsia, città sassone, è sepolto Johann Sebastian Bach, il
compositore classico che amo di più sin da quando ero giovanissima.
Quale
migliore occasione, allora, per conciliare la partecipazione al
concerto con una visita alla chiesa luterana di St. Thomas? Che
emozione, quando — una volta arrivata — fin da fuori delle
imponenti porte gotiche della chiesa, potevo udire un organo
suonare. Solo in seguito ho scoperto che ogni giorno, nelle ore
centrali, vengono eseguiti brani di Bach.
La
chiesa è grande, e la tomba del compositore si trova nell’ampio
coro, proprio di fronte all’altare.
Essendo andata la domenica
successiva all’Erntedankfest, Festa del Ringraziamento per il Raccolto, ho trovato anche le offerte stagionali d’autunno. Ho così scoperto
che questa Tradizione, celebrata anche in Provincia di Bolzano e di
evidente origine pagana, non è stata tramandata solo nelle comunità
cattoliche, ma anche in quelle protestanti.
Con
il passare delle ore, ho sentito che era il momento di cercare il
Gewandhaus.
Solo allora ho scoperto che è considerato un vero e proprio tempio
della musica classica nel cuore di Lipsia.
Una volta individuata
la struttura — erano circa le 17 — sono stata assalita da diverse
perplessità: non c’era nessun manifesto che confermasse che il
concerto dei Faun si tenesse davvero in quell’auditorium.
Le
porte principali erano chiuse — il concerto era previsto per le
19:30 — così ho iniziato a girare attorno all’edificio, cercando
un ingresso secondario o qualche cartello. Sono riuscita ad accedere
al foyer del teatro, uno spazio dominato da geometrie essenziali,
giochi di vetro, cemento e metallo. Un’architettura imponente e
razionale. Ma ancora, nessuna traccia dei Faun.
Però, il primo indizio che mi ha fatto pensare di essere nel posto giusto è
stato un grande bus nero a due piani, parcheggiato accanto
all’ingresso secondario dove poco prima avevo cercato informazioni.
Sul fianco c’era scritto Zeppelin,
e altri due mezzi lo accompagnavano. Un Puffo, appoggiato sul
cruscotto, davanti a due tendine tirate a coprire il vetro, mi ha strappato un sorriso e
un sospiro di sollievo:
qualcosa, in quel piccolo dettaglio, mi ha suggerito che ero nel
posto giusto. Finalmente.
Potevo
quindi cercare qualcosa da mangiare prima dell’evento.
Mentre,
lasciandomi alle spalle il bus nero con targa austriaca, camminavo con lo sguardo tipico di chi — non conoscendo il luogo — guarda
verso un punto non meglio precisato, ero in cerca di... in questo
caso, un posto dove mangiare un panino.
Diretta
verso l’area dove poco prima avevo intravisto la scritta Alma
Mater Universität,
ho incrociato alcune persone che si muovevano con passo rapido,
rendendomi conto, quasi subito, che, a pochi
centimetri da me, erano passati Stephan e Adaja, affiancata da un
bambino su cui il mio sguardo si era soffermato. Solo pochi istanti
dopo ho realizzato di chi fosse il figlio.
Così mi sono ritrovata a esclamare ad alta voce,
mentre mi voltavo: Adaja!
Il
bambino, non lontano da me ma in direzione opposta, si è girato.
Lei — Adaja — insieme a Stephan, ha proseguito con andatura decisa verso l’interno
del teatro. Tutta felice per averli incrociati, ho ripreso il mio
cammino in direzione di un locale di cui avevo intravisto la
presenza. Un attimo prima di entrare, mi è passato davanti anche
Neil. Lì mi sono girata a guardare i suoi lunghi dreadlocks
— le treccine rasta — che gli
arrivano fin alle gambe. Ora potevo cenare tranquilla e attendere di
entrare per godermi lo spettacolo.
Finalmente
le porte del Gewandhaus si sono aperte, illuminando una struttura
architettonicamente davvero singolare, con una vista spettacolare —
attraverso le immense vetrate — sulla piazza antistante.
Una
volta presa posizione, ero talmente incredula del posto in cui mi
trovavo! Lì,
di fronte a me, un grande palco allestito con strumenti medievali,
tra cui la nyckelharpa
— uno strumento cordofono di origine svedese — che sarebbe poi
stato suonato proprio da Oliver, frontman e fondatore dei Faun.
Sul
fondo del palco, il drappo scenografico — chiamato in gergo tecnico
backdrop
— riportava l’immagine che è anche la copertina dell’ultimo
lavoro uscito il 5 settembre: HEX.
Dominano i toni freddi e nebbiosi, la scena evoca un’immagine
arcana quanto onirica. Al centro, un volto femminile emerge dalla
penombra: enigmatico, in estasi, sospeso tra sogno e rituale. Attorno
al capo si stagliano i cicli lunari — da luna nuova a piena. A
contornare questa immagine due profili di teste di cervo le cui corna
simili a rami contorti e spogli, si aprono a ventaglio, incorniciando
la figura e fondendosi con sagome arboree. Da queste corna si
diramano raggi di luce — ad evocare chiaramente l’appartenenza
della Strega ad un Culto luni—solare così come era nell’Europa
autoctona, così come fu anche per le popolazioni celto—germaniche.
Sopra,
campeggia il nome del gruppo, FAUN,
con un font spigoloso e gotico, mentre in basso il titolo HEXtrae
origine dal termine tedesco Hexe
ovvero “Strega” affrontando il tema da un’angolazione
completamente diversa rispetto alle consuete versioni stereotipate. I Faun approcciano quindi l’argomento della Stregoneria
da un punto di vista musicale, dopo un’attenta ricerca sulla
materia, e soprattutto ponendosi una domanda cardine: perché,
ancora oggi, si teme la figura delle “Streghe cattive” più di
chi, storicamente, le ha mandate al rogo?
Dopo
essermi guardata intorno, la seconda cosa che mi ha colpita è stata
l’età del pubblico: pensavo di essere l’unica — o una delle
poche — “diversamente giovani” in sala. E invece no: tra il
pubblico c’erano anche diverse signore e signori ben oltre i
settant’anni, a conferma che la musica dei Faun parla a tutte le
generazioni, dai più giovani ai meno giovani.
Si
spengono le luci ed inizia il concerto. Che emozione!
Ben
presto mi rendo conto di essere, in effetti a “tre concerti” in
uno. La prima band di supporto ai Faun non è stata solo una
scoperta, ma una vera e propria rivelazione. I componenti del duo
Pettersson & Fredriksson si sono alternati in musiche della
tradizione pagana svedese, alternando suoni arcaici e atmosfere
incantate. Tra le loro esibizioni, ho scelto di condividere con voi
Vals, un
pezzo strumentale che compare anche in Hex. Si
racconta che, prima di essere decapitate, le Streghe svedesi ne
chiedessero l’esecuzione come ultimo desiderio: quella melodia,
dicevano, evocava la libertà perduta e l’eco della natura che
portavano dentro.
Dopo
l’intenso inizio del concerto, è salita sul palco una band
decisamente fuori dal comune: Ye Banished Privateers, una formazione
svedese numerosa e scenica, vestita da pirati del XVII secolo. Il
loro stile è travolgente, con ritmi incalzanti; cantano di pirateria
scandinava e irlandese. Pur non essendo nelle mie corde abituali, ho
trovato la loro esibizione impeccabile e ricca di energia. Una
menzione speciale va alla cantante, la cui voce — intensa,
graffiante e ricca di sfumature — ha saputo dominare la scena con
intensità.
Il
video che vedrete è l’unico che ho registrato tra i vari brani
proposti: è uno dei pochi pezzi soft della loro scaletta, che —
come accennato — era per il resto decisamente scatenata.
Un
piccolo imprevisto tecnico, intorno al quinto minuto, ha fatto
partire per una trentina di secondi la base di un altro brano. Ma
loro, con grande professionalità, hanno continuato a cantare,
riprendendo la strofa finale con naturalezza non appena il
fisarmonicista è riuscito a spegnere l’audio errato che stava
prendendo il sopravvento sul brano in esecuzione. Quando si dice:
il bello della diretta!
Dopo
la seconda esibizione, le luci si sono abbassate e il teatro è
sprofondato in un silenzio denso, teso, come sospeso tra i
chiaroscuri del palco e l’attesa di qualcosa di antico e
potente. Le porte del backstage si sono aperte lentamente. Da
quella soglia, come emersi da un altro tempo, sono apparsi i Faun:
Adaya sulla sinistra, Oliver al centro, Laura sulla destra. Alla
sinistra di Adaya, Stephan; alle loro spalle, in posizione rialzata,
Alex e Neil. Tutti al loro posto, pronti a dare inizio a un
racconto in musica, tra ombre, magia e memorie perdute.
Quel
momento sospeso si è trasformato in suono: Adaya ha aperto il
concerto con Belladonna
dal
ritmo quasi ipnotico.
A seguire, tutta una serie di altri brani tratti dal loro ricco
repertorio — uno più coinvolgente dell’altro — tutti legati
dal filo conduttore della Stregoneria, trait
d’union
tra le diverse canzoni. Belladonna,
ad esempio, non l’ho registrata, ma — essendo proprio lì, a
portata di palco — ho potuto filmare molte altre esibizioni
successive. Ne trovate alcuni estratti video: vi consiglio di
guardarli a schermo intero per lasciarvi
avvolgere meglio dalle atmosfere che quella sera si sono create.
Walpurgisnacht,
la Notte
di Santa Walpurga
celebrata il 30 aprile, affonda le sue radici nella Tradizione
germanica come la Notte delle Streghe per eccellenza. In questa data,
secondo il folklore, Streghe e forze arcane si radunavano sui monti —
come il Brocken nello Harz — per danzare intorno ai falò e
compiere antichi riti propiziatori. La Walpurgisnacht
ha ispirato anche la letteratura. Compare, infatti, nel Faust
di Goethe, dove l’incontro tra Mephistophele e le Streghe avviene
proprio durante questa notte. A questo immaginario si ispirano
anche i Faun, che le hanno dedicato un brano, evocando in musica
atmosfere rituali e visioni pagane, tra tamburi, flauti e voci che
sembrano provenire da un’altra epoca.
Lament
è stato, senza dubbio, il momento più toccante e intimo dell’intero
concerto. Prima di iniziare a cantare è apparso un drappo con il
ritornello in gallese. Con un semplice gesto, Oliver ha invitato
l’intero teatro a unirsi nel canto, trasformando Lament
in un momento corale di grande coinvolgimento. Il brano affonda le
sue radici in un antico canto funebre del nord
dell’Inghilterra —Lyke
Wake Dirge.
Nei versi dei Faun
riecheggia il legame con Annwn,
l’Oltremondo della mitologia gallese.
Questo
Regno,
spesso descritto come un’isola immersa nella nebbia, è anche il
cuore simbolico del video ufficiale che accompagna il brano —
probabilmente il più suggestivo realizzato finora dai Faun. Nel
video, la Morte non è però rappresentata dal Dio Arawn, come nel
mito gallese, ma da una figura femminile che evoca i tratti di Hel,
Dea gemanica legata alla Morte e alla Rinascita, figura centrale nella Tradizione
precristiana europea.
In
un’intervista, Adaya ha spiegato come la Morte sia un evento
ineluttabile per ogni essere umano; nella scena in cui l’uomo
l’abbraccia e si lascia cingere da Lei, emerge la potenza simbolica
dell’accettazione, che diviene passaggio e rinascita. Molto
evocativa, nel video, anche l’immagine in cui, dalle sue mani, i fiori appassiti tornano a vivere.
Oltre
alle strofe originali in gallese antico, i Faun hanno rielaborato il
brano arricchendolo con cori, strumenti antichi e un’emotività
profonda. Lament
è stato dedicato a Jürgen Schneider, tecnico del suono e amico
della band, scomparso tragicamente nel 2023 dopo oltre dieci anni di
concerti e palchi condivisi.
This
ae nighte, this ae nighte Every
nighte and alle Fire
and fleet and candle-lighte The
Gods receive thy saule
Traduzione:
Questa
sola notte, questa sola notte. Ogni notte e per sempre. Fuoco,
focolare e luce di candela. Gli Dei accolgano la tua anima.
Quando
è stato il turno di Andro,
i ricordi mi hanno riportata a circa quindici anni fa, durante un
fine settimana di rievocazioni medievali a Sand in Taufers—Campo
Tures. Fu lì che la ascoltai per la prima volta, suonata
all’interno di un programma musicale che fungeva da cornice
all’evento. Il brano, ispirato a una ballata medievale bretone,
rimane uno dei più coinvolgenti che io abbia mai ascoltato.
Sempre
dalla letteratura gaelica nasce Gwydion,
ispirata al Mago della Tradizione celto—britannica: una canzone che
originariamente è stata incisa in collaborazione con il
gruppo svizzero Eluveitie. In questo brano, come anche in Galdra,
la potenza e l’estensione vocale di Laura emergono forti e
cristalline.
Galdra,
la canzone dell’Incanto,
nella sua versione originale del 2021 aveva visto la partecipazione
di Lindy-Fay Hella, voce norvegese dei Wardruna. Questo brano ha
richiesto uno studio approfondito dell’Edda,
come ha dichiarato Oliver, Magister
Artium
di letteratura medievale. La ricerca si è concentrata su un
passaggio noto come Lokasenna,
in cui Loki insulta le Divinità — incluso Odino — accusandolo di
praticare arti magiche femminili.
Questo
elemento controverso viene reso in musica attraverso il ritmo
ipnotico dei tamburi, simbolo della trance estatica che accompagna il
gesto stregonico. Nel video, una donna attraversa un bosco,
incontrando le forze primordiali della natura: un cammino iniziatico
che culmina in una rivelazione. Alla fine del viaggio, lei
“ricorda” di essere Odino. Una rappresentazione in chiave
femminile della Divinità, pensata non per sostituire il mito, ma per
riaffermare che le donne incarnano il potere della Stregoneria nella
sua forma più arcaica e profonda.
Iduna,
la Dea del mito norreno citata anch'essa nell’Edda,
è la custode delle mele dell’eterna giovinezza: nutrimento divino
che assicura l’immortalità agli Dei.
Il brano a Lei dedicato si
è aperto con potenza grazie alle voci di Adaya e Laura, per poi
crescere grazie all’ingresso del duo Pettersson & Fredriksson,
che si sono uniti a Oliver in un intreccio sonoro ricco e
avvolgente.
Il grande palco ha permesso ai musicisti di
avvicinarsi al pubblico, rendendo l’esperienza ancora più intensa
e partecipata. La stessa scena si è verificata con Wind
und Geige, rendendo la performance
ancora più coinvolgente.
Hare
Spell, ovvero l’Incantesimo
della Lepre, è la trasposizione
musicale di una confessione di Stregoneria: quella di Isobel Gowdie,
processata in Scozia nel 1662.
Dalle sue parole emerge la capacità
di trasformarsi in lepre per compiere incantesimi — un’immagine
fortemente radicata nella Tradizione folklorica nordica. Nel brano
fa la sua comparsa anche la figura del Diavolo, riprendendo il cliché
ricorrente che ha segnato secoli di persecuzioni e processi in tutta
Europa.
Un
arcaico passato che riaffiora, evocato da suoni che dialogano con la
modernità. Tra cornamusa, flauto, ghironda, tamburo, nyckelharpa ed elettronica prende forma una musica che è collegamento tra epoche, tratto distintivo e
inconfondibile dei Faun. Abili tessitori di ponti sonori, suonano
una musica che trae origine dallo studio di testi medievali che
riecheggiano di antiche Tradizioni e ritmi arcaici, capaci di
risvegliare reminescenze sopite nel profondo.
Oggi
e ieri si fondono così in un infinito fluire che chiamiamo Tempo
ma che rappresenta solo una presenza continua di
Sacro e Rituale
che emerge da ogni nota, in melodie che
portano fuori dai confini ordinari. Il loro non è stato solo un
concerto da guardare ed ascoltare ma esperienza da attraversare con
l’Anima:
ogni nota ha vibrato come antica memoria. Il tempo si è dilatato,
tornando circolare come in ogni autentico incanto. L’imponente voce
di Laura è stata richiamo rituale; l’affascinante suono della
cornamusa di Adaja ha evocato mondi remoti; insieme a Oliver,
Stephan, Neil e Alex, i Faun hanno trasformato il palco in uno spazio
sospeso di mistero e meraviglia nel quale la musica ci ha condotto in
un viaggio di suoni, note e parole che hanno penetrato la dimensione
oscura, ancestrale e spirituale della Stregoneria Europea.